80. Poppea Sabina e l’assassinio di Agrippina (marzo del 59). — Così tra il 56 e il 58, mentre in Roma, intorno a Nerone e ad Agrippina discordi, si raggruppano i due partiti che da Augusto in poi avevano turbato la repubblica — il partito della giovane nobiltà e il partito tradizionalista — si preparava in Oriente un forte esercito. Pur troppo però la lotta tra il figlio e la madre diventò mortale, a partire dall’anno 58, ossia dopochè Nerone, dimenticata Acte, si innamorò di Poppea Sabina. Poppea apparteneva ad una ricca e cospicua famiglia romana: era bellissima, colta, piacevole, e come suo marito Otone, apparteneva alla nobiltà che ammirava ed imitava i modi e costumi dell’Oriente. Suo marito era il più famoso tra tutti i giovani aristocratici di Roma per la eleganza e per il lusso[75]. È facile imaginare quel che successe, quando Nerone si fu innamorato di Poppea. Essa capì che il giovane imperatore smaniava di darsi tutto a quella vita di lusso e di piaceri in cui essa viveva; ma che l’impacciavano i resti della sua rude educazione romana, la soggezione che ancor gli incuteva Agrippina, e la vecchia aristocrazia in mezzo a cui era cresciuto e viveva. Incominciò quindi a stuzzicarlo, canzonandolo per la ineleganza dei suoi modi, delle sue vesti, delle sue feste, delle sue case; citandogli l’esempio di suo marito. Nerone si accese di un amore sempre più vivo per Poppea, che lo spingeva là dove egli voleva andare; e per esser più libero con lei, spedì Otone in Lusitania con una missione onorifica. Rimasta sola a Roma con Nerone, e vedendo il suo potere sull’imperatore crescer continuamente, Poppea concepì alla fine un piano ardito: farsi sposare da lui, dopo aver divorziato da Otone. Nerone mutò a vista d’occhio d’abitudini, modi e propositi; non vide più Agrippina che rare volte, appena pochi istanti e alla presenza di terzi; mostrò perfino, egli che sino ad allora era stato così indifferente alla politica, una improvvisa smania di lasciar una sua orma nelle pubbliche cose. Un bel giorno si presentò al senato e propose nientedimeno che di abolire in tutto l’impero tutti i vectigalia, cioè tutte le imposte indirette. I vectigalia pesavano assai sulle classi minute, e sul piccolo commercio; non si poteva dunque imaginare proposta più popolare. Ma i senatori allibirono a sentirla: perchè, se approvata, l’impero avrebbe fatto bancarotta! Si ragionò molto, in senato, di questa proposta; e Nerone si persuase alla fine a desistere; ma pur tuttavia volle fare qualche cosa a favore del popolo, togliendo via, per mezzo di un edictum, molti abusi che rendevano più gravosa al popolo l’esazione di molti vectigalia ed esentando dai vectigalia i soldati[76].

Poppea non fu forse estranea a questo improvviso amore del principe per il popolo. Nerone sempre più inclinava all’idea di sposarla: ma per sposarla doveva ripudiare Ottavia. Ora l’opinione pubblica non avrebbe lasciato senza scandalo e proteste ripudiare Ottavia, che era un esempio di virtù romane, per sposare una donna frivola, leggiera, prodiga come Poppea. Per la forza che ancora conservavano, se non nella vita dei singoli, nell’opinione comune del pubblico i principî del puritanismo tradizionale, un simile divorzio era un passo ardito e pericoloso. Bisognava adunque che Nerone si preparasse a farlo, rendendosi caro e accetto ai soldati, al popolo, alle masse. Senonchè Nerone e Poppea non tardarono ad accorgersi che un altro ostacolo si presentava: Agrippina. Agrippina aveva fatto il matrimonio di Nerone e di Ottavia; Agrippina proteggeva Ottavia; Agrippina aveva dichiarato che, lei viva, Nerone non ripudierebbe Ottavia.

