3. Ottone e Vitellio: l’Italia invasa dalle legioni germaniche (15 gennaio-16 aprile 69). — Allorchè Ottone ritornò, alla sera di quel giorno, dal senato, che unanime aveva ratificato la proclamazione della guardia pretoriana, le grida festanti del popolo lo salutarono per le vie con il nome di Nerone. Le ingrate virtù di Galba avevano già fatto dimenticare a molti i vizi del predecessore. Nè Ottone mostrò orrore per quel titolo: fece rialzar le statue di Nerone; si affermò anche da alcuni storici antichi — ma il fatto non è sicuro — che assumesse il nome di Nerone nei primi suoi atti ufficiali; soprattutto cercò di ridare a Roma e all’impero, dopo il duro e avaro governo di Galba, un governo facile e generoso, ma con maggior senno e misura che Nerone. Non si può dire che, nell’insieme, il suo breve governo sia stato cattivo. Amnistiò tutte le vittime dei due regimi precedenti; trattò con generosità e deferenza i pretoriani, a cui concesse di eleggere i loro prefetti; si studiò di cattivarsi e di rassicurare il senato; riprese le grandi costruzioni incominciate da Nerone; cercò di evitare violenze, confische, repressioni. Ottone divenne popolare in Roma, e parve consolidarsi anche nelle province, grazie alla convalidazione del senato, essendo riconosciuto dalle legioni della Siria e della Giudea; da quelle della Dalmazia, della Mesia e della Pannonia; dall’Egitto, da tutte le province orientali, e dall’intera Africa. La Gallia e la Spagna invece, per timore del potente esercito di Germania, si dichiararono per Vitellio. Le legioni di Britannia sembrano esser rimaste estranee al tumulto. Insomma Ottone era l’imperatore riconosciuto da quasi tutto l’impero, avendo per sè una parte delle province d’Occidente, l’Italia, tutta l’Oriente e tutta l’Africa. Ciò non ostante egli scrisse più volte a Vitellio, scongiurandolo ad evitare all’impero una nuova guerra civile, e assicurandogli ricchezze e dignità quante volesse: non scoraggiato dalle prime ripulse, cercò, con l’aiuto del senato, di venire a trattato direttamente con gli eserciti del Reno, poichè non aveva potuto accordarsi con il loro capo. Ottone insomma voleva evitar la guerra e, se scoppiasse, non apparirne responsabile; perchè quel nembo oscuro di guerra civile, che si levava silenzioso all’orizzonte, atterriva l’Italia. Da un secolo l’Italia viveva in una dolce pace, coltivando sicura i suoi campi e adornando le sue città; essa aveva perduto la nozione di quel che fosse la guerra civile: ed ecco ad un tratto, di nuovo, si parlava di un torrente di uomini e di ferro che, devastando e saccheggiando, si rovescerebbe su lei.

Ma fu vana prudenza. Vitellio era prigioniero delle sue legioni. Esaltate dal puntiglio, dalla speranza di ricompense e di saccheggi, da quella specie di delirio che si era impossessato dei soldati, le legioni volevano invadere l’Italia e imporre al mondo il loro imperatore. Avrebbero ucciso Vitellio, se avesse fatto la pace. Invece di deporre le armi, Vitellio e i suoi generali precipitarono la guerra, volendo sorprendere Ottone in Italia, prima che arrivassero le legioni del Danubio. Approfittando delle esitanze e delle lentezze del nemico, occuparono nell’inverno i passi delle Alpi, che Ottone aveva lasciati sguerniti: indi invasero l’Italia con due eserciti: il primo, agli ordini del generale Fabio Valente, attraversando la Gallia, doveva entrare nella Narbonese, e per il paese degli Allobrogi e dei Voconzi sboccare dalle Alpi Cozie nella pianura padana; l’altro, agli ordini del generale Alieno Cecina, invaderebbe l’Italia, attraversando il paese degli Elvezi e le Alpi Pennine; l’uno e l’altro dovevano congiungersi nella valle del Po. La rivolta di un corpo di cavalleria, stanziato nella valle del Po e dichiaratosi per Vitellio, stimolò Cecina, che era già giunto nel paese degli Elvezi, ad affrettarsi e a valicare in pieno inverno le Alpi con il suo esercito. È probabile che la valle del Po fosse già nel mese di febbraio in potere di Vitellio.

