47. Il viaggio di Augusto in Oriente (21-19 a. C.). — L’anno successivo Augusto, quasi a dimostrare con un fatto che il governo delle province, assunto nel 27, era provvisorio e che egli voleva restituirle, man mano che fossero pacificate, restituiva al senato Cipro e la Gallia Narbonese. Nel tempo stesso si preparava a fare un primo viaggio nelle province asiatiche, che erano ancora considerate come la parte più florida dell’impero.

L’Italia sperava da questo viaggio nientemeno che la conquista dell’Armenia e della Parzia, ma Augusto, più positivo, pensava che il suo viaggio avrebbe avuto scopi assai più modesti sebbene più utili: risolvere definitivamente la vertenza con il re dei Parti, con il quale aveva, fin dall’arrivo dei suoi ambasciatori a Roma, iniziato trattative per una transazione onorevole; e affermare l’autorità dell’impero, anche sugli Stati indipendenti della regione. Partì nella primavera del 21, si fermò in Grecia, e cercò di portar soccorso ai suoi mali più antichi e profondi. Separò di nuovo, per dare una soddisfazione al sentimento nazionale, la Grecia dalla provincia della Macedonia, decorandola del nome di Acaia, e delimitando il suo territorio in modo da comprendere la Tessaglia, l’Epiro, le isole Ionie, l’Eubea e alcune altre isole dell’Arcipelago con capoluogo Corinto; riorganizzò l’antico Consiglio Anfizionico, che si adunava ogni anno a Delfo; si sforzò di stabilire una dieta con assemblee annue — imagine rinnovellata e ingrandita dalla lega achea, alla quale tutte le città greche inviassero un rappresentante; dette la libertà a parecchie città elleniche. Indi passò nell’Asia minore, dove trovò la provincia d’Asia affaccendata ad innalzare in Pergamo un gran tempio in suo onore e a fondare il culto del nuovo Dio vivente, Augusto. Era avvenuto qualcosa di simile ad Antonio in Alessandria. L’adorazione dei monarchi defunti in Asia e dei monarchi viventi in Egitto, era stato uno dei tanti strumenti di dominazione, di cui l’ellenismo si era servito per imperare sulle razze indigene dell’Asia e dell’Africa. Ora l’Oriente incominciava timidamente ad estendere quel culto al nuovo magistrato supremo, che sorgeva in Roma tra tante contradizioni, volendo essere ancora, e non potendo più essere, un magistrato repubblicano; come se l’Oriente volesse dire a Roma che era suo destino cadere sotto quelle stesse istituzioni monarchiche, che per tanti secoli lo avevano retto. Augusto accettò il tempio, a condizione che Roma fosse associata nel culto alla sua persona. Quindi si volse a risolvere la questione partica e la armena.

L’Armenia, che Antonio aveva conquistata, era tornata sotto il governo di un re nazionale, ostile a Roma e soggetto all’influenza partica. Ora giungeva Augusto, deliberato a riconquistare la perduta egemonia, con grandi forze. Ma mentre, nell’inverno tra il 21 ed il 20, le forze romane e alleate si concentravano ai confini dell’Armenia, una rivoluzione rovesciava e trucidava il re, e gli insorti dichiaravano di accettare la supremazia romana. Augusto tuttavia non annesse l’Armenia, e diede il paese ad un re amico, al fratello del monarca deposto, Tigrane, che egli aveva fatto prigioniero dopo Azio, ad Alessandria, e poscia educato regalmente a Roma. Poco dopo il re dei Parti, Fraate, poneva ad effetto l’accordo, laboriosamente conchiuso dopo lunghe trattative; e mandava al campo romano le insegne e i prigionieri catturati al tempo della spedizione di Crasso, insieme con ambasciatori, incaricati di concludere definitivamente il trattato di pace con Roma. Questo trattato era altra cosa della conquista della Parzia, che molti sognavano a Roma: era un ragionevole e saggio compromesso, per il quale i Parti si disinteressavano definitivamente della politica mediterranea, abbandonando a Roma l’Anatolia e la Siria, e Roma, dal canto suo, abbandonava il programma di Alessandro, di Cesare, di Antonio, e s’impegnava a non entrare nell’Asia centrale. Ma i vantaggi per Roma erano grandi, poichè con quel trattato, che le assicurava un secolo di pace in Oriente, Roma ricuperava la libertà d’azione in Europa; e sarebbe libera di intraprendere in Gallia quella politica di romanizzazione, da cui nascerà la civiltà europea. Onde questo trattato va annoverato tra i grandi servizi resi da Augusto a Roma.


