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CAPITOLO PRIMO LA QUARTA GUERRA CIVILE
1. Il governo di Galba (9 giugno 68-15 gennaio 69)[1]. — Il nuovo imperatore si proponeva di governare all’opposto di Nerone: di rispettare le tradizioni e il senato, di spendere con parsimonia la pubblica moneta, di comandare con fermezza ma senza commettere arbitrii. Ottimi propositi, ma compito non facile in quei tempi torbidi, e per un uomo quale era Galba, vecchio e avaro, severo e piccino, violento e debole, ostinato e poco abile. Subito infatti venne in rotta con i suoi stessi partigiani. In Gallia maltrattò le città, che erano state avverse a Vindice, offendendo le legioni di Germania, che avevano domato la rivolta del nobile gallo. A questo primo affronto, ne aggiunse un altro, togliendo alle legioni della Germania superiore il loro generale, quel Virginio Rufo, cui invano le legioni avevano offerto l’impero. Con Ninfidio Sabino venne in tal discordia, che costui tentò di farsi gridare imperatore da una congiura di pretoriani. La congiura fu scoperta a tempo; Ninfidio e parecchi ufficiali perirono; ma la guardia pretoriana non fu da questo momento più sicura per lui. Per rappresaglia Galba rifiutò di pagare ai pretoriani il donativo promesso da Ninfidio; il che inasprì ancora più gli animi. Anche con il senato — massime con la fazione che avrebbe voluto restaurare l’antica repubblica — nacquero dissapori e diffidenze; perchè a molti Galba parve autoritario e violento. Gli nocquero infine ed assai i provvedimenti presi per assestare l’erario; e tra questi particolarmente la commissione nominata per investigare le spese e i doni di Nerone. I beni, dispensati da Nerone, erano stati venduti, lasciati in testamento, ceduti, ripartiti, migliorati, accresciuti, confusi con altri; era impossibile ritornare sul passato senza suscitare un immenso subbuglio. Si aggiunga che Galba aveva cercato di toglier via sprechi e feste: savio proposito, ma inviso a troppi, ormai avvezzi a vivere largamente in Roma sulle spese di Nerone. Cosicchè molti, i quali sotto Nerone avevano imprecato alle folli dilapidazioni dell’imperatore, non tardarono a mormorare contro la parsimonia di Galba.
Per tutte queste ragioni nacque presto a Roma un vivo malcontento, che gli amici di Nerone, i fautori rimasti impuniti di Ninfidio, i repubblicani delusi fomentarono quanto poterono. Tuttavia questo malcontento non sarebbe stato un pericolo per Galba, senza un’altra difficoltà: una difficoltà di antica data, ma che sino ad allora era stata elusa o raggirata: la incertezza del principio legale da cui la suprema autorità imperiale scaturiva. È questo un punto di così vitale importanza, che occorre intenderlo a fondo. A poco a poco, per forza di circostanze, era nata e si era consolidata nella antica repubblica aristocratica la suprema autorità imperiale, necessaria ormai così per l’ingrandimento dell’impero come per gli interni mutamenti che la repubblica aveva subiti. Ma il principio legale, da cui questa autorità scaturiva, era, come abbiamo visto, l’elezione del senato, e non l’eredità: principio orientale, che ripugnava a Roma. Da Augusto a Nerone gli Imperatori furono scelti nella stessa famiglia, per una ragione non di diritto ereditario ma di convenienza politica. Senonchè il senato aveva sempre esercitato il suo diritto d’elezione con molta debolezza, sia perchè l’Assemblea non possedeva più l’antico prestigio, sia perchè era lacerata da interne discordie, e parte legata per l’interesse alla nuova autorità, parte avversa a questa per principio e desiderosa di abolirla. E la debolezza del senato aveva pur troppo lasciato intervenire nella scelta dell’imperatore i soldati. Claudio e Nerone erano stati imposti al senato dai pretoriani, e Galba dalla legione di Spagna. Non è difficile immaginare come questi precedenti sembrassero, nella rozza mente dei soldati, in tempi turbati, mentre l’impero e l’esercito non erano più retti da una mano ferma, la prova di un diritto delle legioni a eleggere l’Imperatore. Particolarmente pericoloso era stato l’esempio delle legioni di Spagna, che avevano proclamato Galba. Se le legioni di Spagna avevano eletto l’imperatore, e il Senato l’aveva riconosciuto, perchè non avrebbero avuto lo stesso diritto le altre legioni? Lo spirito d’imitazione e di emulazione, così forte in tutti gli eserciti, doveva, il principio legale della suprema autorità essendo così incerto, eccitar l’amor proprio di tutti gli eserciti a voler ciascuno il suo imperatore.
2. La rivolta delle legioni di Germania e la caduta di Galba (1-15 gennaio 69). — Le legioni di Germania, infatti, diedero l’esempio. Offese da Galba, come abbiamo detto, esse covarono il loro malcontento tutto l’anno 68; ma nei primi giorni di gennaio del 69, proclamarono imperatore Aulo Vitellio, governatore della Germania inferiore. Bastò questa rivolta a rovesciare, in pochi giorni, il governo di Galba. All’annunzio della rivolta, Galba si risolvè a scegliersi un collaboratore più giovane e ad adottarlo come figlio: provvedimento ventilato già da qualche tempo per rafforzare il governo, ma sino allora non attuato, perchè gli amici e consiglieri di Galba non erano d’accordo sulla scelta, gli uni volendo Ottone, l’antico amico di Nerone, il secondo marito di Poppea, altri, altre persone. Le notizie di Germania troncarono gli indugi. Galba però non scelse Ottone, forse perchè era stato troppo amico di Nerone; ma un uomo di opposto costume e pensiero, ligio alla tradizione antica della aristocrazia romana, un nemico di Nerone, L. Calpurnio Pisone Liciniano. Questa scelta indicava chiare le intenzioni del Governo: onde Ottone, dopo l’adozione di Pisone, non esitò più a ordire una congiura tra i pretoriani per rovesciare Galba. I pretoriani erano malcontenti di Galba, perchè aveva negato loro il donativo promesso da Ninfidio, perchè era stato imposto al senato dalle milizie di Spagna, perchè aveva tentato di ristabilire anche nelle loro file una più rigorosa disciplina. E i tempi erano agitati, le menti turbate, Roma, un caos. Il 15 gennaio, una sedizione militare, che prese le mosse da un piccolo manipolo di pretoriani, e a cui si associò tutto l’esercito stanziato in Roma, e gran parte della popolazione esasperata dalla parsimonia del nuovo governo, acclamava imperatore M. Salvio Ottone, e trucidava Galba e Pisone.