77. Agrippina e la restaurazione della repubblica. — Senonchè, subito dopo i funerali di Claudio, una lieta sorpresa venne a confortare gli afflitti spiriti dei senatori. Nerone si presentò al senato; e pronunciò un discorso modesto e forbito, in cui, scusandosi della sua giovinezza ed inesperienza, chiedeva al senato di volerlo assistere con l’opera e il consiglio; e dichiarava perciò di rimettere di nuovo al senato tutti i poteri civili, giudiziari e amministrativi esercitati dai suoi predecessori, ritenendo egli solo il comando delle legioni[74]. In altre parole, egli compiva quella quasi totale restaurazione della repubblica, che i malcontenti del senato da tanti anni reclamavano; restituiva al senato, tranne i poteri militari, tutti i poteri, che il senato aveva avuti nei tempi più floridi della repubblica.
Agrippina e i suoi amici cercavano sagacemente di mitigare nel senato, con questa concessione, il rancore e malcontento per l’elezione di quel fanciullo, e per la violenza usatagli dai pretoriani. Un fanciullo di 17 anni non poteva governare, massime nei primi anni, quando dovrebbe fare il suo tirocinio, senza la benevolenza e l’aiuto del senato. La mossa abile riuscì. Il senato smise il broncio; e i primi due anni del nuovo governo furono assai felici. Nerone mantenne la sua parola; lasciò il senato esercitare liberamente i suoi uffici, mentre egli si occupava degli eserciti, seguendo i consigli di Seneca, di Burro e della madre: esempio di moderazione e di modestia, che parve mirabile in sè e più per la giovane età di chi lo dava.
Ma era una illusione. I contemporanei scambiavano per moderazione e modestia la pigrizia e l’indifferenza. Le autocrazie sembrano a volte prese dal bisogno di rinnegare se stesse in certi spiriti ribelli, i quali vogliono far tutto ciò che la tradizione vieta e non far nulla di quello che essa impone. Nerone era uno di questi rampolli ribelli di una antica stirpe; la cui figura e la cui sorte resteranno un mistero, sinchè non si tenga ben fermo questo punto. Egli lasciava volentieri al senato la cura di molte pubbliche faccende, non per ossequio alla costituzione, ma perchè la guerra, il diritto, amministrazione — tutti gli uffici che la tradizione indicava come i più degni di un nobile romano — lo annoiavano. Egli amava invece le arti — le arti belle, la poesia, la musica, il canto, la danza — ben oltre la misura concessa dalla tradizione ad un nobile romano; e a coltivare queste arti, a studiar musica e canti, attendeva con zelo maggiore che ad apprendere la guerra e il governo. Non è difficile argomentare per qual ragione Nerone venne presto in discordia con la madre. Ligia alla tradizione, Agrippina avrebbe voluto che Nerone si occupasse di armi e di leggi, e non di canti e di suoni. Cosicchè se tutti — senato e popolo — erano in Roma contenti di Nerone, non andò molto invece che incominciò a non esserne più contenta proprio Agrippina. La ricchezza, il potere, le adulazioni fomentarono rapidamente nel giovane le sue naturali inclinazioni, restate sino ad allora nascoste: onde Agrippina vide ben presto qual figlio, a cui essa aveva con tanta fede impartito una rude educazione romana, trasformarsi in un effeminato damerino, vago solo di sollazzi e incline a un capriccioso esotismo! Agrippina cercò di correggerlo. Ma non si governa un imperatore come un figlio. Ne nacquero dei dissapori, che circa un anno dopo la elezione, proruppero, per un incidente, ad aperta discordia.
78. Prime discordie di famiglia: la morte di Britannico (55). — Nerone aveva sposata, come dicemmo, Ottavia, che era una perfetta matrona romana. Senonchè Nerone non tardò a mostrare le sue inclinazioni esotiche anche nell’amore; invaghendosi di una bella liberta orientale di nome Acte, e così perdutamente, che per un momento pensò di ripudiare Ottavia e di mettere al suo posto Acte. Era una pazzia: per la lex de maritandis ordinibus, i matrimoni tra senatori e liberte non erano riconosciuti dalla legge. Agrippina si oppose al ripudio di Ottavia e riuscì ad impedirlo: ma Nerone a sua volta trascurò Ottavia e visse con Acte pubblicamente come fosse la sua sposa, non ostante le proteste di Agrippina. Di nuovo, e per un capriccio d’amore questa volta, la discordia era entrata nella casa dei Cesari; e come era sempre successo da Augusto in poi, quando nella famiglia imperiale era scoppiato un dissidio, non mancò neppur questa volta chi cercò di approfittarne, invelenendolo. Agrippina, come abbiamo visto, aveva molti nemici. Intorno a Nerone incominciò dunque a raccogliersi una cricca che, lusingandone la vanità e compiacendone le passioni, mirava a irritarlo contro la madre e a rovesciare, per mano sua, la detestata potenza di questa.
