Adriano, il sereno principe greco, non amò quella seconda Antiochia. Egli si occupò degli istituti locali d’istruzione, specie del Mouseion, discusse coi suoi dotti; ma qualche anno dopo scriveva ad un amico: «Io conosco bene l’Egitto, che tu mi lodi, questo popolo incostante e leggero, che s’agita al minimo rumore. È una razza sediziosissima, vanissima, insolente. La capitale è ricca, tutto vi abbonda e tutti essa alimenta. Nessuno vi rimane ozioso: gli uni lavorano il vetro, altri fabbricano la carta o tessono il lino; tutti hanno un mestiere; lavorano anche i gottosi, i ciechi, i podagrosi.... Ma il Dio di tutti, è il danaro.... Resta veramente a desiderare che questa grande città abbia costumi più consoni al suo nobile ufficio di capitale dell’Egitto»[44].
32. La nuova insurrezione giudaica (132-135). — Sulla fine del 131, Adriano era di nuovo in Roma, ove consacrava il Tempio di Venere e Roma. Nello stesso anno promulgava, dopo averlo fatto approvare dal senato, l’Edictum perpetuum. Ma l’anno seguente, il 132, fu turbato dagli avvenimenti d’Oriente. Durante l’ultimo viaggio Adriano aveva ordinato di ricostruire Gerusalemme, le cui rovine dovevano sembrare a lui, amico della pace e delle arti, come una mostruosa cicatrice sul corpo dell’impero: ma sotto forma di una splendida città greco-romana, simboleggiante anche in Palestina la fusione del romanesimo e dell’ellenismo. Agli Ebrei invece questo dono dell’imperatore parve un’ingiuria suprema. La città santa del giudaismo sconciata a metropoli greco-romana, con edifizi grandiosi, santuari pagani, bagni, teatri, e ribattezzata con il sacrilego nome di Aelia Capitolina! Il fanatismo religioso divampò; i giudei insorsero sotto un capo, un Messia popolare, un Simone Barkokeba o Barcosiba (Figlio della Stella) (132).
Adriano non dette sulle prime grande peso a quel movimento. Ma mentre egli, nel 132, ricominciava dalla Grecia le peregrinazioni per le province orientali dell’Impero, Roma perdeva la provincia di Giudea. Gli eserciti romani, mandati a reprimere la rivolta, subivano, uno dopo l’altro, gravi e replicati rovesci. Occorse alla fine delegare a quell’impresa uno dei migliori generali, Sesto Giulio Severo, che condusse la guerra con severità implacabile. Si disse ch’egli avesse fatto perire fra i tormenti i capi della rivolta; che distruggesse cinquanta fortezze e circa mille villaggi e che perissero nella guerra non meno di 600.000 giudei combattenti! (134). Solo dopo questa carneficina, Adriano potè recarsi a Gerusalemme e riprendere i lavori della colonia.
33. Gli ultimi anni di Adriano (135-138). — Doveva essere quello l’ultimo viaggio del grande principe. Tornato in Roma egli divise le cure degli ultimi anni tra le arti e gli affari. Terminò la Villa tiburtina: meravigliosa città improvvisata, che oltre ai giardini, alle fonti, ai boschetti ombrosi, ai portici, alle gallerie, alle rotonde, ai bagni, alle basiliche, alle biblioteche, ai teatri, ai circhi, ai templi splendenti di metalli e di marmi, doveva contenere un piccolo esemplare di tutte le cose più belle, che il principe aveva ammirate nell’impero; e che ogni tanto dovevano animarsi di cori, di gente, di luci, tal quale egli le aveva vedute nella realtà[45]. Ma quell’uomo che, come Ulisse, tanto aveva peregrinato, era ormai preso dal tedio della vita, che forse un male nascente aggravava. Sentendo venir meno le forze, come Nerva e come Traiano, dovè pensare al successore, e di nuovo applicare quel procedimento dell’adozione, con cui l’aristocrazia senatoria pensava di aver provveduto alla successione, combinando ingegnosamente il principio della scelta con quello della parentela. Scelse prima L. Ceionio Commodo Vero, per quali ragioni non sappiamo, il personaggio non essendoci noto per nessun rispetto. Ma Vero moriva il 1º gennaio 138: l’imperatore adottò allora T. Aurelio Fulvo Antonino, che assunse il nome di T. Elio Adriano Antonino, e lo fece suo collega nell’impero, facendogli dare la potestà tribunizia e l’impero proconsolare. Gli impose però di adottare L. Vero, il figlio cioè di colui sul quale per primo aveva posto gli occhi come successore; e M. Annio Vero, il futuro Marco Aurelio, che era nipote di Antonino, un giovinetto di 17 anni, molto caro ad Adriano. Per qual ragione egli obbligasse il suo successore a queste adozioni, che in un certo modo indicavano anche il successore del successore, noi non sappiamo. Sei mesi dopo, il 10 luglio del 138, egli moriva a Baia.
