Augusto non poteva restare a Roma occupato a preparare leggi e a celebrare feste, quando l’impero pareva vacillare a occidente. Era chiaro che occorrevano vaste operazioni militari e un profondo riordinamento di quelle province. Per fortuna, l’invasione germanica in Gallia non era seria; bastò che Augusto apparisse, perchè l’onda si ritirasse. Dileguati i Germani, restava la rivolta delle Alpi, che minacciava di separare l’Italia dalle province d’Occidente. Augusto deliberò di sottomettere per sempre le popolazioni, operando metodicamente nelle grandi vallate; e commise a tre generali le operazioni: a P. Silio, che poco prima aveva liberato l’Istria da Pannoni e da Norici, e ai due giovani figliuoli della sua consorte Livia: a Tiberio, che in quell’anno era pretore, e che già lo aveva seguito in Spagna e in Armenia, e al suo fratello minore, Druso, di ventidue anni, che era stato appena eletto questore pel 15. I due giovani avevano belle qualità: energia, coraggio, fierezza; Druso aggiungeva a queste una amabilità, che faceva gradevoli le più antiche e austere virtù romane. Era amato da tutti; ma questa non era ragione bastevole, perchè Augusto nominasse suo legato per una grande guerra un semplice questore. Ce ne dovettero essere di più gravi: forse la mancanza di uomini capaci, e di cui Augusto potesse fidarsi.
Le operazioni di Silio contro i Leponzi, quelle di Druso e di Tiberio contro i Rezi e i Vindelici, ebbero un felice successo. I due giovani portarono i confini dell’impero fino al Danubio e conquistarono il Norico (15 a. C.). Non molto tempo dopo era domata l’insurrezione delle Alpi Cozie e Marittime. La popolazione maschile fu fatta schiava; i beni delle tribù e delle famiglie ricche confiscati; i territori dei popoli divisi tra le città della Cisalpina. Nel Norico, abolita la dinastia nazionale, fu istituito un regime provinciale somigliante a quello dell’Egitto, e il governo di quel paese affidato ad un praefectus. Anche nelle Alpi Cozie la dinastia nazionale perdè il titolo reale e il suo capo continuò a governare il paese con il titolo di praefectus. Invece la Rezia, la Vindelicia e tutto il territorio, che va dalla cresta delle Alpi al Danubio e dal lago Lemano (Lago di Ginevra) alle frontiere del Norico, fu fatta provincia. Augusto pensò infine di aprire alcune grandi vie strategiche fra le nuove province e la valle del Po, in modo che, senza accrescerne il numero, le legioni potessero rapidamente accorrere a difendere i punti minacciati.
Con queste spedizioni Augusto compieva nelle Alpi un’opera, le cui conseguenze durano ancora: apriva quella famosa catena di montagne alla civiltà. L’opera era grande: ma nel pensiero di Augusto doveva servire di preparazione ad un’opera ancora più vasta, destinata ad avere le conseguenze più grandi nella storia della civiltà. Gli anni che seguono il 16 a. C., e nei quali Augusto, per le necessità della guerra, visse in Gallia o vicino alla Gallia, sono anni decisivi nella storia del mondo antico; perchè in questi anni Augusto e il governo romano si accorsero definitivamente che la Gallia, la barbara, fredda e povera Gallia della tradizione, era una provincia ricchissima, il vero Egitto dell’Occidente, che Roma aveva interesse a difendere quanto le più ricche provincie dell’Oriente. Le conseguenze di questa scoperta dovevano essere immense; poichè, se fino ad allora Roma aveva guardato quasi soltanto all’Oriente, come alla sede della ricchezza e della cultura, ed era stata sempre in pericolo di inorientarsi, mutandosi in un impero asiatico, da questi anni essa diventa potenza mezzo asiatica e mezzo europea, nel cui impero la Gallia fa contrappeso all’Egitto o alla Siria, e l’Italia si trova ben posta in mezzo, per essere l’arbitra e la dominatrice dell’Oriente e dell’Occidente. A partire da questo momento, in cui la civiltà greco-latina valica le Alpi e si addentra nel continente europeo, incomincia la vera storia dell’Europa, che sino allora, fuorchè nelle sue coste meridionali, era stata barbara; e l’impero romano diventa un impero misto, orientale e occidentale, sotto l’egemonia dell’Italia. Senza la Gallia, Roma non avrebbe potuto a lungo essere la capitale di un impero, le cui province più importanti e i maggiori interessi erano in Asia ed in Africa, e l’Italia sarebbe stata presto o tardi assorbita dalle sue conquiste asiatiche ed africane. Insomma l’unità dell’impero mediterraneo di Roma e la