48. Le grandi leggi sociali dell’anno 18. — Augusto tornò in Roma, nella seconda metà del 19: e trovò la grande città piena di agitazioni, di discordie, di dispute; le vecchie famiglie più nemiche che mai della gente nuova; i servizi pubblici trascurati come sempre; il popolo malcontento e cresciuto moltissimo nel favore pubblico quel movimento tradizionalista e puritano, che abbiamo visto incominciare negli ultimi tempi del triumvirato. Fatto più ardito, questo movimento, che era favorito insieme dai vecchi nobili e da una parte delle classi medie, chiedeva ora l’epurazione del senato da tutti gli intrusi, che la rivoluzione vi aveva introdotti; il ritorno a una costituzione timocratica, escludente da qualsiasi carica coloro che non possedessero una certa fortuna; delle leggi, che imponessero ai ricchi una vita più modesta e virtuosa, che reprimessero gli scandali privati e raffrenassero nella aristocrazia il lusso e quella che si diceva la corruzione delle donne. Il movimento degli animi era così forte, che il disinteressarsene si faceva sempre più difficile per Augusto; ma il soddisfarlo non era neppur facile. Con l’anno 18 scadevano i poteri decennali pel princeps, assunti nel 27; ed Augusto meditava una terza riforma della costituzione allo scopo di scaricare su altri parte delle cure e delle responsabilità. Con questa riforma egli avrebbe diviso il suo potere con M. Vipsanio Agrippa, che frattanto aveva sposato sua figlia Giulia. Tanto poco Augusto pensava a fondare una monarchia! Insomma Roma e l’Italia aspettavano da Augusto un governo più vigoroso, che facesse grandi riforme, proprio mentre Augusto pensava a dividere il potere con Agrippa. Anche questa volta fu necessario addivenire a un compromesso. I poteri di Augusto furono prolungati per cinque anni, a cominciare dal 17; e Agrippa gli fu messo a fianco come collega, con eguali poteri[44]. Indi Augusto procedè a tentare con il nuovo collega una lectio senatus, ossia a dar mano a quella epurazione del senato che il partito puritano a gran voce reclamava. Compiuta questa epurazione, con molta prudenza e con molti riguardi, propose quella che passerà nella storia con il nome di lex Julia de maritandis ordinibus: la prima delle leggi con le quali Augusto cercherà, come gli chiedeva il partito puritano, di restaurare l’antica morale romana. Ma con che complicati espedienti!

La legge sanciva innanzi tutto il matrimonio come un obbligo per tutti i cittadini romani; non considerava come matrimonio, ma come concubinato, l’unione di un senatore o di un suo discendente con una liberta; dichiarava che nell’ordine senatorio solo i figli generati da una donna ingenua et honesta sarebbero considerati come legittimi ed avrebbero tutti i diritti del rango, non quelli la cui madre fosse stata una leggiadra danzatrice siriaca o una graziosa liberta ebrea; riconosceva come legittimi i matrimoni tra liberti e plebei; non riconosceva come matrimonio, ma solo come concubinato le unioni anche dei plebei con prostitute, mezzane, adultere e attrici. Ma in che modo si potevano obbligare gli uomini e le donne a sposarsi? Augusto immaginò un ingegnoso sistema di premî e di pene da applicare all’egoismo dei celibatari. Ai senatori che avevano moglie e figliuoli, la legge offerse e stabilì diversi premi: ad esempio, che fra i magistrati fosse, nell’esercizio del suo ufficio, privilegiato colui che avesse più figliuoli; che ogni cittadino potesse aspirare alle magistrature, anticipando su l’età legale di tanti anni quanti figliuoli contava; che le donne tre volte feconde avrebbero goduto di una quasi completa eguaglianza civile con gli uomini, e così via. In modo analogo la legge liberava da parecchi obblighi verso i loro antichi padroni, i liberti che avessero più di due figliuoli. Invece i celibatarî ostinati sarebbero stati esclusi da tutte le feste e gli spettacoli pubblici; esclusi dal diritto di raccogliere le eredità, che avessero potuto ricevere da persone a loro non imparentate almeno in sesto grado. Legge, come è facile vedere, nel tempo stesso restauratrice e rivoluzionaria; perchè, per restaurare gli antichi costumi, sovvertiva alcuni principî secolari del diritto romano; riconosceva i matrimoni tra i plebei e le liberte, limitava i diritti dei patroni sui liberti, e la libertà di testare. Onde non è da meravigliare che essa richiedesse altre leggi complementari. Come infatti pretendere che un uomo serio ed onesto fosse costretto ad ammogliarsi, se non aveva mezzi per frenare la prodigalità il lusso o la leggerezza della moglie? Alla lex de maritandis ordinibus seguirono infatti due nuove leggi: una lex sumptuaria e la famosa lex Julia de pudicitia et de coercendis adulteriis. La prima mirava a limitare il lusso delle donne, dei banchetti, di tutta la vita privata dei cittadini. La seconda autorizzava, come ai tempi antichi, il padre a punire di morte la figliuola, che avesse commesso adulterio insieme al suo complice; autorizzava il marito, sia pure in certe condizioni, a uccidere l’adultero ma non la moglie; faceva poi obbligo al marito, e se il marito non c’era o era impedito o non voleva, al padre, che non l’avesse uccisa, di denunciare entro sessanta giorni la moglie o la figlia rea di adulterio al pretore e alla quaestio: se non ottemperassero a questo obbligo, passati i sessanta giorni, qualunque persona poteva proporre l’accusa. I reati di adulterio erano dichiarati judicia publica, come i parricidî, e le pene erano gravissime: la relegazione a vita per i due complici; di più, per l’uomo, la confisca di metà dei beni e, per la donna, la perdita della dote e di un terzo delle proprie ricchezze.

