83. Nerone e l’orientalismo: crescenti eccessi (60-62). — Intanto a Roma Nerone, ormai non più in soggezione della madre, rassicurato dall’oblio che scendeva sul suo misfatto, faceva un più ardito passo nelle vie dell’orientalismo. La inclinazione personale e la ragione politica lo spingevano insieme su questa via. Egli voleva aiutare il pubblico a dimenticare Agrippina, dando a Roma e all’Italia il governo facile, splendido, generoso, che corrispondeva alle aspirazioni delle classi più numerose e meno ricche. Nel 60 istituì in Roma, a carico dello Stato, i giuochi Neroniani, qualcosa come gli antichi Ludi Olimpici, da celebrarsi, come questi, di cinque in cinque anni, nei quali, così pare almeno, insieme alle gare di atletica e alle corse dei carri, si tenevano per la prima volta a Roma gare di musica, di canto, di eloquenza, di poesia. A tutte queste prove partecipava l’imperatore, accompagnato dal corteggio di quelli, che ora si dissero i suoi augustani, scelti tra i giovani della nobiltà romana sull’esempio delle Corti ellenistiche dei successori di Alessandro Magno; ma dovevano anche parteciparvi, e vi parteciparono di fatto, tutti gli ordini sociali, tutta la «gioventù dorata» della capitale, mentre l’élite degli spettatori assisteva al grande agone, vestito alla greca. I collegia iuvenum, che Augusto aveva istituiti in Roma e in Italia, perchè fossero scuole di civismo e di religione nazionale, diventano per Nerone scuole di giochi e di arte alla greca[78]. Nerone profuse il denaro, le largizioni, gli spettacoli; iniziò grandi lavori in Roma; aprì la sua casa ai giovani più eleganti e dissipati della nobiltà e volle essere il loro capo e maestro; ogni giorno erano festini, ora nella casa dell’uno, ora nei giardini dell’altro; e in quelli gli ultimi discendenti delle famiglie, che avevano conquistato il mondo, gareggiavano a chi canterebbe o danzerebbe o guiderebbe meglio un cocchio alla corsa. Non che si trattasse di cose nuovissime per i Romani. Roma e l’Italia conoscevano da gran tempo tutto quello, che Nerone voleva ora porre in sommo onore: e gli sciami interminabili dei domestici, e le mule ferrate d’argento e d’oro, e i mulattieri vestiti di lana canusina, e i corrieri adorni di collane e di braccialetti, e le reti d’oro per le partite di pesca, e i profumi orientali pei bagni, e le mille vetture pei viaggi, e i mobili intarsiati di madreperla, e le vesti di seta e d’oro, e le liberalità prodigate ai musici, agli attori, ai gladiatori, e i banchetti sontuosi e le portate ricchissime, e le case splendenti d’oro e di marmi, ricche di bronzi e di dipinti, e i laghi prosciugati, e i mari colmati, e i moniti spianati pel diletto dei grandi. L’ultimo secolo della repubblica e i primi settant’anni dell’impero avevano veduto tutti questi splendori. Non mai però quelle inclinazioni e quei costumi, così sospetti all’Occidente latino, avevano ricevuto incoraggiamento dall’autorità. Perciò questo primo favore, in quell’età esitante tra due avviamenti, sortì un grande effetto. Una smania folle di rinnegare le tradizioni, gli obblighi e i pregiudizi del loro rango, parve impadronirsi dei giovani nelle grandi famiglie; il saper danzare fu merito maggiore che il comandare le legioni; Nerone non ebbe più ritegno alcuno: non aspirò più che a essere ammirato come cantore, e le glorie della terra gli parvero insipide e piccole a paragone di quelle della scena. L’esempio di Nerone, insomma, precipitò in Roma, nelle alte classi, quel rivolgimento dei costumi, che da due secoli veniva lentamente maturando: la diga delle antiche tradizioni puritane parve ad un tratto sopraffatta da una marea di lusso, di piaceri, di dissipazioni, di cui l’imperatore dava l’esempio.