egemonia dell’Italia in quello dipendevano dal possesso e dallo sviluppo della Gallia. Senonchè, se queste dovevano essere le conseguenze lontane della conquista di Cesare, l’arricchimento della Gallia generava un altro effetto immediato; ed era quello di obbligare Roma a difenderla contro i Germani, sempre inquieti, sempre bellicosi e più pronti ad assaltar la Gallia ora che non la difendeva più la sua vecchia aristocrazia militare. Perciò il pericolo germanico non minacciava più, come ai tempi di Cesare, la Gallia sola, ma l’impero romano tutto quanto. Ma che altro mezzo c’era di assicurare la Gallia contro le invasioni dei Germani, se non conquistare la Germania? Anche questa era una catena. Dal commovimento delle province d’Occidente, dalla crescente prosperità della Gallia, Augusto fu tratto in questi anni a sostituire alla conquista della Persia, vecchio sogno romano, la conquista della Germania, a cui nessuno aveva ancora pensato sul serio. Roma diventava potenza occidentale ed europea.
Prima però di accingersi a tanto passo, Augusto volle toglier via dalla Gallia qualsiasi possibilità di agitazione antiromana. Vi sussistevano ancora le divisioni territoriali, che Cesare avea trovate e conservate. I popoli più potenti, come gli Edui e gli Arverni, conservavano ancora, quali alleati di Roma, la loro clientela di piccole civitates che essi governavano direttamente. Ma ora che la Gallia era divenuta un paese industrioso e pacifico, queste clientele, fuorchè a conservare privilegi invecchiati e a giustificare pretese di egemonie fittizie, non potevano servire che come strumenti di nuove coalizioni nazionali: erano dunque o inutili o pericolose.
Augusto sottomise tutte queste civitates di clienti e di popoli alleati, direttamente, all’autorità di Roma; inoltre, fondandosi sui resultati del censimento, distribuì tutta la Gallia in 60 civitates, all’incirca eguali di grandezza e pari in diritto tra loro. Ma crescendo così il compito e la responsabilità del governatore romano in Gallia, tripartì il paese in Aquitania, Lugdunensis e Belgica (le Tres Galliae), di cui ciascuna avrebbe avuto a capo un luogotenente del governatore generale della provincia. Senonchè in questa ripartizione Augusto non tenne più conto delle diversità o affinità etniche e delle secolari unioni storiche del paese, se non per mescolare in ciascuna delle tre gli elementi diversi — celtici, iberici, celto-germanici — di cui la Gallia si componeva; per spegnere in quelle mescolanze il vecchio spirito nazionale e tradizionale; per intralciare gli accordi fra tribù affini; e per piegare il paese denazionalizzato verso gli scopi della politica romana.
Augusto inoltre volle, prima di incominciare la sua grande impresa, riordinare, come faceva mestieri, l’esercito, regolando con una legge le più importanti condizioni del servizio, fin ad allora regolate da consuetudini poco certe. La ferma durerebbe 16 anni per i legionari; 12 anni per la guardia dell’imperator, i pretoriani. Fu stabilito inoltre che, finito il servizio gli uni e gli altri sarebbero ricompensati, non con terre, ma con una somma di danaro, di cui ci è ignoto l’ammontare. Ciò fatto, preparativi adeguati all’impresa furono incominciati; e fu elaborato un piano di invasione molto ingegnoso, nel quale è verosimile riconoscere la mano di Agrippa. Si tenterebbe di invadere l’impervia Germania dal mare del Nord per le due grandi linee fluviali dell’Ems e del Weser; due eserciti entrerebbero per questi fiumi nel cuore della Germania, costruirebbero sull’uno e sull’altro dei grandi campi trincerati, destinati a servire come basi di operazione, per condurre a termine la conquista dell’interno; nel tempo stesso un altro esercito, varcato il Reno, avanzerebbe alla volta dell’Ems; l’esercito sbarcato sull’Ems, avanzando lentamente, cercherebbe di dar la mano a quello che verrebbe dal Reno, come a quello che verrebbe dal Weser: e così mediante larghe vie, fiancheggiate da fortificazioni, si sarebbero collegati insieme il Reno all’Ems, l’Ems al Weser e forse anche all’Elba. Ottimo piano, che proteggeva da molti e grandi rischi gli eserciti invasori. Ma poichè in tal guisa le flottiglie fluviali romane sarebbero esposte troppo tempo al tempestoso mare del Nord, Augusto volle aprire un canale tra il Reno e l’Yssel, di guisa che la flotta romana sarebbe potuta penetrare sicuramente nello Zuidereee (lago Flevo) e di là nel mare del Nord.
