40. La persecuzione dei Cristiani e la fine di Marco Aurelio (175-180). — Ma tutte queste guerre, epidemie, rivolte, avevano sgomentato le popolazioni dell’impero, esaltando la superstizione popolare. Le moltitudini, dopo avere invano chiesto salvezza a tutti gli Dei delle vecchie religioni, si rivoltarono furiose contro i Cristiani. Marco Aurelio, da buon filosofo stoico, non poteva esser molto incline alla nuova «superstizione»[50]; ma la sua naturale e costante mitezza l’avrebbe certamente trattenuto dall’infierire, se il sentimento pubblico, sempre più invelenito contro la minoranza cristiana che ingrossava, non gli avesse fatto violenza. Già tra il 163 e il 167, aveva subito il martirio in Roma S. Giustino, che pure avea fatto liberamente l’apologia del Cristianesimo al tempo di Antonino. Ma la persecuzione era andata facendosi più fiera in seguito; ed era stata come autorizzata da un decreto dell’imperatore, nel quale la tortura e la morte sono comminate ai Cristiani, in quanto Cristiani[51].

Di ritorno dall’Oriente M. Aurelio celebrò in Roma uno splendido trionfo per le vittorie sui Germani e sui Sarmati (23 dicembre 176). Il senato gli decretò allora la bella statua equestre, che ancora si ammira sul Campidoglio, e al Campo Marzio la colonna, che sorge in Roma nella piazza che ne porta il nome, e i cui bassorilievi rappresentano le guerre con i popoli del Danubio. La colonna e la statua erano meritate, perchè il filosofo aveva saputo mutarsi in generale e fare il suo dovere, non risparmiando fatiche per difendere l’impero. Senonchè a questo punto M. Aurelio prese una deliberazione, che nessuno si sarebbe aspettata da lui: L. Vero, il suo collega, essendo morto già da parecchi anni, dopo la guerra partica, egli assunse all’impero, come collega, il figliuolo, L. Aurelio Commodo, facendogli concedere nel 177 la potestà tribunicia, dopochè già alla fine del 176 aveva ricevuto il titolo di imperatore. Commodo aveva allora 15 anni: non si riesce dunque a spiegare come questo filosofo stoico abbandonasse ad un tratto il procedimento dell’adozione, a cui egli stesso doveva l’impero è che aveva fatto così buona prova, e si appigliasse invece ad un tratto, e così temerariamente, al principio dinastico dell’eredità, applicandolo alla cieca ad un ragazzo di 15 anni e ritentando l’esperimento già calamitosamente fallito con Nerone! Questa scelta di Marco Aurelio indurrebbe a credere che Avidio Cassio non avesse tutti i torti, giudicandolo nel modo che abbiamo visto. Comunque sia, quell’atto doveva aver funeste conseguenze, perchè Marco Aurelio non visse a lungo, dopo l’assunzione di Commodo. Nel 178 dovè ripartire di nuovo per la frontiera danubiana, dove l’agitazione germanica ricominciava. Da circa due anni combatteva e trattava con i barbari, allorquando, il 17 marzo 180, morì a Vindobona (Vienna).

Nella amministrazione civile Marco Aurelio, sempre occupato da guerre, non potè pareggiare Adriano; ma lo imitò quanto i tempi consentivano ancora. Costruì poco, perchè i denari mancavano. Ristabilì gli iuridici per l’Italia, aboliti da Antonino. Protesse retori, giuristi e filosofi: par che assegnasse uno stipendio di 100.000 sesterzi ai membri del Consilium imperiale, e di 60.000 ai consulenti giuridici del consiglio. Diede nuovo incremento alle istruzioni alimentarie, creando un prefectus alimentorum, di rango consolare. Continuò ad addolcire e far più agile e umano così il diritto civile come il penale. Insomma, se il mondo non fu sotto di lui felice, non si può negare che l’imperatore filosofo facesse il suo dovere in mezzo a difficoltà poco conformi alla sua indole. Il solo errore che — sembra — avrebbe potuto e dovuto evitare, è la scelta di Commodo. Gli scrittori antichi ci dicono che l’opinione universale indicava in Pompeiano il successore. Perchè non lo scelse? E se l’avesse scelto, sarebbe stato risparmiato il grosso disordine che tra poco narreremo? Terribili questioni, a cui la storia non può rispondere.