84. Nuove difficoltà in Oriente: l’accordo definitivo con i Parti per l’Armenia. — Ma la tradizione era ancora troppo forte; e non bastava la volontà di Nerone e quella dei suoi giovani amici per distruggerla in pochi anni. In alto e in basso, in tutti gli ordini sociali, molti disapprovavano il nuovo indirizzo e mormoravano. Sono di questi anni, tra il 60 e il 62, i primi libelli contro l’imperatore e la sua Corte, e i primi, sia pur blandi, processi di lesa maestà. La morte di Burro, avvenuta nel 62, guastò maggiormente le cose. Al suo posto era assunto un uomo, Tigellino, con il quale la storia è stata forse severa, ma che ad ogni modo fu uomo ligio e fedelissimo a Nerone. La nuova nomina diceva chiaro che l’imperatore voleva ora governare con uomini suoi e a modo suo. L’autorità di Seneca infatti declina, e, nella prima metà di quest’anno medesimo (62), Nerone divorzia, finalmente, da Ottavia, per sposare Poppea. Siccome però il preferire un’altra donna non era ancora, per l’opinione pubblica, un motivo adeguato di ripudio, almeno per un imperatore, si macchinò contro l’infelice un’accusa di adulterio. Ma ne nacquero agitazioni e tumulti, perchè il popolo parteggiò apertamente per Ottavia, che era una discendente di Druso, contro Poppea, che pareva un’intrusa. Nerone, aizzato da Poppea, tenne duro; Ottavia fu condannata all’esilio e poi uccisa; Poppea ne prese il posto: ma il popolo conservò di Ottavia un vivo e affettuoso ricordo, che doveva servire ai nemici di Nerone, ogni giorno più numerosi.

Mentre il governo di Nerone si faceva a Roma odiare ed amare, lodare e biasimare, grossi avvenimenti accadevano nelle province. I lauri di Armenia appassivano di già. Nel 61 il re dei Parti tentava la rivincita. Alleatosi con il re dell’Adiabene, spediva costui, con una parte del suo esercito, ad invadere l’Armenia, mentre egli si disponeva ad attaccare la Siria, ripetendo la doppia mossa, che tante volte i re dei Parti avevano tentata nelle loro guerre contro Roma. Ma questa volta la mossa sembrò a Corbulone così minacciosa, che, lasciate a Tigrane solo due legioni, raccolse tutto il resto dell’esercito in Siria; scrisse a Roma di mandare un esercito con un nuovo generale in Armenia, poichè egli bastava appena a difendere la Siria; e aprì negoziati con il re dei Parti per indurlo a sospender la guerra e a trattare con Roma, lasciandogli capire che sarebbe facile intendersi. Siccome il re dell’Adiabene aveva fallito in un suo attacco su Tigranocerta, il re dei Parti accolse il consiglio di Corbulone e mandò gli ambasciatori. Così la guerra era stata sospesa. Ma a Roma la prudenza di Corbulone, la sua richiesta di un nuovo esercito per l’Armenia, le sue trattative con il re dei Parti, erano state assai male accolte. Come tante volte è successo ai generali prudenti e assennati, toccò a Corbulone di esser trattato di pauroso e di incapace da quelli che facevano sicuri e tranquilli la guerra sulle rive del Tevere. L’ambasciata del re dei Parti fu rimandata senza risposta; e in Armenia fu spedito un altro generale, come Corbulone aveva consigliato; ma in persona di un certo Cesennio Peto, che si vantava a gran voce di voler insegnare a Corbulone la risolutezza e l’audacia. La nomina di Peto era un biasimo a Corbulone, il quale però fu lasciato in Siria. Peto arrivò con un esercito in Armenia, a quanto pare, nella seconda metà del 61; subito si buttò alle offese, mentre Corbulone fortificava poderosamente l’Eufrate. Ma nella primavera dell’anno seguente, Peto sembra essersi lasciato sorprendere da poderose forze nemiche, con una parte delle sue forze, presso Randeia sul fiume Arsaniade, affluente dell’Eufrate. Dopo aver costretto con una abile finta Corbulone a raccogliere le maggiori forze sull’Eufrate, i Parti attaccavano in Armenia. Corbulone accorse in aiuto di Peto, assediato in Randeia: ma già Peto, prima del suo arrivo, aveva capitolato, impegnandosi per salvare l’esercito a sgombrare l’Armenia, che tornava dunque nelle mani dei Parti. Peto avrebbe voluto, a dispetto della promessa, invadere l’Armenia con le forze unite, le sue e quelle di Corbulone: ma Corbulone non volle. E siccome il re dei Parti aveva chiesto che ritirasse i presidi posti al di là dell’Eufrate, ricominciò a trattare e fu convenuto alla fine che le forze romane si ritirerebbero di qua dell’Eufrate, e che il re dei Parti sgombrerebbe l’Armenia.