Intanto il senato, a cui Nerone aveva restituito i suoi poteri, aveva ricominciato a governare l’impero: ma quanto debole era la sua mano! L’assemblea era invecchiata; mancava di capi autorevoli; mancava di alacrità e di energia. L’autorità di un princeps savio e forte era ormai necessaria a uno Stato, che senza quella peccava sempre o per eccesso o per difetto. Nerone invece non pensava che a divertirsi, a imparar bene la musica e il canto. Agrippina però era una donna energica; un partito piccolo ma potente, composto, ci dice Tacito, delle famiglie più antiche dell’aristocrazia, era con lei: poichè Nerone si ribellava, trascurava i suoi doveri, si distaccava dai suoi, Agrippina si accostò a Britannico, all’altro maschio della famiglia, verso il quale si volgevano anche le speranze della nobiltà più antica e più conservatrice. Ma invano: perchè sul finire del 55, all’improvviso, Britannico fu colto da malore durante un banchetto; e poche ore dopo morì. Di veleno propinatogli da Nerone — fu ’detto subito allora, e ripeterono poi gli storici.
Questa accusa è più credibile di tante altre consimili, che si trovano negli storici; perchè almeno questa volta si vede chiaro il motivo che avrebbe spinto Nerone a toglier di mezzo Britannico. Che però l’accusa sia sicura, non oseremmo dire neppur questa volta, sia perchè delitti di questa natura sono più facilmente sospettati che perpetrati, sia perchè certi particolari del racconto possono far nascere dubbi. Certo è invece che questa voce si diffuse e fu creduta anche da Agrippina; e quindi, vera o falsa, l’inasprì ancora di più. Per quanto, morto Britannico, essa non potesse più opporre a Nerone un emulo, Agrippina non si die’ per vinta; si rivolse alle grandi famiglie; si sforzò di suscitar in quelle una opposizione che infrenasse Nerone; si agitò con la consueta energia.... Nerone si spaventò: le tolse le guardie militari che le erano state assegnate sotto Claudio; la costrinse ad uscir dal suo palazzo e ad abitare nella casa della nonna, Antonia, la madre di Germanico; cercò insomma di isolarla. Agrippina a sua volta resistè.
79. La politica orientale di Nerone. — Senonchè se il senato era inattivo e se Nerone poco si curava dei pubblici affari, intorno all’imperatore stavano uomini — primi tra costoro Seneca e Burro — i quali sapevano imprimere alla pubblica cosa quell’impulso, che avrebbe dovuto procedere dall’imperatore. Ne è prova un vasto piano di politica orientale, a cui fu dato mano al principio del 55. Gli ultimi imperatori avevano tenuto d’occhio le province occidentali, la Gallia, la Germania, la Britannia, e trascurato l’Oriente; dove di nuovo i Parti si erano fatti avanti, a detrimento della potenza e del prestigio romano. All’avvento di Nerone, l’Armenia era sotto il governo di Tiridate, fratello di Vologese, re dei Parti; del che il pubblico mormorava. Il governo di Nerone — i consiglieri che lo guidavano — deliberarono perciò di ripigliar subito con mano più ferma la politica orientale troppo trascurata da Claudio. Poichè il governatore della Siria, Ummidio Quadrato, aveva fatto cattiva prova, fu spedito in Oriente con forze considerevoli L. Domizio Corbulone, che, pochi anni prima s’era illustrato in Germania; e mentre i sovrani vassalli ricevevano ordine di apprestar contingenti, si iniziavano trattative con il re dei Parti, perchè sgombrasse l’Armenia. Sorpreso impreparato da queste minaccie, nel 55, il re dei Parti sembrò cedere, chiese pace, diede ostaggi ai Romani. Ma Tiridate non lasciò l’Armenia. D’altra parte, se le truppe che Corbulone aveva trovate in Siria, erano sufficienti per una dimostrazione militare, non bastavano ad una guerra. Per questa occorreva restaurare la disciplina nelle legioni ammollite dall’Oriente e dalla pace; aumentarne gli effettivi, rifornirle di armi e trasportare in Asia qualcuna delle agguerrite legioni dell’Occidente. Prevedendo che l’accordo del 55 sarebbe solo una tregua e volendo definire in modo stabile le cose d’Oriente, gli uomini che governavano in nome di Nerone, mentre costui veniva in discordia con la madre, diedero a Corbulone i mezzi per riorganizzare le legioni d’Oriente.