Ma al momento di porre mano a questa spedizione, preparata con tanta cura, un gran lutto colpì l’impero. Augusto aveva senza difficoltà ottenuto dal senato il prolungamento per altri cinque anni dei poteri suoi e di Agrippa, scadenti alla fin dell’anno 13; continuava alacremente i preparativi per la guerra di Germania, quando al principio dell’anno 12, nel mese di marzo, pochi giorni dopo che Augusto era stato eletto anche pontifex maximus in sostituzione di Lepido morto, e proprio quando la invasione della Germania stava per cominciare, Agrippa moriva in Campania. La perdita era funesta: sia perchè Augusto, che aveva voluto spartire con lui il carico e la responsabilità del potere fu costretto ad assumere di nuovo da solo il governo della repubblica; sia perchè spariva, proprio al momento in cui Roma stava per intraprendere una spedizione di capitale importanza, l’uomo di guerra più sperimentato su cui fare assegnamento. La morte di Agrippa sembrò infatti indurre Augusto a rinviare l’impresa germanica. Lì per lì Augusto si restrinse a spedir Tiberio nella Pannonia, che si era ribellata, e soltanto nella seconda metà dell’anno si risolvè a riprendere il disegno della guerra in Germania, incaricandone Druso, che era allora un giovane propretore di 26 anni. Eseguendo il piano lungamente preparato da Agrippa, Druso, con una parte delle truppe, discese il corso del Reno, entrò nello Zuidersee, penetrando così nel cuore del paese dei Frisoni (la moderna Olanda): di lì uscì con la flotta nel Mare del Nord ed imboccò l’Ems, sbarcando, a un certo punto del corso del fiume, una parte delle sue forze. Quindi ridiscendeva il fiume, e tentava, come sembra, di ripetere sul Weser l’operazione già compiuta sull’Ems, ma senza riuscirvi, questa volta; anzi scampando a stento a un naufragio. Alla fine dell’anno 12, egli era di ritorno in Gallia.
Queste operazioni non erano che il prologo della vera campagna, che doveva incominciare l’anno seguente e che doveva consistere, secondo il piano di Augusto, in una lenta, metodica e graduale invasione. Nella primavera dell’11, Druso doveva con un esercito risalire la valle della Lippe sulla riva destra, mirando a ricongiungersi nell’alta valle con le altre forze romane sbarcate sulle rive dell’Ems, che a loro volta risalirebbero la valle di questo fiume. Alla confluenza della Lippe con un fiume, che gli storici antichi chiamano Aliso, doveva fondare una grande fortezza e collegarla al Reno con una strada e una catena di fortezze minori. Era questo il compito tracciato a Druso per quell’anno. Druso risalì vittoriosamente la valle della Lippe e si ricongiunse felicemente con l’esercito che aveva risalito l’Ems: ma appena operata la congiunzione, osò fare uno strappo al prudente piano di Augusto e di Agrippa. Le popolazioni germaniche essendo in guerra tra loro, egli giudicò che l’ardimento poteva fruttar questa volta assai più che un lungo e prudente guerreggiare. Raccolse in fretta dei viveri, attraversò il paese dei Sicambri che era deserto perchè i maschi adulti si erano gettati sul paese dei Catti; invase il territorio dei Tencteri che si sottomisero; indi, come attingendo nuovo coraggio dalla propria audacia, avanzò nel paese dei Catti e costrinse questi e i Sicambri con cui essi combattevano, a riconoscere la signoria romana. Ma la mancanza di vettovaglie e la sterilità del paese lo costrinsero presto a ritirarsi verso la Lippe. Senonchè nel ritorno cadde in un’imboscata, e per poco non fu annientato insieme col suo esercito. Sfuggito per miracolo a tanto rischio, e giunto di nuovo alla Lippe, riprese il piano di Augusto; e ordinò la costruzione del castellum, al quale si sarebbe dato il nome di Aliso; quindi, tornato in Gallia, decise di erigere un altro castellum sul Reno, probabilmente quello che doveva un giorno essere Coblenza.