E Agrippina aveva ancora volontà, potere e prestigio quanto bastava per incutere terrore al figlio, in una questione in cui aveva dalla sua l’opinione pubblica. Nerone poi era pauroso, debole, incerto. Non è quindi meraviglia se egli si spaventasse di questa opposizione della madre; ed esitasse. Che cosa successe allora? Noi siamo qui al punto mortale della vita di Nerone: quando il giovane imperatore fa il passo irrevocabile sulla via, che doveva condurlo alla rovina e all’infamia. Poppea esercitò tutte le seduzioni per persuaderlo al matricidio? Fu l’opera di Poppea aiutata dai molti nemici, che Agrippina aveva in Roma e nella casa imperiale? Nerone stesso si persuase alla fine che solo ove la madre mancasse, egli potrebbe godersi liberamente l’impero, nel quale sempre più vedeva uno strumento di piacere e di lusso? Noi non possiamo rispondere sicuramente a questi quesiti. Certo è invece che nel 59 Nerone si indusse a far uccidere la madre, dopochè il comandante della flotta, il liberto Aniceto, gli ebbe preparato un progetto, che doveva assicurare il segreto. Nerone non era così stolto da non sapere che neppure ad un imperatore era lecito, in Roma, macchiarsi impunemente le mani con il sangue della madre. Perciò Aniceto aveva pensato di fabbricare una nave con una botola segreta: se a Nerone riuscisse di far salire la madre su quella nave, dei marinai fidati potrebbero in mezzo al mare calarla a fondo e seppellire nelle acque Agrippina e il segreto della sua morte.

Il racconto, con cui Tacito ha descritto questo famoso assassinio, è troppo noto, perchè occorra ripeterlo a lungo. Nella primavera del 59 Nerone, che era a Baia, finse di voler riconciliarsi con la madre; l’invitò da Anzio, ove si trovava, alla sua villa; la accolse con rispetto e tenerezza. Quando Agrippina, lieta e riconfortata, si accinse a ritornare sulla nave preparata da Aniceto, Nerone l’accompagnò a bordo, abbracciandola teneramente.... E la nave partì, in una bella sera di primavera, con un mare placido e tranquillo che non minacciava naufragi. Agrippina, stesa sopra un letto, si godeva la bella sera. Ma quando i marinai aprirono la botola, fosse difetto del congegno o imperizia e trepidazione dei sicari, la nave non affondò così presto come si era creduto; piegò invece da un lato; e Agrippina ebbe il tempo di gettarsi in mare mentre i sicari, nella confusione, uccidevano una sua compagna di viaggio, credendo di uccidere lei. Ma all’alba, poco dopo che i sicari avevano portato a Nerone la notizia che Agrippina era sparita in fondo al mare, giunse alla villa dell’imperatore un liberto di Agrippina, ad annunciare a Nerone che la nave, per un accidente, aveva fatto naufragio, ma che essa aveva potuto salvarsi a nuoto, raggiunger la costa e quindi una sua villa vicina. Agrippina aveva certamente capito la vera ragione di quello strano naufragio in piena calma, ma faceva le viste di non aver capito, il che era l’ultimo ed unico scampo. Che cosa poteva essa fare, contro un principe, che non indietreggiava neppur innanzi al matricidio?

Ma Nerone invece sbigottì; temè che Agrippina correrebbe a sollevare le legioni, denunciando il delitto. Che cosa accadrebbe, quando queste sapessero che egli aveva tentato di trucidare la figlia di Germanico? Fuori di sè per lo spavento, Nerone mandò a chiamare Seneca e Burro, che certo non avevan saputo nulla dell’infame progetto, e raccontata tutta la verità, chiese loro consiglio ed aiuto. Pare, almeno se Tacito non ha messo del suo troppo colore nel descrivere questo episodio, che dapprima i due consiglieri non sapessero che consigliare: poi Seneca avrebbe chiesto a Burro che cosa succederebbe se si ordinasse ai pretoriani di compiere l’opera incominciata: avrebbe dato, con mezze parole e in forma di domanda, il consiglio di far uccidere Agrippina. Ma Burro, che non voleva prendersi una tal responsabilità avrebbe risposto subito che i pretoriani non avrebbero mai uccisa la figlia di Germanico. Poi aggiunse che, se si veniva a tale idea, Aniceto e i marinai della flotta potevano forse, poichè ci avevano posto mano, condurre a termine l’impresa.... Anche egli dava lo stesso consiglio di Seneca, ma con mezze parole e lasciando la responsabilità a Nerone. Nerone mandò a chiamare Aniceto, lo supplicò di salvarlo e di ridargli una seconda volta l’impero. E Aniceto che, se Agrippina viveva, correva il rischio di pagare il fio di tutto questo sanguinoso imbroglio, non esitò. Con un manipolo di marinai corse alla villa di Agrippina e l’uccise.


