37. La guerra orientale (161-166). — L’esperienza doveva essere seria. I tempi diventavano procellosi. Antonino era appena morto, che già si scorgevano gli effetti del suo governo, più destro nel rinviare le difficoltà che forte nell’affrontarle. In Britannia, i Picti irrompevano contro il nuovo vallo, mentre le milizie romane, stanziate nel paese, minacciavano di proclamare un nuovo imperatore. In Germania, sul Danubio superiore e sul Reno, Catti e Cauci si agitavano inquieti, facevano scorrerie nel territorio romano. In Oriente, il re dei Parti, Vologese III, invadeva l’Armenia, scacciava il re, postovi dai Romani; irrompeva nella Siria, mentre i principi vassalli e le stesse città siriache insorgevano contro il dominio romano (161).

Il pericolo più grave era in Oriente. Marco Aurelio ordinò leve, spedì in Siria rinforzi e generali, tra cui lo stesso suo collega L. Vero, e incominciò una guerra lunga e vasta, che poteva ricordare Traiano. Nel 162-163, il generale Stazio Prisco era riuscito a riconquistare l’Armenia e restituire il principe deposto: ma in Siria il generale Avidio Cassio non aveva potuto pigliar subito l’offensiva. Troppo le legioni erano effeminate e indisciplinate. Fu necessario prima istruirle, allenarle, e vincerne lo spirito sedizioso. Alla fine Cassio potè muoversi; e, dopo le prime vittorie, avanzare, se non rapidamente, con vigore; sicchè, come pare, nel 165, giungeva nel cuore dell’impero partico e dava alle fiamme Seleucia e la stessa capitale del regno, Ctesifonte. Entrava a questo punto in campo L. Vero che, fino ad allora pare si fosse occupato in Antiochia del vettovagliamento; e marciando, probabilmente attraverso l’Armenia, invadeva la Media. Si rinnovava la trionfale spedizione di Traiano. Solo allora il re Partico si indusse alla pace; ma questa volta dovette accordare condizioni più onerose del solito, cedere la Mesopotamia superiore: la prima nuova conquista che dall’età di Pompeo, i Romani riuscissero a fare e a mantenere nella regione del Tigri e dell’Eufrate (166).


38. La prima invasione germanica (167-175). — Così, dopo cinque anni, l’imperatore filosofo terminava felicemente una delle più difficili guerre orientali. Ma le legioni vittoriose riportavano in Europa la peste bubbonica, che avrebbe desolato per anni la penisola balcanica e l’Italia. Come se tutte le disgrazie concorressero a un tempo, un nuovo pericolo, sedato quello d’oriente, minacciò a settentrione.

Nel 166 il confine danubiano era rotto, e le province al di qua e al di là del fiume — Dacia, Pannonia, Norico, Rezia — erano invase da una coalizione di varie popolazioni germaniche, che di slancio giunsero sino in Italia: assediarono Aquileia, incendiarono Opitergium (Oderzo), e si spinsero fino al Piave, vera avanguardia delle invasioni, che dovevano nei secoli seguenti sommergere l’impero. Chi o che cosa aveva dato quella prima spinta al grande moto delle genti germaniche? In mancanza di notizie positive, noi siamo ridotti ad ipotesi. È possibile che un grande movimento di popoli slavi e germanici dall’oriente verso occidente abbia spinto i barbari verso le frontiere dell’impero. Ma la spinta maggiore deve essere stata data dalle nuove condizioni della Germania stessa. Confinando e commerciando e combattendo non più con piccoli stati celtici poco meno che barbari, ma con un grande impero civile, come l’impero romano, anche le popolazioni germaniche si venivano a poco a poco incivilendo in una certa misura. Esse imparavano molte cose — buone e cattive — dall’impero, che era nello stesso tempo il loro modello e il loro spavento: anche ad adoperare le sue stesse armi. Non è quindi difficile di spiegare come l’indomabile indisciplina e il continuo guerreggiare scemassero un poco tra i Germani, al contatto dell’impero; e che a poco a poco in questa nebulosa di tribù disgregate si formassero anche in Germania grossi Stati monarchici, rozze imitazioni dell’impero romano, che cercavano di costituire dei governi e degli eserciti. Ma a questo scopo occorrevano denari. D’altra parte non è inverosimile che quel principio di ordine civile introdotto nelle barbare tribù germaniche, facesse crescere la popolazione. Onde una crisi, demografica ed economica, che spingeva le popolazioni germaniche a invadere terre più fertili e a saccheggiare territori più ricchi, e cioè l’Europa del sud e del sud-ovest, incivilita e arricchita dal governo romano. Sinchè l’esercito romano era stato numeroso e agguerrito alle frontiere, i Germani non si erano mossi; ma da parecchi anni la maggior parte delle legioni d’Occidente combatteva in Oriente e contro i Parti una dura guerra, le cui notizie probabilmente giungevano ingrossate e deformate oltre il Reno e il Danubio. Così si può forse spiegare che, in questo tempo, un gran numero di popolazioni barbare, in maggior parte germaniche, tra le quali i Marcomanni, gli Ermonduri, i Quadi, gli Jazigj, i Sarmati, gli Sciti, i Victuali, i Rossolani, gli Alani, si precipitassero, secondo un piano concertato, sulle frontiere dell’Impero, sapendole mal guardate.