41. L’impero alla morte di M. Aurelio: splendori e debolezze. — Con la morte di M. Aurelio si chiude la bella epoca dell’impero. Il secondo secolo dopo C. è l’êra più prospera e felice che i paesi governati da Roma ebbero mai a godere. Le cause di questa prosperità e felicità furono diverse, vicine e remote: la pace profonda che, ad eccezione di pochi e corti disordini locali, regnò nell’interno; il fiorire delle province nella pace e nella sicurezza, incominciato nel secolo precedente; la savia amministrazione dei principi. La grandiosa rete stradale, la diminuita varietà delle lingue, dei pesi, delle misure, delle monete, il ravvicinamento dei costumi, il regolato corso delle acque, la buona polizia marittima, i rapporti con Roma, l’esercito stesso favorivano gli scambi delle lingue, delle merci, delle idee, delle credenze religiose, dei costumi e quindi l’universale arricchimento, la pace e la unificazione spirituale dell’impero. Ovunque si aprono opifici, lanerie, tintorie, fabbriche di armi e di tessuti. Le industrie dell’Oriente, la porpora, la lana, il vetro, l’oreficeria, fioriscono rigogliose, avendo trovato nuove clientele nelle province incivilite dell’Occidente. Anche le parti dell’Europa incivilite più di recente, l’Italia settentrionale, la Gallia, la Spagna, riescono a imitare, sia pure con minor perfezione, le industrie orientali. Numerose navi solcano il Mediterraneo; spedizioni mercantili valicano i fiumi e le terre, si spingono fin nella remota India e nella Cina, a cercare la seta, le perle, il riso, adoperato come una medicina o come una ghiottoneria, le spezie, portando, per pagare gli acquisti, oltre oro e argento, anche derrate e oggetti del Mediterraneo di cui quei lontani paesi facevano uso: vino, per esempio. Come il commercio e l’industria, l’agricoltura è in pieno fiore.

La ricchezza, la cultura, il lusso, l’industria, il commercio si accentrano in poche metropoli, che rigurgitano, si ingrossano, si abbelliscono ed arricchiscono: Cartagine, Alessandria, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Milano, Verona, Lione, per non parlare di Roma. A poco a poco le città minori languiscono. Di questo differente destino che in tante altre civiltà ha colpito le grandi e le piccole città, ci sono tracce nelle fonti antiche; ma una prova indiretta è fornita dalla crescente sollecitudine degli imperatori per le città minori: usurpazione dell’assolutismo, fu detto, mentre è forse da considerarsi come un effetto del loro decadere a vantaggio delle grandi. A mano a mano che le famiglie ricche e le persone istruite si raccoglievano in poche grandi città, nelle minori il ceto governante, le piccole aristocrazie locali, a cui l’amministrazione urbana era affidata, si assottigliavano. L’amministrazione pericolava per difetto di uomini capaci; e l’autorità imperiale doveva in qualche modo supplire.

Con il crescere della ricchezza e l’ingrandirsi delle città si diffonde per tutto l’impero una universale passione dei giochi. I famosi giochi della Grecia — Olimpici, Istmici, Nemei e Pitici — rifioriscono per il favore di un pubblico cosmopolita, che accorre da ogni parte dell’impero, e sono riprodotti, più o meno fedelmente, in molte città dell’impero. Roma, a sua volta, insegna a tutto l’impero i suoi giochi e spettacoli, massime quegli spettacoli gladiatorî, per cui il popolo dell’Urbe aveva tanta passione. Teatri e anfiteatri si costruiscono in ogni città dell’impero; l’Oriente e l’Occidente si mescolano anche nei divertimenti, comunicandosi a vicenda le proprie passioni e i propri giochi; la professione di atleta diventa una delle più proficue e onorifiche. Colui che è stato coronato nei giochi di Grecia o che ha riportato numerose vittorie nelle innumerevoli feste celebrate in tutte le città, diventa nella città sua un personaggio ragguardevole, a cui la legge concede la esenzione da molti carichi pubblici. I corpi pubblici e i privati gareggiano per fare onore a queste «glorie» della città.

