Ma tutto lo zelo dell’imperatore non impedì che in pochi giorni nascesse e si divulgasse in Roma una strana leggenda. Sulle cause dell’incendio si sono scritti quanti volumi basterebbero a riempire una piccola biblioteca, tante sono le congetture che si sono volute provare o confutare; e con altrettanto ingegno quanto con poco resultato, perchè non c’è modo di provare nè che Roma sia stata bruciata da Nerone, nè che le abbiano dato fuoco i Cristiani o gli amici di Pisone, di cui dovremo tra poco occuparci. D’altra parte la congettura più semplice e più verosimile sarà sempre quella che Roma sia bruciata per accidente, come tante altre città. È noto che città intere bruciano spesso, quando sono ancora per la maggior parte costruite di legno; e tale era il caso di Roma allora, massime nei quartieri popolari. D’altra parte è molto più semplice e verosimile congetturare che, nella stagione calda, un fuoco appiccatosi a poche case per accidente siasi dilatato e abbia incenerito quartieri interi, massime se il servizio dei pompieri era manchevole, anzichè il supporre che un uomo o una setta abbiano imaginato lo straordinario piano di far di una città intera un bel falò e che siano riesciti ad eseguirlo! Ma gli uomini, quando sono oppressi da una grande sventura, vogliono sempre attribuirla alla malizia dei loro simili: la carestia, agli incettatori; l’epidemia, agli avvelenatori; la sconfitta, al tradimento. Così allora il popolo si persuase che Roma era stata malignamente incendiata: ma da chi? Non bisogna dimenticare che Nerone, con i suoi eccessi, con le sue prodigalità, con i suoi delitti, con il suo governo molle e generoso, attirava e spaventava nel tempo stesso l’anima popolare. Non è meraviglia che l’incendio di Roma sembrasse alle masse una punizione divina per i piaceri inconsueti ed illeciti, che da due lustri il principe e il popolo insieme godevano. Da questo scrupolo a credere al primo malintenzionato, il quale assicurasse che Roma era perita per volontà del principe, il passo era corto. In breve si sparse la voce che Roma era stata incendiata per ordine di Nerone; e per quanto la voce fosse assurda — Tacito stesso lo riconosce — fu creduta da molti.


86. I Cristiani e la «prima persecuzione». — Che l’incendio fosse opera maliziosa era persuasione così generale, che l’autorità dovè procedere ad una inchiesta, per trovare i colpevoli. E l’inchiesta conchiuse, attribuendo la responsabilità della catastrofe a una setta religiosa, il cui nome fu pubblicamente pronunciato per la prima volta in questa occasione, e che doveva diventare poi ben altrimenti famoso: i Cristiani. Questa setta era nata circa quarant’anni prima in Giudea, nel seno del giudaismo. Da secoli gli Israeliti attendevano che Dio inviasse loro il Messia, il quale riscattasse il popolo dalla servitù e lo riconducesse alla pristina gloria ed indipendenza; che lo facesse anzi, come premio della legge divina osservata, il popolo eletto sulla terra. Ma negli ultimi lustri della seconda metà dell’ottavo secolo, dopochè Roma era stata fondata, nei borghi e nella cittadina della Giudea il Messia era apparso, dichiarandosi figliuolo di Dio, ad annunciare non già la risurrezione nazionale, ma la prossima palingenesi del mondo, il prossimo avvento del regno di Dio. Al gran giorno, il Messia apparirebbe sulle nuvole, circondato di angeli; i suoi discepoli sederebbero intorno a lui su dei troni; i morti risusciterebbero al grande giudizio; i buoni, gli eletti, vestiti di luce, si sederebbero all’eterno festino preparato da Abramo; i reprobi andrebbero alle Gehenne. All’imminente regno di Dio gli uomini dovevano prepararsi ascoltando il Messia; liberando la religione da tutte le forme e i vincoli esteriori, di cui il giudaismo l’aveva impastoiata, praticando una morale di una sublime altezza e purezza. Suprema legge delle anime doveva essere l’amore, la fraternità, la pace tra il servo e il padrone, tra la donna e l’uomo, tra il giudeo e il romano, tra il cittadino e lo straniero, e l’odio contro quanto negava tutte queste cose, l’ipocrisia del fariseo, l’avarizia del ricco, l’orgoglio dei soprastanti. L’odio spirituale, non la violenza della ribellione: chè il regno di Dio doveva incominciare ad esistere nell’animo degli uomini convertiti.

L’annunciatore del regno di Dio aveva trovato in Giudea un certo numero di discepoli devoti: ma l’opera sua era stata presto troncata dalla persecuzione del Giudaismo decadente. Senonchè, dopo la morte di Gesù, la nuova setta, perseguitata in Giudea, aveva varcato i confini per opera dei primi e più fedeli discepoli; si era diffusa a poco a poco in tutto l’impero, tra i Giudei ed i pagani, moltiplicando in molte città, grandi e piccole, minuscole comunità di cristiani; all’annuncio originario del Regno di Dio, della palingenesi e del giudizio degli uomini, che doveva seguire la apparizione del Messia, aveva sostituito — e molto ci aveva contribuito un grande uomo convertito alla setta dopo la morte di Gesù, Paolo di Tarso — la dottrina della redenzione dell’uomo dal peccato originale e dal male, che il figlio di Dio, Gesù Cristo, aveva fatta con il suo sangue, immolandosi sulla croce: alla morale di Gesù, che inculcava soprattutto l’amore e la fratellanza, aveva aggiunto — e anche questo in parte per opera di Paolo — una morale che per amor di Cristo domandava agli uomini di vincere le cattive passioni, che avevano maggiormente guasta e corrotta la società greco-romana, come la sensualità e la cupidigia. Così la nuova setta cristiana si era staccata dal giudaismo, di cui aveva abbandonato anche uno dei riti più antichi e venerati, la circoncisione; e da trenta anni lentamente si diffondeva nell’impero. Era anche entrata in Roma, e aveva fatto seguaci, specie tra il popolino: schiavi, liberti, stranieri d’origine orientale. Forse, anzi, la nuova setta era già così numerosa al tempo di Claudio, che i Giudei, anch’essi numerosi nella metropoli, l’avevano molestata[80].