A che mirassero gli invasori o se ad altro fine oltre il saccheggio, non sappiamo. Certo è che la sùbita invasione atterrì l’Italia. La grandezza del pericolo è dimostrata dal fatto che questa volta Marco Aurelio, messi da parte i suoi libri, andò in persona a difendere i confini dell’impero. La storia di questa guerra è così frammentaria, che non sarebbe possibile ricostruirla cronologicamente. Noi sappiamo che durò sino al 175 e che fu asprissima; che si dovettero reclutare nuove legioni, e non fu cosa facile, poichè occorse ricorrere a differenti e quasi disperati espedienti; che non si adoperarono solo le armi ma anche gli intrighi e i trattati; che la guerra ebbe varie vicende, ora tristi ora liete; che a un certo momento un’orda di Custoboci si spinse dalla Dacia sin nel cuore della Grecia, e cioè sin ad Elatea nella Focide. Comunque sia, nel 175 l’incendio sembrò domato. Par che i nemici dovettero cedere una striscia di territorio sulla riva sinistra del Danubio, tollerare fortificazioni e guarnigioni romane, impegnarsi a frequentare solo taluni dei mercati provinciali, ed in tempi determinati, obbligarsi infine a fornire milizie all’esercito romano. Ma sembra pure che i nemici ricevettero dei compensi per queste concessioni e che per la prima volta dei barbari fossero accolti entro i confini dell’impero, persino in Italia, ove pare fossero distribuiti come coloni o coltivatori sulle terre dei proprietari: primo principio di una condiscendenza che doveva generare gravi conseguenze[48]. La pace insomma sembra essere stata una transazione abilmente velata.


39. La rivolta di Avidio Cassio (175). — Le ripercussioni di questa guerra sanguinosa, costosa e vittoriosa solo in parte, furono molte e gravi in Italia come nelle province. La Spagna meridionale fu turbata da un’invasione di Mauri: l’Egitto da una insurrezione dei cosiddetti Bucolici, intorno alla quale nulla di preciso si sa. Le finanze furono gravemente dissestate; e pare che per riassestarle alla meglio si deteriorassero ancora più le monete. Segno più minaccioso, nello stesso anno in cui fu conchiusa la pace coi barbari, l’impero fu minacciato da una grossa guerra civile, non per colpa, questa volta, del senato. Il senato era soddisfatto dell’imperatore. Non solo, come i suoi predecessori, il principe aveva rinunziato a giudicare i senatori, ma aveva stabilito che i processi capitali contro i membri del senato fossero discussi a porte chiuse. M. Aurelio continuava la utile consuetudine dei curatores rerum publicarum, ma facendosi scrupolo di sceglierli tutti nell’ordine senatorio; rimetteva al senato le finanze e la politica estera, gli sottoponeva i trattati di pace, e gli abbandonava il diritto di appello. «Nulla, egli soleva ripetere, è dell’Imperatore, la casa stessa in cui noi abitiamo è proprietà vostra». Il senato non avrebbe potuto chiedere di più. Questa volta il segno della ribellione viene, come al principio del governo di Adriano, dall’elemento militare. Autore e capo fu, nel 175, Avidio Cassio, il vincitore dei Parti, il più valente generale del tempo, a cui M. Aurelio, durante le guerre germaniche, aveva affidato l’alto comando di tutto l’Oriente. Quel che questo uomo di guerra pensasse dell’imperatore filosofo, ce lo dice una sua lettera, della cui autenticità, naturalmente, la critica moderna ha dubitato: «.... Povera repubblica, che subisce codesta gente, avida di ricchezze e che riesce ad arricchirsi!! Povera repubblica! Marco è certo un uomo eccellente; ma, desiderando farsi lodare per la sua clemenza, lascia vivere tanta gente, che egli riprova. Dov’è quel L. Cassio, di cui io porto inutilmente il nome? Dove Catone il censore? Dove gli antichi costumi? Le cose perite da gran tempo neanche si desiderano più. Marco fa della filosofia e indaga sugli elementi naturali, sull’anima, su ciò che è onesto e giusto; ma egli non ha la nozione precisa dei bisogni dello Stato. Tu costà vedi bene che sorta d’energia e di azione occorra per rendere allo Stato l’antica natura; io lo vedo qui, osservando i governatori delle province. Ma posso io chiamare proconsoli e presidi codesti uomini, che pel solo fatto di aver ricevuto dal senato o da M. Aurelio delle province, si dànno a una vita sregolata ed ammassano ricchezze? Tu conosci il prefetto del pretorio del nostro filosofo: tre giorni prima era povero e mendico; poi, improvvisamente, è divenuto ricco.... In che modo, io domando, se non a prezzo delle viscere della repubblica, e delle fortune dei provinciali?...»[49].

Questa lettera ci mostra come e per quali ragioni un soldato, un valente soldato, nutrito di vecchio spirito romano, amasse poco l’indirizzo intellettuale e civile che il governo dell’impero aveva preso, da Adriano in poi. Tenacemente l’elemento militare cercava di opporsi a quel nuovo spirito, che sembrava fare Roma straniera a se stessa. Come questo sordo malcontento prorompesse in aperta rivolta, sarebbe difficile dire: pare che Cassio pensasse di dover essere il successore; e che nel 175, sparsasi in Oriente la falsa notizia della morte di Marco Aurelio, egli si affrettasse troppo a proclamarsi imperatore, contando sulle legioni e sui governatori dell’Oriente. Ma quando si seppe che la notizia della morte non era vera e che Marco Aurelio veniva in Oriente, il rispetto dell’autorità e dell’ordine poterono più che l’inclinazione per il pretendente. Cassio fu ucciso, tre mesi dopo il pronunciamento, da due ufficiali. Quando Marco giunse in Antiochia e in Alessandria, l’incendio era già spento (fine 175).