[23]. Plin. Epist. X, 96 [97], 10. La autenticità di questa lettera è stata lungamente e oziosamente discussa, perchè non c’è alcuna seria ragione di metterla in dubbio. Cfr. G. Boissier, La lettre de Pline au sujet des premiers Chrétiens, in Revue d’archeologie, 1876; Ramsay, The Church in the Roman Empire before a. 170, London, 1893, p. 196 sgg.; V. Allard, Histoire des persecutions pendant les deux premiers siècles, p. 145 sgg.; A. Manaresi, L’impero romano e il Cristianesimo. Torino, 1914, p. 105 sgg.
[24]. Plin. Epist. X, 97 [98].
[25]. C. I. L. III, 7086, l. 33 e annotazioni relative.
CAPITOLO QUARTO ADRIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DELL’ELLENISMO
(117-138)
23. L’adozione di Adriano: ragioni e significato. — Sotto Traiano — e dopo la prova fatta con lui — la nobiltà senatoria — o almeno la sua parte più savia — aveva riconosciuto come principio legittimo di successione nel potere imperiale l’adozione, quale Nerva l’aveva praticata: l’adozione, fatta dall’imperatore, con il consenso del senato e al di fuori di ogni considerazione di parentela, di un collega che sembrasse degno e che diventerebbe poi il successore. Plinio il giovane ce lo dice in un passo importantissimo del suo Panegirico[26]. Questo procedimento, pur escludendo l’aborrito principio dell’eredità, sembrava salvare la elezione dell’imperatore dai due pericoli che tante elezioni avevano viziato: la violenza dei soldati, le incertezze e le discordie del senato. Senonchè Traiano, attivo, intelligente com’era, non aveva mai sentito il bisogno di scegliersi un collega. Solo quando all’improvviso capì che la morte era vicina, si ricordò che egli aveva ancora questo dovere da compiere verso il senato e l’impero. Ma il tempo e il modo di mettersi d’accordo con il senato, non c’erano. Egli perciò diede senz’altro esecuzione ad un suo antico disegno, e sul letto di morte adottò un suo ufficiale: un suo cugino e nipote per matrimonio, P. Elio Adriano.
24. La rinuncia alle conquiste orientali di Traiano. — P. Elio Adriano era, come Traiano, di origine spagnola; apparteneva dunque alla nobiltà provinciale; e non era meno di Traiano imbevuto di romanesimo. Generale valente, il suo merito era stato riconosciuto da Traiano, che gli aveva affidato incarichi importanti in tutte le guerre, e poco prima di morire, al momento di tornare in Italia, il comando di tutto l’esercito d’Oriente. Ed era, come Traiano, un seguace zelante della grande tradizione aristocratica e repubblicana. Il suo primo pensiero, appena ricevuta, a distanza di pochi giorni, in Antiochia, la notizia dell’adozione e della morte di Traiano, fu di riconoscere senza riserve i diritti del senato. Ai soldati che subito l’acclamarono, ricordò che solo al senato spettava di eleggere gli imperatori; indi si affrettò a scrivere all’assemblea chiedendo la conferma dell’autorità imperiale, e scusandosi di aver frattanto esercitato il potere, per la necessità di non lasciare in quei gravi frangenti l’impero senza capo. E di lì a poco egli ripeteva la promessa già fatta da Traiano, di non condannare nessun senatore, nè mai tralasciò occasione di affermare che lo Stato non era cosa sua, ma del popolo[27]. Ciò non ostante egli iniziò il suo governo, abbandonando tutte le conquiste orientali fatte da Traiano, fuori che l’Arabia Petrea, e riconducendo il confine dell’impero all’Eufrate. Restituì l’Assiria e la Mesopotamia ai Parti; riconobbe Cosroe; ridonò all’Armenia l’antica indipendenza.
Adriano giustificò questo ripiegamento con le tradizioni della politica repubblicana, citando Catone e gli altri grandi politici della vecchia Roma, che non avevano mai voluto allargare troppo l’impero[28]. Nè si potrebbe oggi contestare che la deliberazione fosse savia. Ma non è dubbio che essa spiacque molto alle classi alte di Roma, inebriate dalle imprese di Traiano. Ciò è così vero che, approfittando del malcontento pubblico, alcuni vecchi generali di Traiano, tra i quali Cornelio Palma, il conquistatore dell’Arabia, tentarono una congiura per rovesciare il nuovo imperatore; congiura che, scoperta e punita dal senato durante l’assenza di Adriano, macchiò di sangue il principio del suo governo. Ma i malcontenti avevano in una certa misura ragione di considerare questo atto del nuovo imperatore come il segno di un indirizzo nuovo, diverso e in parte anche opposto a quello di Traiano. Adriano non era solo un generale valente e un senatore romano, imbevuto dall’antico spirito aristocratico: era anche un appassionato cultore della letteratura, della filosofia, delle arti belle, di tutte le scienze allora conosciute; e un ellenista così ardente, da parlare il greco meglio del latino. Perciò molti nemici gli avevano appiccicato il nomignolo di «greculo», prima che diventasse imperatore. Egli voleva imitare Augusto e Tiberio e mettersi sulla difesa, non solo perchè l’impero vivesse più sicuro entro confini più ristretti, ma perchè potesse spendere una parte del denaro, prodigato da Traiano in guerre e conquiste, ad abbellire le città, ad accrescere la istruzione, a far più efficace, più regolare e più giusta l’amministrazione, più dolci ed umane le leggi, più razionale ed agile il diritto; in una parola a conciliare l’ellenismo, maestro di ogni arte e scienza, e il romanesimo, maestro della guerra e del governo, in un impero mezzo orientale e mezzo occidentale, forte per armi, savio nelle leggi, splendido nelle arti della pace. Questa conciliazione è lo scopo a cui mira questo spagnuolo romanizzato nel suo lungo governo, di cui siamo costretti a riassumere i principali atti per gruppi, la loro successione cronologica essendo incertissima.