5. La nuova guerra civile e la vittoria di Vespasiano (luglio-dicembre 69). — Tito avrebbe condotto a termine l’assedio di Gerusalemme; Vespasiano sarebbe andato in Egitto, per impadronirsi del granaio dell’impero e affamare, se fosse necessario, Roma; Muciano si sarebbe recato con una parte delle forze a prendere il comando delle legioni della Pannonia, della Mesia e della Dalmazia, per invadere con quelle l’Italia: tale fu il piano che Vespasiano e i suoi generali concertarono a Berito, in Siria. Il piano era vasto, accorto, prudente; e mirava allo scopo con prudente lentezza. Ma i comandanti delle legioni di stanza in Pannonia, sia che sperassero, assalendo subito l’Italia, di sorprendere i vitelliani impreparati, sia che volessero essere i primi all’onore e alla preda, si radunarono a consiglio in Petovio, sulla Drava, nella Pannonia superiore, e approvarono il consiglio di Antonio Primo, di invader subito l’Italia senza aspettare Muciano. Gli eventi dovevano dar ragione ad Antonio e alla sua impazienza. Parte perchè l’esercito vitelliano non era pronto; parte perchè il generale preposto alla difesa dell’Italia orientale, Alieno Cecina, operò con un’accidia, che parve a molti sorella del tradimento, egli, Antonio Primo, potè giungere con forze considerevoli sulla linea dell’Adige. Poco dopo la flotta di Ravenna si dichiarava per Vespasiano; e allora Cecina, giudicando vana la resistenza, propose ai soldati di imitare l’esempio della flotta. Sdegnate, le legioni misero ai ferri il loro generale, e, risolute a non cedere, ripiegarono su Cremona, per ricongiungersi con altri eserciti e resistere. Ma con rapidità fulminea Antonio Primo, incalzando il nemico, mosse anch’egli verso Cremona. Tra Bedriaco e Cremona, e poi sotto le mura di questa città, fu combattuta una asprissima battaglia, che durò un giorno e una notte. I vitelliani ebbero la peggio; e il miglior esercito che Vitellio avesse in Italia fu quasi distrutto; onde l’altro generale vitelliano, Fabio Valente, fuggì in Gallia, dove anche la Narbonese si era dichiarata per Vespasiano. Poco dopo anche la flotta di Miseno passò al nemico; Muciano a sua volta, con le legioni condotte dall’Oriente, arrivò in Italia; ed il suo esercito, come quello di Antonio Primo, avanzò nell’Italia centrale alla volta del Lazio.

Allora anche il partito flaviano in Roma, che era poi il vecchio partito di Nerone e di Ottone, insieme con i pochi amici del nuovo eletto, e con a capo il prefetto della città, nominato da Nerone e ricollocato a quel posto da Ottone, T. Flavio Sabino, persuasero Vitellio a abdicare. Egli stava questa volta per fare la rinunzia a cui si era ricusato dopo il 15 gennaio 69. Ma, ora come allora, Vitellio non era arbitro del proprio destino: egli era legato ai legionari della Germania e ai soldati furibondi, accorsi a Roma dalla linea del Po. Anche questa volta egli fu costretto a resistere. E fu resistenza accanita e feroce. La città dovette esser presa e conquistata da un triplice attacco, quartiere per quartiere, casa per casa, giardino per giardino. Il Campidoglio fu dato alle fiamme; Sabino, trucidato; lo stesso figliuolo minore di Vespasiano, il futuro imperatore Domiziano, scampò all’incendio e all’eccidio come per miracolo. Ma finalmente la sera del 21 dicembre, dopo ma lungo e ignominioso supplizio, lo stesso Vitellio era precipitato nel Tevere.

Note al Capitolo Primo.

[1]. Sul governo di Galba, cfr. C. Barbagallo, Un semestre di impero repubblicano, in Atti della R. Accademia di Archeologia, lettere etc., Napoli, 1913.

