89. Il viaggio di Nerone in Grecia e la rivolta della Giudea. — Sullo scorcio del 66 l’imperatore partì alla volta della Grecia, accompagnato da un nugolo di Augustani, di ammiratori, di claqueurs, quanti forse — si disse esagerando — sarebbero stati bastevoli a muovere contro al gran Re. Nerone intendeva partecipare alle gare dei giochi periodici della Grecia, che tutte aveva voluto si celebrassero insieme in un anno solo! I Romani non avevano visto mai un principe avvilire a quel modo la maestà dell’impero ai piedi dei sudditi orientali. Chè un principe cantore ed attore era per i romani l’ignominia suprema.

Ma Nerone era appena giunto in Grecia che grossi avvenimenti accaddero in Giudea. La Giudea era travagliata da una irrequietezza insanabile, sin dal tempo nel quale, in quest’angusta contrada, si erano incontrati faccia a faccia l’ellenismo siriaco dei coloni greco-macedoni con le sue tendenze cosmopolite, col suo scetticismo, col suo materialismo, con il suo sensualismo, e il mosaismo indigeno, che era nel tempo stesso la più viva e esclusiva delle religioni orientali: un corpo di riti e di regole — regole di pietà, di purezza, di condotta pratica — che avvolgevano, come nella maglia di una corazza, la vita di ciascun israelita e della comunità tutta intera. Lo spirito esclusivo della religione aveva rinforzato l’avversione per il governo straniero, e reciprocamente, come l’aveva provato la monarchia dei Seleucidi, a cui questa doppia ostilità era stata così funesta. Di questa discordia incomponibile Roma aveva profittato, per agguantare il paese; ma impadronitasene, si era trovata alle prese con le stesse difficoltà, costretta a governare un popolo nel quale la religione fomentava l’odio della signoria straniera, e quest’odio rinfocolava il fanatismo religioso. Si aggiunga che Roma aveva dissanguato il paese con le imposte e che la Giudea era stata invasa da italici e da greci, i quali, aiutati dal governo, cercavano di arricchire sul paese. Per tutte queste ragioni l’intransigenza religiosa delle masse si era esacerbata; di nuovo gli annunzi dell’arrivo prossimo del Messia, che questa volta avrebbe liberato la Giudea e non stabilito il regno di Dio, avevano esaltato gli spiriti. Si era formato nel paese un partito antiromano, così implacabile contro gli stranieri come contro i tepidi dell’interno, i così detti Zelanti o Zeloti, come allora si denominavano, che avevano inaugurato in Giudea un vero e proprio terrore, giustificando con la religione e l’amor patrio il brigantaggio di parecchie popolazioni della Palestina. Da molti anni la Giudea era insanguinata, nelle città e nelle campagne, da eccidi, da combattimenti, da assassinî, in cui il fanatismo religioso e l’odio contro lo straniero avido e prepotente si sfogavano insieme con gli istinti anarchici, che sonnecchiano nel cuore di tanti uomini e popoli. Le cose peggiorarono negli anni 65 e 66, quando nacque la difficoltà dell’amministrazione di Cesarea, che gli ebrei volevano fosse giudaica, i greci greca; e dopo molti disordini, zuffe, trattative, verso la metà del 66 la rivolta scoppiò aperta. Alla fine del settembre del 66 la piccola guarnigione romana, rinchiusasi in tre castelli dominanti Gerusalemme, capitolava ed era trucidata; e l’agitazione dalla Giudea traboccava in tutta la Siria meridionale, fino all’Egitto, ove nelle città grandi e piccole gli Ebrei tentarono movimenti rivoluzionari. Il governatore della Siria, Cestio Gallo, aveva radunato in fretta un esercito e invaso risolutamente la Palestina, deliberato ad annientare di un sol colpo l’insurrezione. A prezzo di gravi perdite era riuscito a entrare in Gerusalemme; ma non a prendere il Tempio, entro le cui mura l’esercito ribelle si era fortificato. Non potendo rimanere nella città ostile, egli deliberò di uscir da Gerusalemme e di accamparsi nelle vicinanze: ma nella ritirata fu assalito dalle truppe rivoluzionarie, subì gravissime perdite, e dovè ritirarsi sino ad Antipatris.