Il terzo anno della guerra — l’anno 10 a. C. — sembra essere passato abbastanza tranquillo, senza grandi eventi. È probabile i Germani non si mossero, e che i Romani continuarono alacremente a costruire i due castelli, incominciati l’anno prima. Certo è che Druso potè in quell’anno venire a Roma; e a Roma brigare e ottenere il consolato per l’anno 9. Ma prima della fine dell’anno, e senza aver avuto il tempo di prendere possesso dell’altissima carica, Druso fu costretto a lasciar Roma e a tornare frettolosamente in Germania, ove Sicambri, Svevi e Cherusci tentavano di collegarsi per fare guerra insieme alla Gallia. E l’anno seguente, il 9, la guerra mutò carattere. Sia che Druso avesse convinto Augusto della necessità di atterrire con un grande colpo i Germani; sia che di questa necessità l’avessero convinto gli ambiziosi progetti dei Sicambri, degli Svevi e dei Cherusci, in quell’anno la Germania fu invasa davvero e a fondo. Druso si spinse, combattendo, non sappiamo per quali vie e con quante forze, prima fino al Weser, e poi fino all’Elba. L’ardita mossa riuscì, perchè i Germani non osarono attaccarlo in massa. Druso potè scorrazzar da padrone nella Germania, sino ai primi di agosto, quando, la stagione incalzando, si volse al ritorno. Ma nel ritorno cadde da cavallo, si ruppe una gamba; e dopo pochi giorni moriva, in seguito a questa ferita.
La morte di Druso era una disgrazia per la repubblica. Augusto perdeva, dopo Agrippa, un altro collaboratore fidato, mentre nel senato e nella aristocrazia cresceva la riluttanza ad assumere le grandi cariche, e diminuiva il numero degli uomini capaci. I giovani soprattutto erano restii ad uscir di Roma, a passare lunghi anni nelle province, ad imparare il duro mestiere della milizia e del comando. Pare che di nuovo Augusto pensasse di ritirarsi a vita privata sul finire dell’anno 8, quando i suoi poteri quinquennali scadrebbero. Erano 20 anni ormai, dalla restaurazione della repubblica, che egli governava Roma come princeps e avrebbe avuto diritto di riposarsi. Ma chi poteva occupare il suo posto? Non si sarebbe tutta l’amministrazione dell’Impero sfasciata, se fosse sparito l’uomo, il quale pensava a tutto ciò, cui il senato e i magistrati repubblicani non provvedevano? Il potere personale di Augusto era la necessaria correzione della decadenza dell’aristocrazia. Gli fu forza quindi, volente o nolente, di accettare un nuovo prolungamento del suo potere per 10 anni, e per provvedere alla Germania richiamò l’altro suo figliastro, Tiberio, che da tre anni combatteva nella Pannonia e nella Dalmazia; e gli diede l’incarico di terminare la conquista della Germania. Tiberio era diventato suo genero; poichè nell’11 era stato costretto da Augusto a ripudiare la moglie, che era figlia di Agrippa, e a sposare la vedova di Agrippa, che era sua figlia Giulia. Ma Tiberio non ebbe, l’anno 8, che a passare il Reno alla testa di un esercito; e tutta la Germania, si arrese. La marcia di Druso dava i suoi frutti. In soli quattro anni, la Germania era, o almeno pareva, conquistata dal Reno all’Elba, e la grande impresa, tentata per la prima volta da Cesare, condotta a compimento dal figlio suo.