81. La guerra armeno-partica (58-60). — L’irrevocabile era compiuto. Ma la morte di Agrippina era tale avvenimento, che non si poteva pensare di nasconderla. Bisognava dunque raccontarla in modo da sviare i sospetti. Nerone e i suoi consiglieri spedirono al senato una relazione, secondo la quale Agrippina, scoperta ad ordire una congiura contro l’imperatore, si sarebbe uccisa. Ma Agrippina aveva amici fedeli; ma in questa versione la congiura e il suicidio eran stati collegati troppo goffamente con quello straordinario naufragio, a cui nel racconto era pur stato necessario di alludere, perchè ormai tutti ne avevano avuto notizia. La versione ufficiale non fu creduta; delle dicerie strane non tardarono a circolare; e in mezzo a molti particolari fantastici il pubblico indovinò il vero. Un improvviso orrore agghiacciò Roma e l’Italia. Certo il popolo di Roma e d’Italia si era molto corrotto: ma non al punto, da non sentir ribrezzo di un matricidio, amiche se commesso da un imperatore. Nerone si spaventò, rimandò a miglior tempo il divorzio e il matrimonio con Poppea; e per parecchi mesi non osò tornare a Roma.

Ma non successe nulla. L’orrore che il pubblico aveva sentito non si manifestò con nessun atto irreparabile; le legioni non si mossero; il senato finse di creder al racconto ufficiale della morte di Agrippina. Se Agrippina, che negli ultimi suoi anni era stata tanto odiata, diveniva ora l’oggetto della commiserazione universale, Roma non seppe andare oltre il rimpianto sterile. Le notizie dell’Oriente aiutarono Nerone a superare il primo sdegno, che era il più pericoloso. Nella primavera del 58, come abbiamo visto, Corbulone aveva iniziato la riconquista dell’Armenia. Suscitandogli difficoltà interne, il generale romano era riuscito a impedire al Re dei Parti di soccorrere Tiridate. Ma non per questo l’impresa dell’Armenia gli era riuscita facile. Al numeroso esercito romano Tiridate aveva saputo opporre un’agile e implacabile guerriglia, costringendo così l’avversario a suddividere le sue forze. Alla fine del 58 Corbulone era riuscito ad occupare e ad incendiare Artaxata, ma non a distruggere le forze di Tiridate, che ricomparve nella primavera successiva a ostacolare la nuova avanzata di Corbulone da Artaxata a Tigranocerta. Di nuovo la guerriglia ricominciò. Tuttavia, e sia pure a prezzo di grandi sofferenze, l’esercito romano riuscì, nell’autunno del 59, a occupare Tigranocerta; e poco dopo Corbulone metteva sul trono dell’Armenia Tigrane, discendente di Erode il grande e del re Archelao, che da lungo tempo viveva in Roma. Parte dei territori furono dati invece a Farasmane re degli Iberi, a Polemone re del Ponto, ad Aristobulo re dell’Armenia minore e ad Antioco re della Commagene[77].


82. La insurrezione della Britannia (60). — Le notizie di questa guerra e di queste vittorie suscitarono a Roma un gran giubilo. Da Augusto in poi non si era compiuta in Oriente un’impresa così felice; i tempi del grande Pompeo sembravano tornati; feste ed onori a Nerone furono decretati senza parsimonia, come se gli affari dell’Oriente fossero stati assestati per sempre e non soltanto per pochi mesi. Ma insomma quella gioia, anche se passeggera, giovava a Nerone; e non valsero a turbarla le notizie meno liete, che di lì a poco giunsero dalla Britannia. Mentre il governatore, Svetonio Paolino, il miglior generale dell’impero dopo Corbulone, attendeva ad allargare le conquiste romane nella parte occidentale dell’isola, e a impadronirsi dell’isoletta di Mona (Anglesey), venerato santuario del druidismo, tutta la provincia romana gli insorgeva alle spalle (anno 60). Le imposte, le leve, l’affluire dei mercanti italiani, le perturbazioni della conquista, avevano provocato questa prima rappresaglia. Rivolta grossa, che Svetonio Paolino potè padroneggiare nel corso dell’anno soltanto con rapide e vigorose mosse.