Nè la prosperità materiale soffocava lo spirito. «L’impero è tutto pieno di scuole e di discenti», esclamano, concordi, il poeta romano Giovenale e il retore greco Aristide. La letteratura, la filosofia, la scienza cessano di essere il privilegio di piccoli cenacoli, si divulgano come patrimonio comune del genere umano. La cultura non sarà più così profonda e originale come nei secoli precedenti, ma è più universale. L’amore dalla filosofia pervade tutte le classi e il buon gusto si diffonde dalla capitale ai più remoti municipî. In ogni parte dell’impero i privati e le autorità gareggiano nell’abbellire le città e nell’imitare Roma. Il mondo s’era fatto così ricco, così bello, così sapiente, così ordinato, che per un momento il pensiero antico fu sul punto di abbandonare la sua dottrina pessimista della corruzione e di concepire questo grande mutamento del mondo al modo nostro, come progresso. «Il mondo è ogni giorno — scrive uno scrittore cristiano, Tertulliano — più conosciuto, meglio coltivato e più civile di prima. Dappertutto si sono tracciate strade, ogni regione ci è nota, ogni paese è aperto al commercio. Poderi amenissimi hanno invaso le foreste; gli armenti hanno fugato le fiere; si semina nell’arena; si spezzano i macigni. Le paludi scompaiono. Ora ci sono tante città quante capanne un tempo. Non si ha più paura delle isole e degli scogli. Dovunque ci sono case, dovunque abitazioni umane, dovunque governi ben ordinati; dovunque tracce di vita....»[52].

Fugace splendore, invece; attimo fuggente di una prosperità caduca! Da questo tempo incomincia un tragico rivolgimento. Ma il male non viene dal di fuori; nè la colpa delle calamità che incominciano deve essere tutta apposta agli uomini che ora salgono al governo. Il male era interno, e nasceva da uno squilibrio tra le forze che reggevano l’impero. L’impero è governato da un senato, nel quale si raccoglie veramente il fiore delle famiglie ricche e colte delle province, dalla Gallia all’Africa e alla Siria: un’aristocrazia di cui il mondo antico non aveva ancor visto l’eguale, per numero, per coltura, per ricchezza, per raffinatezza di gusti, per nobiltà d’aspirazioni, per varietà di attitudini. In questa aristocrazia le virtù austere del romanesimo sono fecondate dalla cultura greca nella più splendida varietà di attitudini: onde abbondano i generali, gli amministratori, i giuristi, i letterati, i filosofi, i protettori delle arti e delle lettere, che tutti insieme vogliono conservare intatta la forza dell’impero, raffinandola con le arti più elette della pace; e con quanto studio ed impegno, lo attestano Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio. Senonchè mentre la aristocrazia che governava l’impero si raffinava, si faceva più colta, più splendida, più umana, l’esercito si imbarbariva. Con Claudio e con Nerone i provinciali erano entrati nelle legioni, e cresciuti di numero sotto i Flavi. Ma con gli Antonini, specie con i due ultimi, le legioni accolgono gli stranieri, i veri e propri barbari[53]. Certo a questi barbari si conferisce la cittadinanza romana; ma un titolo non bastava neppure allora a mutare l’animo. Allo stesso modo, sebbene più lentamente, era deteriorato il corpo dei pretoriani, esempio e modello di tutte le milizie romane. Troppo ricca ormai la vecchia Italia non basta più a riempire i vuoti delle famose coorti[54]. Tra queste due forze, l’aristocrazia e l’esercito, si interponeva quella che noi chiameremo l’amministrazione, il corpo dei magistrati che esercitavano i differenti uffici civili e militari, e che, almeno nelle cariche maggiori, era reclutato ancora secondo il principio della coltura e del rango senatorio od equestre. Al di sopra di tutti stava l’imperatore, il più autorevole dei senatori, il capo dell’esercito, della nobiltà e dell’amministrazione, il simbolo dell’impero e dello Stato, investito di poteri che non erano mai stati ben definiti, come non era mai stato ben definito il principio politico e giuridico da cui i suoi poteri scaturivano. Era chiaro che, sinchè l’imperatore, l’amministrazione e l’aristocrazia fossero stati d’accordo, avrebbero avuto autorità bastevole per imporre rispetto alle legioni. I governi di Traiano, di Adriano, di Antonino e di Marco Aurelio lo avevano provato. Ma che sarebbe accaduto il giorno, in cui questo accordo si rompesse?