29. Adriano e il Cristianesimo. — In Atene pare fosse scritta da Adriano la famosa lettera a Minucio Fundanio, che riguarda i Cristiani. Più generica che la lettera di Traiano a Plinio, essa non precisa che i cristiani siano condannati se rifiutano il culto alle immagini dell’imperatore, ma solo se sono convinti di aver fatto cosa contraria alle leggi; e raccomanda calorosamente di non credere alle accuse infondate e alle calunnie appassionate. Più mite che la lettera di Traiano, quella di Adriano è anche più risoluta nel riconoscere ai cristiani il diritto di essere protetti dall’autorità imperiale contro il fanatismo dei loro nemici[40].
30. Il ritorno a Roma (126-128) e le grandi costruzioni di Adriano. — Sulla fine del 126 Adriano tornava a Roma, ove si soffermò per qualche anno; e pur curando con la consueta sollecitudine ogni parte dell’amministrazione, attese a ornare la capitale di monumenti e di istituzioni nuove. Attese a costruire il grandioso «Tempio di Venere e di Roma» presso il Grande Anfiteatro Flavio. Die’ mano al gigantesco mausoleo per sè e per i suoi successori, i cui avanzi si chiamano oggi il Castel S. Angelo. A Tivoli volle edificare una villa grandiosa, in cui ricostruire i monumenti più belli dell’impero, ammirati nei suoi viaggi. Non è inverosimile che sin da questi anni egli fondasse in Roma, sul Campidoglio, l’Ateneo: edificio ed istituto per l’insegnamento pubblico della filosofia, della retorica, della giurisprudenza. Sotto la sua influenza i collegi giovanili ritornano ad ellenizzare, come al tempo di Nerone e di Domiziano; le compagnie liriche e drammatiche (i così detti sinodi dionisiaci) i concorsi pitici e olimpici, protetti dall’imperatore, ottengono il favore universale; sono istituite apposite scuole di musica; e i musici e gli artisti ottengono ricompense e incoraggiamenti sino ad allora inusitati[41].
31. Il secondo viaggio (128-131). — Ma anche questo soggiorno fu breve; durò due anni. Al primo luglio del 128, Adriano era di nuovo in Africa, nell’accampamento di Lambaesis; ove pronunziava un’arringa ai soldati di cui noi possediamo lunghi frammenti[42]; indi tornava nella sua Grecia, e di là ripigliava la via dell’Asia per recarsi in Siria e in Egitto.
Se nella Siria occidentale l’ellenismo era entrato da gran tempo, il popolo era rimasto siriaco e parlava i dialetti locali; le industrie per cui la Siria prosperava ed andava famosa erano ancora le antiche industrie fenicie: quella della lana, della seta, della porpora, del vetro. Mercanti abilissimi, i Sirii erano gli intermediari del commercio tra la Cina, l’India e le province dell’impero. In Siria la vita era facile, opulenta, attiva, sensuale, raffinata, ricca di piaceri. Par che Antiochia fosse la città antica che prima provvedesse a illuminare le strade di notte; tutte le città siriache del resto erano famose per i comodi e i piaceri della esistenza. Il paese era pieno di Ebrei, emigrati dopo la caduta di Gerusalemme e che vivevano a parte, come accampati in terra nemica.
Dalla Siria occidentale Adriano passò nella parte orientale. Qui non più città industriose o terre coltivate con arte, ma regioni aspre, quasi selvagge, ove il brigantaggio infieriva. Pure con la conquista romana erano entrati nel paese molti semiti, che avevano incominciato a coltivare il suolo e portato i primi elementi di una civiltà urbana. Già il deserto incominciava a esser solcato da vie maestre, da acquedotti e da città sorte come per incanto dal nulla. L’estrema città che Adriano ebbe a visitare, fu Palmira. Anche Palmira ricevette il dono di magnifiche costruzioni e fu elevata al grado di colonia.
Indi l’imperatore passò nella nuova provincia dell’Arabia. Anche qui le classi alte potevano dirsi grecizzate. Anche qui la immigrazione, l’agricoltura, il commercio dimostravano i beneficî dell’impero. Adriano dovette occuparsi specialmente delle strade. Ed anche qui il solerte imperatore ebbe la meritata ricompensa. La provincia coniò medaglie in onore del «Restauratore dell’Arabia»; e la capitale Petra assunse il suo nome[43].
Dall’Arabia Adriano passò in Egitto. La terra delle Piramidi e dei geroglifici da secoli non era più il paese dei templi solitari scavati nelle rupi, sorretti da pilastri colossali e adorni di volti mostruosi di bestie sacre. Dopochè Alessandro l’aveva conquistato, l’Egitto era diventato una cosmopoli operosa, ricca, sempre irrequieta, dove tutti gli elementi del mondo mediterraneo si incontravano. E tale era rimasto sotto l’impero. S’incontravano colà egiziani, greci, ebrei, asiatici d’ogni lingua e razza, romani. Irreconciliabili, la campagna ed i borghi restavano egiziani, le grandi città erano greche, le classi governanti greche con infiltrazioni romane; onde mille discordie e lotte. La alacrità era grande, la popolazione densissima, la proprietà suddivisa, la burocrazia complicata, gli spiriti della popolazione inquieti, facili allo scherno, alla satira, alla sedizione, ingordi di guadagni.