L’Armenia era libera così dall’autorità romana come dalla partica. Ma invano si cercò di far passare questo accordo come una vittoria di Roma. Era chiaro che lo sforzo fatto per prendere piede in Armenia aveva fallito. Nerone consultò tutti i personaggi eminenti, e fu deliberato di ritentare l’impresa. Peto fu richiamato; Corbulone solo messo a capo di un forte esercito. Ma Corbulone non mutò stile, e si servì nel 63 del poderoso esercito affidatogli, come di una minaccia per venire a trattato. Roma e i Parti essendo egualmente deboli in Armenia, l’accordo fu conchiuso. Tigrane fu messo in disparte per sempre; Vologese ottenne quello che già aveva chiesto nel 61, l’investitura del regno d’Armenia per il proprio fratello Tiridate; ma il fratello del Gran Re dovette acconsentire a ricevere dalle mani stesse di Nerone il diadema regale, recandosi a Roma. Un principe partico sederebbe sul trono d’Armenia come vassallo di Roma: questa la faticosa transazione.

Intanto la rivolta della Britannia non si era spenta. Lo stesso vigore, con cui Svetonio la reprimeva, sembrava riattizzarla. Onde era stato necessario che il principe ordinasse un’inchiesta sul luogo, e poi finalmente affidasse la provincia ad un nuovo governatore (a. 62). Ma mentre occorreva spedire in Britannia rinforzi dalla Germania e indire leve per reintegrare le legioni decimate, sulla linea del Danubio, l’impero doveva resistere a una interrotta serie di piccoli attacchi di popolazioni stanziate al di là del fiume, e dar principio a vere e proprie spedizioni contro Sarmati e contro Sciti[79] che, felicemente riuscendo, avrebbero fatto pensare ad una grande spedizione caucasica.


85. L’incendio di Roma (luglio 64). — Frattanto a Roma Nerone pareva compiacersi a sfidare sempre più audacemente quella parte dell’opinione pubblica, che era più fedele alla tradizione. Fu in questo tempo, nell’anno 64, che Nerone comparve sul teatro di Napoli, dinanzi a un vero pubblico, e cantò: la maggiore follia, forse, commessa da lui, dopo l’assassinio della madre. Non per caso egli aveva scelto Napoli, che era allora una città greca. Ma è facile imaginare come trasalirono l’Italia e Roma! La scena era per i Romani una professione infame, per quanto necessaria al piacere degli uomini: che un Claudio, che il discendente della più antica e illustre famiglia della nobiltà romana, che il capo dell’impero avesse voluto comparire in un teatro, in veste di istrione, a sollecitare l’applauso di un pubblico di Greci, era uno scandalo, per un verso peggiore anche di un delitto! Perchè un delitto poteva incutere orrore, e questo atto suscitava invece riso e disprezzo. Ora per gli uomini che devono comandare ai loro simili, è bene che non ispirino nè orrore, nè riso, nè disprezzo; ma tra i due mali, è meglio che ispirino orrore, anzichè riso e disprezzo.

Ma di questo capriccio non si videro subito gli effetti, perchè una grande calamità sopraggiunse di lì a poco a distrarre le menti: l’incendio di Roma, famoso tra tutti nella storia, che nel luglio del 64 devastò per dieci giorni la città, distruggendone quasi interamente dieci delle quattordici regioni, in cui Augusto aveva diviso la città. Alla prima notizia, Nerone volò a Roma, ove non potè neanche impedire la distruzione della propria casa. Ma egli fece tutto quanto era in suo potere per lenire il danno irreparabile. Aperse agli abitanti, rimasti senza tetto, gli edifizi pubblici e i suoi stessi giardini; fece venire dai municipi vicini tutto il necessario perchè essi fossero alla meno peggio riparati ed equipaggiati; adottò provvedimenti per risparmiare agli afflitti dal fuoco il secondo flagello di una carestia.