90. Tito Flavio Vespasiano. — Quel che avvenne in Roma a queste notizie, facilmente si immagina. A questo dunque ci si ritrovava, dopo tanti trionfi vantati dagli amici dell’imperatore? In Oriente si era accettato alla fine un trattato, che rinunciava per sempre all’Armenia[84]. In Britannia la pace era stata comperata a prezzo di concessioni[85]. Le guerre con le popolazioni transdanubiane e con le popolazioni Caucasiche non s’interrompevano mai. Ora sopraggiungeva la rivolta della Giudea! Ma l’imperatore — è forza riconoscerlo — provvide al pericolo con prontezza e vigore, trovando l’uomo che ci voleva, e non tra gli illustri discendenti delle antiche famiglie. Era costui T. Flavio Vespasiano, un senatore la cui nobiltà aveva origine molto recente, perchè suo nonno Tito Flavio Petronio era un reatino, un modesto plebeo, che aveva combattuto a Farsaglia come centurione tra i Pompeiani, e poi era stato amnistiato da Cesare. Il figlio del centurione, Flavio Sabino, s’era arricchito, quale pubblicano, prima in Asia e poi tra gli Elvezi; e da lui erano nati due figliuoli, che ambedue si erano dati — e furono i primi della famiglia — alla carriera politica, entrando a far parte del senato. Vespasiano era il secondo; aveva percorso tutto il curricolo delle magistrature fino al consolato, e preso parte alla conquista della Britannia sotto Claudio, ma senza segnalarsi in modo particolare; e senza esporsi troppo in mezzo alle lotte che infuriavano in Roma, tenendosi insomma in disparte e al sicuro. A questo senatore oscuro Nerone affidava ora il comando della guerra in Giudea, con ingenti forze raccolte da tutte le parti dell’impero.


91. La guerra di Giudea (67). — Ma la scelta era buona. La guerra di Giudea doveva essere asprissima. Certamente agli Ebrei mancavano la concordia e l’organizzazione che sole possono guerreggiare contro uno Stato potente e forte di poderosi eserciti. Le classi alte, pur desiderando l’indipendenza, credevano i Romani invincibili, e avevano orrore di quel fanatismo religioso e nazionale, da cui la insurrezione era nata e nel quale ribollivano confusamente le aspirazioni a una rivoluzione sociale. L’insurrezione non poteva dunque trovare, in queste classi che sole avrebbero potuto somministrarli, tutti i capi di cui aveva bisogno. Ma il fanatismo era così grande, ed era così vigorosamente stimolato dagli Zeloti, che anche senza menti che la dirigessero, senza alcun concerto degli sforzi, e pur frantumandosi in un grande numero di centri, la Giudea oppose una resistenza terribile. Quando, nel 67, Vespasiano entrò nella provincia ribelle, alla testa di 60.000 uomini, dovette riconquistare città per città, borgo per borgo, tra stragi inaudite. Tutto l’anno fu necessario per riconquistare la Galilea, e solo nel 68 il generale romano potè entrare nella Giudea, ma non per marciare diritto su Gerusalemme, acropoli della rivoluzione, bensì per debellare prima le minori resistenze, che erano ancora numerose. Sebbene fosse scoppiata una lotta fra gli Zelanti e i Moderati, che ormai, usciti di speranza, volevano venire a patti coi Romani, Vespasiano ebbe a sostenere una vivissima lotta, specialmente sotto le mura di Gerico. Ma quando, alla fine di maggio, Gerico cadde, e Vespasiano ebbe aperta innanzi a sè la via di Gerusalemme, grossi eventi in Occidente sopraggiunsero a mettere di nuovo tutto in pericolo.


