93. La fine di Nerone e la caduta dei Giulio-Claudii (giugno 68). — Nerone tentò di resistere: fece dal senato dichiarar Galba nemico pubblico; ordinò che le milizie, le quali si avviavano alle Porte Caspie, tornassero indietro, e che i marinai della flotta di Miseno fossero ordinati a legione e si tenessero pronti per uno sbarco nelle Spagne; spedì corrieri alle legioni dell’Illiria con l’ordine di radunarsi ad Aquileia; emise un’ordinanza per una speciale contribuzione di guerra; armò schiavi pubblici e privati; quindi, fatto più audace dalla gravità del caso, destituì i consoli, di cui non si fidava, e dichiarò che egli stesso sarebbe partito alla testa delle legioni contro i ribelli. Ma la sua sorte dipendeva dalla fedeltà dell’esercito, specie della guardia; e con i suoi delitti, i suoi eccessi, le sue stravaganze, Nerone si era troppo screditato anche nell’opinione delle masse e quindi dei soldati. Fatti arditi dal visibile crollare dell’autorità di Nerone, i senatori avversi a lui e quelli amici di Galba si industriarono per scuotere questa fedeltà. Sembra certo ch’essi riuscirono ad accordarsi con uno dei due prefetti del pretorio, Ninfidio Sabino, il collega di Tigellino, e per suo mezzo con una parte dei pretoriani — ufficiali e soldati — nonchè di una coorte germanica, addetta alla guardia personale dell’imperatore. Ma quando Nerone apprese che si stava tramando, e su scala più vasta, la congiura di Pisone; allorchè udì che i suoi stessi pretoriani lo tradivano, perdette la testa, e con pochi amici e con pochi soldati ch’egli reputava fedeli a tutta prova, corse a rifugiarsi nei giardini Serviliani sulla via Ostiense, che appunto l’avevano ospitato altra volta, durante la congiura di Pisone. Scomparso il principe, il governo ritornava al senato; ma la maggioranza dei nemici di Nerone non era concorde. Chi voleva restaurare senz’altro la repubblica, chi affidare la difesa dello stato a Galba, chi elevare all’impero Virginio Rufo. Invece i capi dei pretoriani ribelli, se erano disposti a deporre Nerone, erano risoluti a non perdere nessuno dei privilegi, che l’impero avea loro procurati, a batter moneta, anzi, con il nuovo trapasso imperiale. Ninfidio Sabino tagliò il nodo di queste incertezze: convocò i pretoriani e li persuase che, scomparso Nerone, non restava loro altro a fare che unirsi alle legioni di Spagna, e proclamare Galba imperatore.
L’energia dei soldati sopraffaceva ancora una volta le esitanze e le discordie del senato. Il senato oramai non era più libero nella sua scelta. Opinando in senso diverso, si sarebbe opposto alle milizie della Spagna e di Roma, avrebbe rialzato le sorti dei pochi amici di Nerone; facendo sua la deliberazione dei pretoriani, abdicava alla propria volontà. Tuttavia la discussione e la lotta in senato non furono brevi. Se la opposizione riuscì facilmente a deliberare la decadenza del principe e a dichiararlo nemico dello Stato (hostis publicus), non per questo si potè, in una prima seduta, scegliere il nuovo imperatore. Il pubblico, anzi, credette che la repubblica era senz’altro restaurata e si abbandonò a grandi dimostrazioni di giubilo, quali Bruto e Cassio avevano invano sperate centododici anni prima, nelle fatali idi di marzo. Ma la repubblica non poteva reggersi senza la forza; il senato era disarmato, e i generali, ch’esso credeva più fedeli alla repubblica, Virginio Rufo, ad esempio, lontani. Una seconda seduta decise delle sorti dello Stato: anche il senato elesse S. Sulpicio Galba[87].
L’impero era salvo, ma Nerone era perduto. Questi, uscito dal suo rifugio, che aveva giudicato malsicuro, si era, di notte, recato fuori porta Nomentana, in una villa di un suo fedele liberto. Per via aveva udito le grida dei pretoriani acclamanti a Galba e imprecanti al suo nome; colà aveva vissuto parecchi giorni, finchè la mattina del 9 giugno 68 — la data è congetturata con verosimiglianza, ma non sicurissima — mentre sopravvenivano i soldati per ghermirlo e trascinarlo all’estremo supplizio, con l’aiuto di uno dei suoi fedeli liberti, si era finalmente suicidato. Non aveva ancora 31 anni!
La famiglia dei Giulio-Claudii era estinta. L’ultimo suo membro spariva, infamando per l’eternità quel nome di Nerone, che dalla seconda guerra punica in poi era stato il più glorioso di Roma.
Note al Capitolo Dodicesimo.
[73]. Tac., Ann., 12, 66-67. Si noti che Svet. Claud., 44, dice che sul modo con cui Claudio sarebbe stato avvelenato correvano versioni diverse, di cui egli racconta parecchie, assai diverse da quella raccontata con tanta sicurezza da Tacito. E si noti anche che uno scrittore contemporaneo Giuseppe Flavio (A. J., 20, 8, 1), esplicitamente dichiara che l’avvelenamento era una diceria, raccontata da alcuni: due fatti che confermano essere anche questa una delle tante storielle inventate sul conto della famiglia dei Giulio-Claudii.
[74]. Tac., Ann., 13, 4: teneret antiqua munia senatus: consulum tribunalibus Italia et publicae provinciae adsisterent: illi patrum aditum praeberent: se mandatis esercitibus consulturum.
[75]. Tacito racconta la storia di Nerone, Poppea e Otone in due modi diversi, in Ann., 13, 45 e in H., 1, 13. — Abbiamo seguito gli Annali, perchè molto più semplici, chiari e verosimili che le Storie; sebbene Svetonio (Otho, 3) e Plutarco (Galba, 19) si accostino a queste.
[76]. Cfr. Tac., Ann., 13, 50.