Tale fu la cosiddetta persecuzione di Traiano. In verità Traiano si restrinse a dare ai nemici dei cristiani, che reclamavano spietati rigori, una piccola soddisfazione, che era nel tempo stesso una persecuzione e una difesa dei cristiani, se si paragona quel che l’imperatore concede con quel che i nemici dei cristiani chiedevano. Processandoli e perseguitandoli blandamente, l’autorità imperiale salvava i cristiani dallo sterminio a cui i loro nemici li avrebbero condannati, se l’autorità imperiale non li avesse frenati.


22. Le guerre d’Oriente (114-116). — Sulla fine del 113 o sui primi del 114, il senato fregiava il principe del solenne titolo, con cui il paganesimo onorava Giove: il titolo di Optimus[25]. Senonchè quei nove anni di pace non erano stati fine a se stessi, ma preparazione ad una grande impresa di guerra in Oriente, simile alla conquista della Dacia in Occidente. Traiano voleva ripigliare e ingrandire ancora il disegno di Cesare e di Antonio; muovere, come Alessandro Magno, alla conquista di tutto l’Oriente, dall’Eufrate alle sponde del Golfo Persico. Le cose di Oriente, sempre in bilico, sollecitavano di nuovo, intorno al 114, un intervento romano, perchè il re dei Parti, Cosroe, aveva insediato in Armenia un suo nipote, Partomasiri. In quel momento però la Parzia era lacerata da una grossa guerra civile; Cosroe era uno dei tre re che si contendevano il trono; era dunque facile, in quelle circostanze, combattere i Parti coi Parti stessi, adoperando le arti politiche di un Augusto e di un Tiberio. Ma Traiano era un soldato, un grande soldato e voleva anche, come la nuova aristocrazia che ammirava in lui il suo eroe, far rilucere di nuovo prestigio le armi romane a tutte le frontiere dell’impero. Egli pensò quindi essere giunto il tempo di tagliar con la spada il nodo della questione orientale, invece che ingarbugliarlo ancora più con nuove trattative e combinazioni. Il disordine in cui giaceva l’impero partico parve offrire un’occasione propizia. Perciò nella primavera del 114, Traiano mosse da Antiochia alla testa di grandi forze alla conquista dell’Armenia. Invano Partomasiri si presentò inerme al campo romano, chiedendo l’investitura del regno. L’Armenia fu dichiarata provincia romana (114); la Mesopotamia invasa l’anno seguente e, nella sua porzione superiore, dichiarata provincia romana (115). Ma il vero assalto all’impero Partico fu cominciato solo nella primavera del 116. In questo anno, valicato il Tigri, Traiano occupava l’Adiabene e l’Assiria, che riduceva anch’esse a province: indi, ripassato il fiume, si impadroniva di Babilonia; poi marciando di nuovo sul Tigri, entrava in Ctesifonte; donde proseguiva la sua marcia trionfale sino alle sponde del Golfo Persico (116). Così almeno sembra risultare dai confusi racconti degli antichi scrittori.

Traiano era veramente giunto al sommo della gloria. Par proprio che a questo punto egli si sia illuso di esser riuscito nell’impresa fallita a Cesare e ad Antonio, e di aver fatto di Roma un immenso impero, mezzo asiatico e mezzo europeo. A credere, anzi, agli storici antichi egli già sognava una spedizione in India e una gloria maggiore di quella di Alessandro. Ma se l’ebbe, l’illusione fu di corta durata. Alle sue spalle, mentre egli avanzava nell’Asia, il fanatismo nazionale dei paesi da lui conquistati di sorpresa si risvegliava. Nel 117 la Mesopotamia e l’Assiria insorgevano; e la repressione fu così difficile e sanguinosa, che Traiano dovè risolversi a dare, in Ctesifonte, la corona partica a uno dei pretendenti in conflitto, un Partamaspate, sperando così di impedire che i Parti si unissero alla rivolta. Ma la rivolta dilagò invece al di qua dell’Eufrate. Implacabili nel loro odio, i Giudei coglievano l’occasione ed insorgevano in Palestina, a Cipro, in Egitto, in Cirenaica. Intanto i Mauri ripigliavano le loro scorrerie contro la provincia di Africa; i Bretoni si agitavano; i Sarmati minacciavano di rompere di nuovo la linea del Danubio. L’impero aveva bisogno di tutta l’intelligenza di Traiano. Quando, ad un tratto, ammalatosi, Traiano spirava a Selinunte, lasciando, tragica fine di un impero luminoso, mezzo l’impero in fiamme (agosto 117).

Note al Capitolo Terzo.

[18]. Cfr. Tac. Ann. 3, 55: Questo capitolo dà in iscorscio una storia del lusso in Roma, ed è un documento di importanza capitale. Che la aristocrazia introdotta da Vespasiano in senato portasse dei costumi più semplici, è detto con grande precisione: novi homines e municipiis et coloniis, atque etiam provinciis, in senatum crebro adsumpti, domesticam parcimoniam intulerunt: et quamquam fortuna, vel industria, plerique pecuniosam ad senectam pervenirent, mansit tamen prior animus. Sed praecipuus adstricti moris auctor Vespasianus fuit, antiquo ipse cultu victuque.

[19]. Plin. Paneg. 69.

[20]. Plin. Paneg. 27-28. Cfr. C. I. L. IX, 1455; XI, 1127.

[21]. Plin. Epist. IX, 30. Il miglior commento a queste parole di Plinio è dato dalle numerose fondazioni alimentari di origine privata, che si spargono su tutto l’impero. Cfr. C. I. L. II, 174; V, 5262; VIII, 1641; X, 6328; XI, 1602; XIV, 350.

[22]. C. I. L. VI, 958.