Ottone dovè impugnare anch’egli le armi. Avendo perduto parte della valle del Po, pensò di minacciare sul fianco con la flotta l’esercito di Valente, sbarcando milizie nella Gallia Narbonese, per impedirgli di venire in Italia. Mentre aspettava le legioni dal Danubio, raccolse e armò altri corpi; e il 14 marzo partì da Roma con tutto l’esercito, di cui pel momento poteva disporre, e con la maggior parte dei magistrati e degli ex-magistrati, nonchè dell’ordine dei cavalieri. Si era deliberato di difendere la linea del Po, aspettando l’arrivo delle legioni del Danubio. Perciò un primo attacco di Cecina contro Piacenza fu respinto vigorosamente. Senonchè le forze che Ottone aveva mandate nella Gallia Narbonese non erano riuscite a trattenere al di là delle Alpi l’esercito di Valente, che, attraversate le Alpi Cozie, era sbucato nella valle del Po, per congiungersi con Cecina. Il più valente dei generali di Ottone, Svetonio Paulino, il padre dello storico, aveva allora varcato il Po, per cercare le forze nemiche e sconfiggerle prima che fossero raggiunte da Valente. E non lungi da Cremona, in un luogo, detto Locus Castorum, era riuscito a infliggere loro una seria disfatta, ma non ad accerchiarle e distruggerle; cosicchè, sebbene sconfitto, Cecina era sfuggito e si era poi congiunto con Valente, che, mentre egli combatteva nei pressi di Cremona, era giunto a Pavia. Ottone convocò allora un Consiglio di guerra. Svetonio sostenne che, poichè non si era riusciti a impedir la congiunzione di Valente e di Cecina, occorreva aspettare a dar battaglia che fossero giunte le legioni del Danubio. Ma prevalse invece un altro piano, intorno al quale gli antichi non ci dànno che notizie molto oscure. Par che Ottone si proponesse, con una marcia di fianco a nord, di portare le sue forze ad occidente di Cremona, alla confluenza dell’Adda con il Po, in modo da tagliar le comunicazioni tra Vitellio che varcava le Alpi e il suo esercito a Cremona: egli starebbe a Brescello, ad aspettare l’esercito che scendeva da Aquileia, e con questo esercito e con l’altro passato a occidente di Cremona accerchierebbe e costringerebbe alla resa l’esercito nemico, prima dell’arrivo di Vitellio. Se tale era il piano di Ottone, esso poteva riuscire, a condizione che l’esercito riuscisse a fare la sua marcia di fianco sino al luogo assegnatogli. Ma sia che i nemici fossero avvertiti dei piani di Ottone, sia che i generali, alcuni dei quali erano contrari a questa mossa, eseguissero male gli ordini dell’imperatore, i vitelliani uscirono a tagliar la strada all’esercito di Ottone e lo affrontarono in marcia, a Bedriaco, una piccola città posta tra Cremona e Verona. Si impegnò battaglia; e la battaglia volse poco favorevole per l’esercito di Ottone. La sconfitta tuttavia non era per nulla decisiva; Ottone avrebbe potuto facilmente rifarsene, solo che avesse aspettato le grandi forze che stavano per giungere: ma all’annunzio della sconfitta, si uccise — è legittimo congetturarlo — non tanto per lo sconforto della sconfitta, quanto per il disperato terrore dell’universale disordine. Intelligente, colto, fine, Ottone deve aver capito che il governo di Nerone, di cui egli era stato un sostegno, aveva precipitato l’impero in un abisso di irreparabili guai; e non sentendosi la forza di ritirarlo su da quell’abisso, si era accasciato sotto il peso della suprema autorità[2].


4. Vespasiano e la rivolta delle legioni di Oriente (luglio 69). — Morto Ottone, Vitellio restava padrone dell’Italia, prima ancora di aver varcato le Alpi. I soldati di Ottone tentarono di resistere e offrirono l’impero a Virginio Rufo, ma questi avendo rifiutato, si rassegnarono alla fine, dopo essersi assicurato il perdono, a riconoscere la vittoria delle legioni di Germania, e a prestare giuramento al vincitore. Il senato, ritornato in fretta a Roma, ratificò la proclamazione di Vitellio ad imperatore e le immagini di Galba furono circondate di lauro e di fiori, portate in giro per la città. Così l’Italia angosciata si rivoltava da un altro lato sul suo letto di spine; e come aveva immedesimato il governo di Nerone con quello, clemente e savio, di Ottone, così ora si sforzava di immedesimare col regime di Galba l’impero di Vitellio. Vitellio frattanto era giunto in Italia con il terzo esercito, che era anch’esso in gran parte composto di Galli e di Germani assoldati. L’Italia imparò per la prima volta a sue spese, che cosa fossero i nuovi eserciti, zeppi di provinciali e di barbari, a cui era affidata la difesa delle frontiere. Le legioni attraversarono l’Italia saccheggiando, ingrossate per via da una torma infinita di improvvisati amici, seguaci, ammiratori: senatori, cavalieri, popolani disoccupati, parassiti, atleti, saltimbanchi, cocchieri, gladiatori; moltitudine avida, che faceva ressa intorno al carro del vincitore per raccattare nella confusione le briciole del bottino.