34. Il governo di Adriano. — Noi sappiamo che, morto Adriano, il senato si mostrò per un momento avverso alla proposta, fatta dal suo successore, di onorare la memoria; che minacciò perfino di non ratificare i suoi atti, e che solo a fatica potè essere indotto a desistere dalla sua opposizione. Questo fatto, e la congiura che era stata tramata subito dopo la adozione di Vero, provano che c’era nella aristocrazia una forte corrente avversa alla persona e alla politica dell’imperatore, sebbene questa avversione non fosse così forte come quella di cui furono oggetto quasi tutti gli imperatori della casa Giulio-Claudia. Quale fu la ragione di questa opposizione? Forse il suo tentativo di conciliare l’ellenismo e il romanesimo. La antica Roma, orgogliosa della sua potenza, gelosa della sua supremazia, ritrovava nel rinnovato spirito tradizionalista della nuova nobiltà, un’ultima forza di resistenza contro questo imperatore ellenista, giurista, protettore delle province, dalle arti, dalle lettere, della filosofia. Le lunghe assenze da Roma, le riforme amministrative, la protezione accordata alle arti, alla lettere e alla filosofia, i lavori largamente prodigati alle città, le gigantesche costruzioni, la smania di abbellire l’impero di tutti gli splendori dell’ellenismo, la sua politica estera prudente e aliena dalle conquista, urtavano i pregiudizi superstiti del romanesimo. Si aggiunga che, per avere il denaro necessario a tante spese, egli dovette inasprire i rigori del fisco; e che se aveva cominciato il suo governo condonando le imposte arretrate, creò poi l’advocatus fisci per difendere contro le arti dei privati i diritti del tesoro imperiale. Si aggiunga da ultimo che un’opera così vasta, e che tentava di conciliare elementi così contrastanti, non poteva svolgersi senza contradizioni, scosse, lacune, imperfezioni, di cui i contemporanei dovevano, come sempre, menar grande scalpore. Queste considerazioni possono aiutare a comprendere per qual ragione il governo di Adriano ebbe tanti nemici, non ostante — e forse in ragione — dei suoi meriti. Ma siccome la politica di Adriano era richiesta dai tempi, che ne avevano bisogno, e non giunse nè troppo presto nè troppo tardi, si spiega che questa opposizione sia stata impotente, e, se angustiò l’imperatore, non riuscì a guastarne l’opera.
Adriano condusse alla perfezione la politica di Vespasiano e di Traiano. Il romanesimo doveva essere il nesso politico e militare, l’ellenismo il nesso intellettuale e morale di tutte le genti soggette all’impero. Perciò egli cerca di rafforzare l’esercito con molte riforme, promuove l’incremento e l’abbellimento delle città. Le città, i piaceri e le magnificenze che esse offrivano, gli interessi che ad esse mettevano capo, le occasioni di fortuna che nascevano dal loro crescere, erano ormai il principale vincolo che legava le successive generazioni all’unità dell’impero. Una immensa popolazione che, al riparo di frontiere ben munite, voleva godere ed accrescere gli agi e le bellezze di una fiorente civiltà urbana: tale era l’impero romano ai tempi di Adriano. Come sotto Traiano il romanesimo, sotto Adriano l’ellenismo gettò nel mondo antico gli ultimi suoi splendori. La prosperità dell’impero durerebbe sinchè durerebbe l’equilibrio tra i due elementi: il romanesimo, ossia la forza militare e politica; l’ellenismo, ossia il prosperare della vita cittadina.