CAPITOLO QUINTO I PRIMI SEGNI DEL DECADIMENTO
(138-193)
35. Antonino Pio (138-161). — Antonino Pio apparteneva a una famiglia originaria della Gallia, aveva 52 anni, ed era stato console, proconsole dell’Asia, iuridicus per l’Italia e membro del Consilium imperiale. Egli aveva compiuto con onesta fermezza il suo dovere verso la memoria del padre adottivo, impedendo al senato di sfogare l’odio postumo contro la memoria di Adriano. Ma l’atteggiamento del senato era un ammonimento. Un altro ammonimento erano le nuove ambizioni di ingrandimento che richiamavano la politica di Traiano. Si vogliono ora considerare come province romane la Parzia e perfino la Scizia[46]. Antonino intese questi ammonimenti. Era un’anima eletta più che un potente ingegno; e perciò si propose di conservare quel che Adriano aveva fatto più che di continuarne l’opera, cercando insieme di placare con concessioni il risentimento del senato.
Tale è il doppio scopo del suo governo. Egli rispetta l’opera di Adriano: il Consilium principis, la cancelleria imperiale, l’avvocatura del fisco, le riforme militari, l’indirizzo della legislazione civile e della politica estera. Abolisce soltanto gli iuridici per l’Italia. Ma prodiga al senato i compensi. Non si stanca di ripetere ch’egli intende trattare il senato, come, da senatore, aveva desiderato gli imperatori trattassero lui. Amnistia i condannati politici degli ultimi anni di Adriano, e fa a sè una legge della più ampia indulgenza verso coloro che cospireranno contro di lui. Frena l’avidità del fisco, riduce le imposte; anzi, nel 147 o 148, condona ai contribuenti gli arretrati di tre lustri. Rimette in onore le tradizioni e i simboli repubblicani di Roma; restaura gli antichi culti ufficiali romani; è onorato dai senatori, come Vespasiano, ob insignem erga caerimonias publicas curam ac religionem[47].
Con lui, al principe girovago succede il principe sedentario. Sembra che Antonino non abbandonasse mai Roma, checchè avvenisse ai confini dell’impero. Costruì meno e con minore prodigalità di Adriano. In tutti i rami dell’amministrazione cercò di diminuire la spesa; ridusse gli stipendi largiti da Adriano agli artisti, ai musici, per esempio; largheggiò invece con i retori e i filosofi. Schivò la guerra con la Parzia; ma non ostante il suo amore per la pace e il suo rispetto filiale per Adriano, in Britannia accontentò i fautori di conquiste e ritornò ai confini fissati da Agricola. Cosicchè, quando morì, dopo circa 23 anni di governo, i repubblicani e i tradizionalisti di Roma furono veramente in lutto. Con Traiano e con lui il romanesimo aveva irradiato sul vasto impero gli ultimi e magnifici splendori.
Ma tra questi splendori già si vedevano apparire nubi foriere di tempesta. Pare che Antonino lasciasse la moneta romana più deteriorata che non Traiano, avendo egli accresciuto fino ad un terzo la lega del denarius; e certo è che, non avendo mai ispezionato nè un campo nè una frontiera, moriva ignorando che cosa facessero i barbari al di là del Reno, del Danubio, dell’Eufrate, in Africa e nella Gran Bretagna; lasciando l’esercito infiacchito dalla lunga pace, dalla sua noncuranza, dai frettolosi e troppo numerosi arruolamenti di barbari: indebolite insomma su tutte le frontiere le difese e più audaci i nemici.
36. L’imperatore filosofo: Marco Aurelio (161-180). — Come abbiamo visto, all’elezione del nuovo principe aveva già provveduto Adriano. Questi aveva voluto che Antonino adottasse, come figlio, il nipote suo, Marco Annio Vero, che assunse poi il nome del nonno paterno, Aurelio, e il figlio dell’altro Vero, ch’egli per primo aveva scelto come suo successore. Nel 146 M. Aurelio aveva ricevuto la potestà tribunicia e proconsolare; era divenuto dunque collega e successore presuntivo per volontà di Antonino Pio, che morente lo designò infine esplicitamente: ma insomma la sua scelta all’impero risale in prima origine ad Adriano. Morto Antonino, ricordandosi delle intenzioni di Adriano, Marco Aurelio assunse al suo fianco, nell’impero, il suo fratello adottivo, L. Elio Vero, e i due principi si presentarono insieme al senato, ai pretoriani, al popolo.
Marco era un appassionato cultore della filosofia, un fervente seguace della setta stoica, al modo con cui a quei tempi si intendeva da molti la filosofia: non cioè come puro studio, ma come norma di vita e perfetta coerenza tra il pensiero e l’azione. Per la prima volta l’impero di Roma, fondato e sino allora governato da una aristocrazia di soldati, statisti e diplomatici, aveva a capo un filosofo, che ambiva attuare l’ideale etico della scuola stoica. L’ellenismo non aveva ancora riportato un trionfo più grande. Con Marco Aurelio la filosofia, di cui Roma aveva per tanti secoli, più o meno, diffidato, che Vespasiano aveva bandita d’Italia, saliva al governo e non di un piccolo Stato, ma del più vasto e potente impero, innanzi a cui gli uomini si fossero sino allora inchinati. Platone aveva detto che gli uomini e gli Stati sarebbero felici il giorno in cui i filosofi avessero assunto il governo. Avrebbe Marco Aurelio giustificato o sbugiardato il grande pensatore?