Vitellio, come tanti altri imperatori, era migliore della sua fama. A Roma, dove giunse in luglio, cercò di mettere un po’ d’ordine nelle cose dell’impero. Non volle più tra i suoi ministri dei liberti e li sostituì con cavalieri; in senato volle non essere considerato da più di qualsiasi altro senatore; sciolse il vecchio corpo dei pretoriani; si studiò di rimandare alle loro province le legioni; e cercò di metter pace tra soldati ottoniani e vitelliani, più inveleniti che mai gli uni contro gli altri. Nel tempo stesso, egli rilevava le statue di Nerone, per dare una soddisfazione alla moltitudine: altra prova che l’ultimo Claudio era ricordato con rammarico dalla plebe minuta. Non si occupò, dunque, solo — come fu detto poi — di imbandire sontuosi banchetti; ma anche di risanare il travagliato impero. Il quale, infatti, per un momento, sperò che la tempesta fosse terminata.

Quand’ecco, ad un tratto, ricominciò più violenta che mai. Dopo l’Occidente, si moveva l’Oriente: le legioni della Giudea, della Siria e dell’Egitto.

Abbiamo lasciato Vespasiano, nella primavera del 68, mentre si accingeva ad assediare Gerusalemme. Ma la caduta di Nerone lo inchiodò sotto le mura della città santa del giudaismo. Pare che, non volendo in così grande incertezza di cose impegnar l’esercito in impresa di tanta mole, si contentasse di conservare le posizioni che aveva occupate intorno alla città, senza procedere ad operazioni decisive. Le legioni goderono quindi di una specie di riposo, mentre tutto l’impero prendeva fuoco. E da principio non pensarono che a godersi quietamente questo riposo. Parte per la maggior distanza dall’Italia; parte perchè gli orientali che militavano in quelle insieme con gli italici erano genti più raffinate e civili delle popolazioni dell’Occidente, le legioni di Giudea, come quelle dell’Egitto e della Siria, stettero per qualche tempo a guardare impassibili il grande conflitto dell’Occidente. Ma, questo durando e complicandosi, a poco a poco, quella specie di pazzia da cui erano tocche tutte le legioni si apprese anche a quelle. Perchè le legioni della Germania soltanto dovevano imporre l’imperatore al senato e godere i vantaggi di questa elezione da loro imposta? Le legioni d’Oriente eran forse da meno? Occorre inoltre considerare che l’Oriente — e quindi anche le legioni in Oriente stanziate — era stato molto più benevolo verso Nerone — per quale ragione è facile intendere — che l’Occidente e l’Italia: il che spiega come avessero così prontamente riconosciuto Ottone. Ma Ottone era perito; e le legioni, che da due anni combattevano contro il più indomabile nemico dell’impero, erano invitate a subire il capriccio dei soldati della Germania o degli imbelli senatori di Roma, che avevano rovesciato, in Nerone, l’imperatore legittimo! Altre apprensioni d’ordine più pratico si mescolavano a questi sentimenti. Come avrebbe il nuovo principe trattato i soldati e i generali che, poco prima, a guerra civile incominciata, si erano dichiarati per il suo rivale? Così fu che sin dai primi mesi dell’avvento di Vitellio, tra l’Oriente e l’Occidente, tra le legioni del Danubio che non avevano potuto combattere contro Vitellio, e le legioni di Siria, di Giudea, di Egitto corressero trattative ed intese, per opporre un nuovo imperatore all’imperatore delle legioni di Germania. Si era pensato prima a Muciano, il governatore della Siria, uomo di molti meriti e di nobilissima stirpe. Muciano avendo rifiutato, fu scelto Vespasiano. Neppure Vespasiano sentiva un’ardente ambizione dell’impero; e a lui difettava un’alta e antica nobiltà di lignaggio. Ma i tempi erano così torbidi! Le legioni, il figlio Tito, intelligente ed audace, Muciano stesso, che sino ad allora non era stato amico suo, insistettero. E il primo luglio del 69 il prefetto d’Egitto proclamava in Alessandria imperatore T. Flavio Vespasiano; qualche giorno dopo gli eserciti di Siria e di Giudea prestavano giuramento sulle immagini del nuovo principe, e di lì a poco tutte le legioni della Mesia, della Pannonia, della Dalmazia, che non avean potuto combattere nè per Nerone nè per Ottone giuravano anch’esse per Vespasiano. Anche i principi orientali della Sofene, della Commagene, della Giudea indipendente, aderirono. Lo stesso re dei Parti si impegnò a non molestare l’impero durante la guerra, che sarebbe necessaria per insediare in Roma il nuovo imperatore.