[2]. Su questa guerra, e sulla guerra tra i flaviani e i vitelliani, cfr. B. W. Henderson, Civil war and rebellion in the Roman Empire a. d. 60-70, London, 1908. — La spiegazione del piano di guerra di Ottone, da noi riferita, è quella che l’Henderson ha imaginata in questa opera, con molte e sottili considerazioni. Essa non è ancora chiarissima; ed è suscettibile di obiezioni: ma è ancora la spiegazione più soddisfacente per chi non si contenti dell’incomprensibile racconto di Tacito. La congettura dell’Henderson riposa su due argomenti capitali: 1) sul fatto che Tacito (Hist., 2, 40) dice esplicitamente l’esercito di Ottone esser stato diretto al confluentes Padi et Adduae fluminum; 2) sulla necessità di dare alla presenza dell’imperatore in Brescello una spiegazione militare, e non la spiegazione romantica di cui si compiace Tacito.

CAPITOLO SECONDO I FLAVI

(69-96)

6. La pace. — Caduta Roma in potere dei generali di Vespasiano, il senato riconobbe il vincitore. Noi conosciamo parzialmente il testo della legge, con cui i comizi ratificarono il senatus consultum, che aveva deferito a Vespasiano l’impero[3]. Sono enumerati in questa legge tutti i poteri che, conferiti prima all’uno o all’altro o a tutti i predecessori nell’impero, erano ora attribuiti a Vespasiano. Che una lex de imperio, simile a questa, sia stata approvata anche per i suoi predecessori, è verosimile, ma non è provato. Non è però forse un puro caso, che proprio un frammento della tavola di bronzo su cui era incisa la legge di Vespasiano, sia giunto a noi. È chiaro che, incidendo sul bronzo questa legge — e non in Roma soltanto — si vollero far pubblici quanto più si potè i titoli legali dell’autorità del nuovo imperatore. Vespasiano fu il primo imperatore, che veramente governò, il quale non appartenesse alla famiglia di Augusto. Il nome non gli era dunque, come a Claudio e a Nerone, un titolo sussidiario, accanto alla elezione, più o meno libera, del senato. E siccome quel grande disordine era nato dalla incertezza del principio legale da cui la potestà suprema traeva le sue origini, si spiegherebbe che si volesse far manifesto e noto a tutti il maggior titolo legale all’impero di colui che era stato sino ad allora un oscuro senatore: la volontà del popolo e del senato che l’avevano scelto.

Nè c’era tempo da perdere. Neppure la conquista di Roma aveva pacificato l’impero. In Gallia una insurrezione, incominciata tra i Batavi — una popolazione germanica, stanziata sulle bocche del Reno, — per aiutare Vespasiano, si era a poco a poco estesa ad altre popolazioni germaniche e ad alcune popolazioni galliche fin allora reputate fedelissime a Roma, quali i Treviri e i Lingoni, divampando alla fine in una vera guerra di indipendenza contro l’autorità romana. Quattro uomini di grande valore, il Batavo Giulio Civile, i Treviri Giulio Classico e Giulio Tutore, il Lingone Giulio Sabino stavano a capo del moto. Il quale, grazie anche all’aiuto dei resti delle milizie vitelliane del Reno, divenne alla fine così pericoloso, che Muciano, essendo ancora in Oriente, dovè spedire contro i ribelli niente meno che sette legioni, agli ordini del generale Q. Petilio Ceriale. Ma se la Gallia si sottomise, la guerra coi Batavi fu più dura; e per terminarla occorsero, oltre le armi, i trattati (autunno 70).

Nel tempo stesso Sarmati e Daci facevano incursioni nella Mesia sgombra di truppe; grossi torbidi agitavano l’Africa; e i Giudei si difendevano entro le mura di Gerusalemme assediata con disperato accanimento. Solo il 29 agosto del 70 il tempio andò in fiamme e un mese dopo, il 29 settembre, bruciò la città alta. La strage fu immensa; ma non bastò a tranquillare il paese; chè qua e là gruppi di disperati combatterono ancora per più di un anno.