92. La preparazione di una grande guerra Caucasica e la rivolta dell’Occidente (67-68). — Nerone aveva passato in Grecia l’anno 67, profondendo il denaro, cercando di rinnovare i costumi e le tradizioni del passato, occupandosi di giuochi e di feste, ma non di queste soltanto, come si ripete troppo sovente. Nerone, cui talora non mancava una certa grandezza di vedute nelle cose dello Stato, pensava a tagliar l’istmo di Corinto, e preparava un’altra spedizione agli estremi confini orientali d’Europa, che solo Pompeo, nell’inseguimento faticoso di Mitridate, aveva visti e conosciuti: una spedizione verso quelle che si dicevano le Portae Caspiae, nella regione del Caucaso. La spedizione era certamente diretta ad arginare per sempre le insistenti e fastidiose scorrerie delle popolazioni scitiche e sarmatiche nelle più orientali province europee. L’imperatore la meditava da anni, e solo ora, più volte interrotto a mezzo, contava di condurla finalmente ad effetto. Egli aveva preso all’uopo importanti disposizioni: erano state create due nuove legioni; numerosi corpi di milizia erano stati distaccati da tutte le legioni dell’Occidente e dell’Oriente; gli arrolamenti fra i cittadini delle province erano stati accresciuti; l’Italia stessa aveva dovuto fornire un nuovo contingente suo proprio, una legio Italica, che fu denominata Phalanx Alexandri, e sarebbe stata posta agli Ordini del nuovo Alessandro Magno[86]. Ma in mezza a questi progetti e sogni, in mezzo alle feste, ai viaggi e alle pazzie a cui si abbandonava in Grecia, nell’inverno del 67-68, l’imperatore apprendeva che in Italia le cose andavano molto male; onde al principio del 68 ritornò in Italia proprio a tempo, per apprendere che una insurrezione era scoppiata in Gallia.

Il governatore della Gallia Lugdunense, che aveva preso l’iniziativa di questa rivolta, era un nobile Gallo, un Aquitano romanizzato: C. Giulio Vindice. Che un romano di fresca data come questo Aquitano, i cui antenati erano stati dei celti barbari, fosse il primo a sentire il dovere di insorgere contro lo sfrenato orientalismo di Nerone, non è un semplice caso. È prima prova di un fenomeno, cui dovremo tra poco ritornare; ossia della forza con cui le idee e i sentimenti del romanesimo avevano attecchito nelle classi alte delle province occidentali. Nell’Italia settentrionale, in Spagna, in Gallia c’erano delle ricche famiglie che, per quanto romanizzate da poche generazioni, erano più fervide nel loro attaccamento alle tradizioni della repubblica aristocratica, che le vecchie famiglie della nobiltà di Roma. Tuttavia il tentativo di Vindice non parve lì per lì pericoloso. Non avendo un esercito, egli aveva cercato di raccoglierne uno segretamente tra i Galli, nel tempo stesso in cui si era sforzato di muovere parecchi generali romani, che egli credeva contrari all’imperatore. Ma uno solo aveva prestato orecchio alle sue sollecitazioni: Servio Sulpicio Galba, governatore della Spagna Tarraconese: uomo serio, energico, ricco, di nobilissimo lignaggio, per tradizione di famiglia poco incline ai Giulio-Claudî, e come tutta la nobiltà seria disgustato dallo sgoverno di Nerone. Alla morte di Caligola, si era parlato anche di lui, come di un possibile imperatore. Cosicchè, quando Vindice aveva levato lo stendardo della rivolta, si era trovato solo; e Nerone potè, senza troppo inquietarsi, ordinare al governatore della Germania superiore, L. Virginio Rufo, di reprimere la tentata insurrezione. Virginio infatti vinse a Vesontium (Besançon), in una corta battaglia, Vindice, che si uccise. Ma Nerone non potè molto rallegrarsi della vittoria: chè l’esercito vincitore avea proclamato sul campo Virginio imperatore e a questa rivolta seguì subito quella di Galba e delle legioni di Spagna.