L’Africa era in pieno fiore. Fuorchè la Mauritania, l’antico regno di Bocco, rimasta barbara e ribelle, il rimanente arricchiva, con l’agricoltura, le miniere e le industrie. Forniva a Roma, all’Italia e all’impero bestie feroci per le arene, avorio, marmi preziosi, grano, olio, profumi, tessuti artistici. Cartagine era di nuovo grande e fiorente. Molte città minori ricordavano al visitatore, per l’architettura e per i Costumi, le città dell’Italia. Ma i Numidi, i Libî, i Libo-Fenici, il popolo minuto delle città, i ceti rustici della campagna avevano continuato a parlare i dialetti locali e conservato i confusi e crudeli culti indigeni. I grandi invece parlavano, scrivevano e studiavano il latino, come in Gallia e in Spagna, e già contavano qualche famiglia nell’aristocrazia senatoria. Ma l’Africa era meno puramente o pienamente romanizzata che la Gallia e la Spagna; chè certi elementi locali troppo forti resistevano tenaci.

Anche in Africa Adriano dovette ricordarsi che era il capo dell’esercito. Sembra che, oltre a fare una vigorosa offensiva nell’Atlante, egli abbia dato mano ad un vallum, che ricordava il britannico, ma questa volta incastrando la muraglia nella montagna ed appoggiandovela. Anche qui egli colmò di beneficî le città delle varie province, e per questo si ebbe di nuovo il titolo di Restauratore dell’Africa.


28. Il primo viaggio nelle province orientali. — Dall’Africa, attraverso l’Egitto, Adriano passò in Oriente, dove pare lo chiamasse la minaccia di una nuova guerra col re dei Parti. Un abboccamento con Cosroe valse ad allontanare il nuovo pericolo. La pace coi Parti fu ristabilita.

Adriano potè allora visitare tranquillamente l’Asia e la Grecia. Egli conosceva l’Oriente, dove aveva combattuto sotto gli ordini di Traiano. Ci ritornava ora in tempi più tranquilli; e non solo, come in Occidente, per provvedere alle necessità pubbliche, ma per soddisfare la sua insaziabile curiosità. L’Asia minore era forse nel suo insieme la parte dell’impero più ricca, più industriosa, più colta e più popolata. Certamente il romanesimo non aveva fatto in quella grandi passi; la lingua greca imperava dovunque, salvo forse nei paesi dell’interno e in alcune città colonizzate da Occidentali; gli editti imperiali erano pubblicati in greco; greca era la lingua dei tribunali. Tuttavia anche in queste province i mercanti italici erano numerosi[38]; il diritto romano si faceva strada in mezzo alla varietà dei diritti locali; numerosi asiatici acquistavano la cittadinanza romana; e l’architettura si romanizzava parzialmente, costruendo bagni, acquedotti, ponti, anfiteatri sul modello romano.

Pochi paesi potevano competere con l’Asia Minore per ricchezza. Nell’interno splendide foreste, feraci campi di biade, immensi armenti: il legname e le lane, frigie e galate, erano oggetto di un largo commercio di esportazione. Sulla costa meridionale e occidentale, dalla Cilicia all’Ellesponto, numerose e prosperose le città e le industrie, massime le tessiture: chè nel vasto impero ormai tutto aperto al commercio queste industrie avevano trovato nuovi e ricchi clienti, cosicchè si erano sviluppate anche in alcuni paesi dell’interno, ad esempio nella Cappadocia, precipuamente per opera dell’elemento semitico. Strano paese insomma, in cui l’ellenismo si era incrostato sulla varietà delle tradizioni e dei costumi nazionali, e ove il romanesimo veniva ad aggiungersi all’ellenismo. Nell’insieme però l’Asia Minore, sotto la vernice della grecità, era rimasta orientale. La sua letteratura era improntata alla fantasiosità, alla mollezza, alla verbosità, alla leggerezza asiatica; la religione era una caotica mescolanza di mitologia ellenica, di culti egizio-fenici, giudaici, cristiani, nonchè di culti prettamente asiatici, come quello di Mitra, di Cibele, di Attis.

In queste province Adriano soggiornò parecchi mesi, ma vi sarebbe tornato altre volte per un più lungo soggiorno; ed ogni luogo avrebbe serbato la traccia del suo passaggio: città demolite dai terremoti, resuscitate dalle ruine; città bisognose o modeste, soccorse o abbellite; grandi porti, strade, monumenti di pubblica utilità costruiti con il suo aiuto o per suo consiglio e incitamento.

Dall’Asia Minore, nella primavera del 123, attraverso l’Egeo, costellato dalle Cicladi, ormai per la massima parte desolate e abbandonate, Adriano toccò la Grecia, ove egli pensava trattenersi a lungo.

La Grecia, ahimè!, non era più quella di Pericle o di Demostene. Anche la pace dell’impero le aveva giovato meno che ad altre province più fortunate. La popolazione era scarsa; molte campagne erano o abbandonate o infestate dal brigantaggio; soltanto le città marittime e alcune città interne, poste su vie commerciali molto frequentate, avevano rifiorito e fiorito: Tessalonica, Filippi, Nicopoli, Mantinea, e massime la nuova Corinto, la capitale della Grecia romana. Quanto ad Atene, era adesso una fiorente sede di studi a cui da tutte le parti dell’impero venivano i giovani ricchi. Ma era pur sempre una gran decadenza essersi ridotta a città di professori, per la città che aveva visto tra le sue mura, Eschilo, Sofocle, Pericle, Socrate, Fidia, Platone e Demostene!

Adriano rimase a lungo in Grecia (123-126), non risparmiò spese e fatiche per beneficare il paese. A Corinto costrusse dei bagni in più quartieri della città, e un acquedotto che vi trasportò l’acqua del lago Stymphalos, nascente alla radice del monte Cyllene; a Nemea, un ippodromo; a Mantinea, un tempio a Nettuno. Ad Argo offerse al tempio di Giunone l’uccello favorito della Dea, un pavone d’oro, dalla coda splendente di pietre preziose, e incoraggiò la restaurazione delle corse equestri ai giochi Nemei; tra Corinto e Megara sull’Istmo rese carreggiabile l’angusta e pericolosa Via Scironia. Ma le sue cure maggiori furono per Atene, ove egli parve voler rivivere l’antica età di Milziade e di Isocrate. Vi soggiornò in abito greco; assunse la cittadinanza e rivestì la carica di arconte e di agonoteta; discusse con architetti e con scultori circa gli edifizi, di cui avrebbe ornato la città; coi filosofi, le cui scuole aveva qualche anno prima liberate dalle pastoie di Vespasiano[39], intorno alle loro dottrine; con gli eruditi, dei ricordi del passato. A poco a poco gli Ateniesi del secondo secolo videro, nella pianura dell’Ilisso, sorgere, per volontà di Adriano, le prime fondamenta di una «nuova città» accanto a quella antica di Teseo: una Adrianopoli, decorata di monumenti numerosi, in cui si accoglievano tutte le bellezze di un’arte meno severa, ma più grandiosa. Qui i Greci avrebbero eretto un tempio a Giove e ad Adriano — il Panhellenion — presso cui, già dal 129, si sarebbero celebrati giochi periodici al cospetto dei convenuti di tutta la Grecia.