Come l’autorità romana fosse condotta ad accusare questa setta dell’incendio è un mistero. Può darsi che a molti cristiani i folli eccessi di Nerone e l’incendio di Roma sembrassero proprio le calamità dalle quali, secondo Gesù, la palingenesi del mondo e l’avvento del regno di Dio dovevano essere annunciati. Si aggiunga che tra i pagani in Roma c’era molta diffidenza per le cerimonie segrete e per i costumi così singolari dei cristiani; che, peggio ancora, ebrei e cristiani in Roma, come dappertutto, erano tra loro nemicissimi. Non è inverosimile che l’indifferenza o anche la gioia dei cristiani per l’incendio, per quell’inizio, finalmente avveratosi, della palingenesi universale, fossero senz’altro scambiate per indizio di colpevolezza; che questo vago sospetto fosse subito raccolto dal principe, il quale aveva bisogno di un responsabile; e che fosse confermato dalle delazioni e calunnie degli ebrei e dalle confessioni, che le torture avranno strappate ai più deboli tra i primi accusati[81]. Così cominciò quella che fu detta la prima persecuzione cristiana: ma impropriamente, perchè i cristiani, se furono le vittime della persecuzione, non furono perseguitati perchè cristiani[82].


87. La ricostruzione di Roma e la grande crisi finanziaria dell’impero. — L’incendio era stato una calamità, ma non irreparabile. Toccava a Nerone tramutarlo in una iattura peggiore, per l’ambizione di ricostruire sulle rovine dell’antica, una città di bellezza insuperabile.

L’incendio di Roma sembra avere offerto alle smanie orientali dell’imperatore un’occasione nel tempo stesso grandiosa e pericolosa. La città incenerita era ancora la vecchia città ricostruita tumultuariamente sulle ruine dell’incendio gallico, cresciuta di secolo in secolo a caso, rabbellita alla meglio da Agrippa e da Augusto: nell’insieme una città brutta, in paragone delle grandi metropoli dell’Oriente. Nerone volle dare all’Impero una capitale, la cui bellezza e magnificenza fosse pari alla potenza. Il disegno non era privo di grandezza e di nobiltà: ma per attuarlo rapidamente occorrevano somme immense; e per aver questo denaro Nerone dovè ricorrere ai più pericolosi espedienti. La maggior parte delle improvvisate condanne e confische nei processi di lesa maestà, le ammende per reati nuovi e bizzarri, tutta la lunga lista delle sanzioni pecuniarie, che i contemporanei e i posteri attribuirono alla inaudita ferocia del principe e dei suoi ministri, ebbero la prima ragione in questo bisogno di danaro. Ma poichè cotesti mezzi non bastavano, l’impero fu spremuto a sangue. Dai santuari più celebri, dagli edifici pubblici, dalle case private sono strappate le offerte preziose dei fedeli, le immagini degli Dei, le statue più pregiate. Le cariche e gli impieghi pubblici sono di nuovo messi all’asta, e i magistrati, di nuovo, costretti a rifarsene sui sudditi. Si accrescono le imposte e si inaspriscono le esazioni. Nemmeno l’Italia va immune da tanto flagello. Subito dopo l’incendio Nerone ordina una contribuzione generale per provvedere ai bisogni urgenti della metropoli. Per giunta, in questo anno incomincia ad alterare le monete, coniandole di minor peso: l’aureus, quasi purissimo, coniato da Augusto, discende, da una media di gr. 7,64 ad una di gr. 7,34; e il bel denario argenteo dei primi anni dell’impero è ridotto da gr. 3,90 a 3,40, mentre la sua lega sale dal 5 al 10%.


88. La congiura di Pisone (65). — Queste disgrazie, questi errori e questi eccessi spiegano a sufficienza come i due anni, seguiti all’incendio di Roma, siano stati i più difficili del governo di Nerone; e come nel 65 si tentasse nella aristocrazia una grande congiura contro l’imperatore. Il suo capo apparteneva a una delle più aristocratiche famiglie romane, C. Calpurnio Pisone. Con lui partecipavano al complotto senatori, cavalieri, plebei e repubblicani puri, ufficiali del pretorio, tra cui addirittura uno dei due prefetti, il collega di Tigellino, Fenio Rufo; un poeta, come Lucano; perfino Seneca, l’ex-precettore di Nerone[83]. Par che scopo della congiura fosse uccidere Nerone ed innalzare all’Impero Pisone. La congiura fu scoperta per mero caso; e, come è facile intendere, repressa con un furore spietato. I processi e le condanne durarono tutto l’anno 65 e parte del successivo. Lucano, Seneca, quel C. Petronio che l’arte contemporanea ha tanto prediletto, un gran numero di senatori e di ufficiali, caddero vittime. E repressa la congiura, come spesso succede, Nerone, invece di ravvedersi, fece di peggio: sia che il potere lo ubbriacasse, sia che la paura lo avesse esasperato, si abbandonò interamente alla sua natura sfrenata; procedè di eccesso in eccesso.