42. Il governo di Commodo (180-192). — Quanto fosse fragile l’accordo tra il senato e l’imperatore, bastò a dimostrarlo, dopo un secolo di concordia, la scelta di Commodo. Commodo, dopo Tito e Domiziano, era il solo figlio che succedeva al padre nella suprema carica; e per maggior disgrazia, a diciannove anni. Il senato, che non aveva mai ammesso l’eredità come titolo del potere imperiale, e che avrebbe voluto imperatore Claudio Pompeiano, subì l’avvento di Commodo come una usurpazione. La rottura tra il senato e l’imperatore non tardò dunque; e fu quanto mai calamitosa, perchè Commodo era un giovane che ricordava assai più Nerone che non Domiziano, a cui più spesso i contemporanei lo paragonarono. Dopo un breve tirocinio, abbandonò il governo al prefetto del pretorio; e si diede a godersi l’impero, esasperando ancor più il malcontento e l’odio del senato. Ma di questa sua noncuranza, del sospetto in cui aveva il senato approfittarono molti avventurieri di origine oscura, per impadronirsi di molti uffici sino ad allora riserbati all’ordine senatorio ed equestre. Sotto Commodo si tenta e si ritenta di togliere ai senatori il privilegio di occupare le alte cariche; uomini oscuri o indegni si insinuano dappertutto, e talora passano innanzi ai personaggi più cospicui dell’impero; i segni esterni della potenza sovrana dell’imperatore sono moltiplicati e risuscitati i titoli più adulatorî, che il senato aveva aborriti nella persona di Nerone e di Domiziano. L’opposizione senatoria, come è naturale, rinasce; le congiure spesseggiano; e l’aspra discordia tra imperatore e Senato guasta e precipita nel disordine in pochi anni tutta l’amministrazione. Intorno alla politica di Commodo poco sappiamo. Ci è difficile quindi giudicarla e decidere, per esempio, se la pace da lui conchiusa con le popolazioni germaniche, che tanto filo da torcere avevano dato al padre suo, fosse buona o cattiva. Ma certo è che durante gli anni del suo governo, che furon dodici, numerose rivolte scoppiarono nelle province: che l’esercito si decompose; che i disertori in Gallia poterono tentare quasi un principio di rivolta, tanto erano numerosi: e che le finanze andarono a precipizio.
La fine di questo governo fu quale si poteva imaginare. Come Nerone e Domiziano, anche Commodo si fece via via più sospettoso e violento; e seminò attorno a sè tanti odî e tante paure, che i suoi stessi familiari si convinsero, alla fine, che occorreva toglierlo di mezzo. Il 31 dicembre del 192, un gruppo di cortigiani, pavidi della propria incolumità personale e sicuri di trovare dietro a sè largo séguito di plauso e di favore, riescivano a uccidere l’imperatore.
43. Pertinace (1º gennaio-28 marzo 193). — La fine di Commodo ricordava Domiziano, come il suo governo aveva ricordato Nerone. Ma che cosa accadrebbe, dopo la sua morte? Quale dei due imperatori ricorderebbe la successione: Domiziano con un nuovo Nerva o Nerone con una nuova rivoluzione? Un grande sforzo fu fatto per risparmiare una seconda rivoluzione all’impero. Il senato scelse a imperatore un uomo che poteva veramente definirsi un nuovo Nerva: Publio Elvio Pertinace, e lo scelse con tanta prestezza e risolutezza, che i pretoriani lo accettarono. Era costui un homo novus, perchè primo della sua famiglia era entrato in senato: un uomo semplice, serio, austero, che aveva guadagnato il laticlavio servendo nell’esercito; un soldato, che impersonava tutte le tradizioni del militarismo romano, come Traiano. Egli si affrettò a riconoscere di nuovo i diritti del senato e a tributargli gli onori dovuti; scacciò dalle cariche gli avventurieri introdotti sotto Commodo, richiamò gli esiliati; e subito pose mano, sempre agendo d’accordo con il senato, a restaurare le finanze, e a ristabilire la disciplina negli eserciti e nella guardia pretoriana. Ma nel voler ricondurre i pretoriani all’antica disciplina, egli presunse troppo della autorità sua e del senato. Anche quel corpo era ormai troppo inquinato di provinciali. Il 28 marzo del 193, tre mesi dopo la sua assunzione all’impero, i pretoriani si rivoltarono e uccisero nel suo palazzo l’imperatore. Alla morte di Pertinace seguì in Roma un gran panico, del quale approfittarono due senatori, Sulpiciano, che era il suocero di Pertinace, e Didio Giuliano, uno dei più ricchi tra i membri dell’assemblea, per persuadere i pretoriani ad acclamarli imperatori. Sulpiciano, che Pertinace aveva mandato a calmare i pretoriani in rivolta, riuscì ad entrare nel campo, mentre Didio Giuliano restava fuori. Ma i pretoriani seppero sfruttare la rivalità; e per mezzo di ambascerie mandate a Sulpiciano e a Giuliano misero l’impero all’asta, chiedendo all’uno e all’altro che donativo darebbero in cambio dell’elezione. Didio Giuliano offerse la somma maggiore e fu imperatore.
Ma l’impero non era ancora un bene che potesse mettersi all’asta. Quando, nelle province, le legioni seppero quel che era successo a Roma, si rivoltarono contro questo mercato e contro l’imperatore dei pretoriani. Le legioni di Britannia proclamarono imperatore il loro comandante D. Clodio Albino; quelle di Pannonia, L. Settimio Severo; quelle di Siria e d’Egitto, C. Pescennio Nigro. Dopo 124 anni si ripeteva il disordine scoppiato alla morte di Nerone. Di nuovo l’incertezza del principio legale della successione nella suprema autorità dell’impero scatenava le legioni.
Note al Capitolo Quinto.
[46]. Cfr. Cohen, Monnaies rom., II, Anton., nn. 572, 777, 778. La Scizia è qui forse una nuova provincia sul Danubio.
[47]. C. I. L. VI, 1001.
[48]. Sulle deduzioni dei barbari sul territorio romano si può consultare Huschke, Ueber den Census und die Steuerverfassung der früheren Römischen Kaiserzeit, Berlin, 1847, pag. 149 sg.
[49]. [Hist. Aug.], Av. Cass., 14.