Castighi così terribili dell’adulterio possono sembrare a noi poco meno che inesplicabili: ma è più facile intenderne la ragione, ove si pensi che quelle leggi erano promulgate solo per i cittadini romani, e di fatto prendevano di mira solo i senatori e i cavalieri, le cui ricchezze e la cui rinomanza potevano tentare gli accusatori con la speranza del premio che spettava agli accusatori sui beni dei condannati. Quelle leggi non miravano ad accrescere la popolazione favorendo la generazione ma a restaurare l’aristocrazia ricostituendo le famiglie nobili, ossia l’antico vivaio dei generali e dei diplomatici, che avevano fondato l’impero. Augusto procedeva dunque anche in questo proprio all’opposto di tutti i fondatori di monarchie assolute, i quali hanno invece sempre mirato a distruggere le aristocrazie esistenti. Ciò confermano due disposizioni: l’una, contenuta nella stessa lex de adulteriis; l’altra, in una legge dello stesso tempo. Con la prima, per far più sicure le fortune delle famiglie ricche, Augusto interdisse al marito di vendere o di obbligare in qualunque modo la dote della moglie. Con la seconda, vietò ai cittadini, forniti di un reddito minore di 400.000 sesterzi di aspirare alle pubbliche cariche. Così anche quello spiraglio aperto, nella costituzione romana, alle classi non ricche, perchè potessero occupare qualche magistratura, era di nuovo chiuso, e l’antica costituzione aristocratica, solennemente ristabilita. Il figlio di Cesare ricostituiva dalle fondamenta i privilegi di quell’aristocrazia, contro cui suo padre aveva così lungamente lottato; si sforzava di restaurare quell’ordine sociale, che suo padre aveva, volente e nolente, distrutto a metà.


49. Lo sviluppo della Gallia e la conquista della Germania (12-8 a. C.). — L’approvazione delle grandi leggi sociali fu celebrata nell’anno 17 con una cerimonia solenne: i ludi saeculares, istituiti nel 509 a. C. al principio della Repubblica, e ripetuti in ogni secolo, sebbene a date non esattamente periodiche. Per questa cerimonia Orazio compose la più armoniosa delle preghiere romane. il Carmen saeculare, che invocava dagli Dei la pace, la potenza, la gloria, la prosperità, la fecondità, la virtù, e che 27 adolescenti e 27 fanciulle cantarono nel tempio di Apollo sul Palatino. Ma, mentre si facevano a Roma queste leggi e si celebravano queste feste, una grossa tempesta si levava nelle province dell’Europa da poco e malamente sottomesse: nelle valli alpine, nella Gallia, nella Pannonia. Era questa, in parte, una delle conseguenze della pace e del buon governo, introdotti da Augusto. La pace aveva interrotto le frequenti leve militari per le guerre civili di Roma, vera fortuna per tutti i disperati e gli avventurosi della generazione precedente; e la buona amministrazione augustea aveva invece incominciato ad esigere le imposte con rigore. Così, ai primi del 16, l’uragano brontolava alle frontiere dell’Italia: la Transalpina era in fermento, nelle Alpi i Vennoneti (abitanti della Valtellina e forse anche della valle dell’Adige e dell’alto Inn) e i Camunni (abitanti della val Camonica), pigliavano le armi; i Bessi si rivoltavano in Tracia contro il re Rimetalce imposto loro dai Romani; la Macedonia era invasa dai Denteleti, dagli Scordisci, forse anche dai Sarmati; la Pannonia e il Norico, fino allora docili al protettorato romano, insorgevano e invadevano l’Istria. L’incendio si era rapidamente propagato soprattutto nelle Alpi; i Trumplini, nella val Trompia, e le numerose tribù dei Lepontini, abitanti nelle valli italiane e svizzere che dànno sui laghi Maggiore e di Orta; i Reti e i Vindelicî, che dal paese dei Grigioni e dal Tirolo si stendevano, attraverso la Baviera, fino al Danubio; gli abitanti delle Alpi Cozie, e perfino i Liguri delle Alpi Marittime erano insorti. Quasi tutta la grande catena montuosa, dove s’erano rifugiati gli ultimi resti delle stirpi, che un tempo avevano abitato la pianura, Iberi, Celti, Etruschi, era in fiamme. Nel tempo stesso un’orda di Germani invadeva la Gallia e sconfiggeva il legato romano, Marco Lollio.