Lo sconvolgimento, generato dalla caduta dei Giulio-Claudi e dalla incertezza del principio legale della successione, non terminò veramente che verso il 72; quando la rivolta in Gallia, la rivolta della Giudea e i torbidi minori dell’impero furono sedati definitivamente; e quando fu chiaro a tutti che Vespasiano, il quale era venuto in Italia nel 70, era ormai universalmente riconosciuto come capo dell’impero e che questo aveva di nuovo un Princeps.
7. Il governo di Vespasiano e di Tito. — Vespasiano, l’abbiamo già detto, era nipote di un centurione, figlio di un publicano. Primi nella famiglia egli e un suo fratello erano entrati in senato e avevano esercitato alte cariche. Era quindi un homo novus, come Cicerone. Ma era anche un uomo intelligente, moderato, laborioso, che si era temprato al comando ubbidendo negli uffici inferiori e attendendo a compiti oscuri: onde seppe assolvere bene il suo difficile compito. Imitò Augusto, associandosi come collega all’impero il figlio Tito. Il 1º luglio del 71 il vincitore della Giudea ricevette la potestà tribunizia e il consolato, che da quell’anno gli furono periodicamente rinnovati nel tempo stesso che a Vespasiano. Tito viene dunque a trovarsi, dal 1º luglio 71, nella stessa condizione in cui si era trovato Tiberio nell’ultimo decennio dei governo di Augusto; cosicchè meglio che il governo di Vespasiano dovrebbe dirsi il governo di Vespasiano e di Tito, essendo impossibile distinguere quello che appartiene al padre e quello che appartiene al figlio. Gli scopi e i vantaggi di questa nomina, che i servigi resi da Tito in Giudea giustificavano, erano parecchi. Tito, essendo giovane, dopo essere stato il collega, sarebbe il successore di Vespasiano, come Tiberio era stato il collega e il successore di Augusto. Vespasiano poteva quindi sperare di aver tolto via con quella nomina quelle incertezze sulla scelta del successore, che erano state così funeste alla morte di Nerone; e di lasciare la carica al figlio, senza inserire nella costituzione il principio orientale e dinastico della eredità. Si aggiunga poi, per un vecchio imperatore quale egli era, il vantaggio di procurarsi un collaboratore giovane ed alacre per riformare lo stato e nello stato le tre istituzioni, che più avevano bisogno di rinnovarsi: l’esercito, le finanze, il senato.
8. Le riforme militari di Vespasiano e di Tito. — Vespasiano ridusse le legioni o a 29 o a 30. Precisare tra questi due numeri non si può. Molti veterani furono congedati ed ebbero terre; alcune legioni, compromesse troppo nelle rivolte delle province, come, tra le legioni germaniche, la 8ª e la 16ª, furono disciolte e surrogate con legioni nuove. La guerra civile aveva mostrato che era pericoloso aver legioni, nelle quali troppo numerosi fossero i provinciali fatti cittadini o peggio ancora aver numerosi corpi ausiliari, tutti tratti dai sudditi. Ma a questo male Vespasiano non potè porre rimedio, perchè l’Italia, arricchendo e incivilendosi, non somministrava più soldati che bastassero. Ormai anche i figli dei piccoli possidenti non volevano essere soldati se non per diventare centurioni[4]. Ma soltanto in Italia arrolò invece Vespasiano la guardia imperiale, affidandone il comando al proprio figliuolo. Per tal guisa il pericolo di un nuovo Seiano o di un nuovo Ninfidio Sabino era scongiurato; ma quel raccogliere tanti poteri in un’unica famiglia incominciava a saper di dinastico[5].
9. Le finanze. — Di gran lunga più importanti furono le riforme finanziarie. Vespasiano fu il primo imperatore che osasse aumentare e moltiplicare in tutto l’impero le imposte. Da Augusto in poi tutti gli imperatori si erano studiati di toccare il meno possibile le imposte vigenti, così in Italia come nelle province; sforzandosi di non accrescerle mai e, potendo, di diminuirle. Questa prudenza era stata la ragione delle continue strettezze, in cui il governo imperiale si era trovato; e degli espedienti buoni e cattivi con cui aveva cercato di rimediare. Sotto Nerone, per esempio, molti ricchi erano stati perseguitati e spenti da processi iniqui per il solo scopo di confiscarne i beni ed accrescere, senza gravare le imposte, i redditi troppo scarsi della finanza. Cosicchè l’erario era continuamente in dissesto; e i pubblici servizi, trascurati. La guerra civile aveva anche peggiorato le condizioni della finanza. Entrato in carica e fatti i conti, Vespasiano aveva dichiarato occorrere all’impero almeno 4 miliardi di sesterzi per riassettarsi[6]. Non volendo procurarseli con spoliazioni e violenze, ridusse a condizione di provincia, per poter imporre loro un tributo, talune popolazioni, che la generosità dei suoi predecessori aveva restituite a libertà, nonchè alcuni staterelli fino ad allora autonomi; l’Acaia, che Nerone aveva liberata, la Licia, Rodi, Bisanzio, il regno della Commagene e quanto ancora rimaneva di libero in Tracia e in Cilicia (73); provvide a compilare uno scrupoloso e generale catasto dell’impero, che lo aiutò a scoprire numerose terre e persone le quali erano via via sfuggite al tributo o non vi erano mai state assoggettate; pare anche si ingegnasse di assicurare allo Stato una parte dei lucri abusivi, che molti magistrati traevano dalle funzioni pubbliche: infine — e fu la riforma capitale — ristabilì tutte le imposte che erano state abrogate, aumentò tutte quelle che esistevano, accrebbe, qualche volta raddoppiò addirittura, i tributi delle province[7].
Che l’impero abbia sopportato senza troppo lamentarsi il peso di queste nuove imposte, si intende facilmente. Un secolo di pace aveva molto arricchito l’Italia e le province. In tutti i paesi l’agricoltura, l’industria, le miniere, il commercio avevano progredito; la popolazione era cresciuta. L’Oriente rifioriva, e l’Occidente incominciava a fiorire. Vespasiano capì che l’impero arricchito poteva e doveva sostenere un peso maggiore di imposte. Accrescendo queste, egli rese un grande servigio all’impero, perchè gli diede i mezzi per fare le grandi cose che illustreranno in pace e in guerra il secolo degli Antonini; ma die’ principio a quel governare magnifico e prodigo che, accrescendo di generazione in generazione spese e imposte, rovinerà alla fine l’impero.
10. La riforma del senato (73). — Più importante ancora fu la riforma del senato. La debolezza del senato era stata una delle cause profonde della convulsione scoppiata nell’impero alla morte di Nerone. Vespasiano, che era un italico nobilitato di fresco, non poteva nemmeno pensare che si curerebbe il male, sostituendo al senato un’autorità nuova. Roma si immedesimava agli occhi suoi, come agli occhi di Augusto, di Tiberio, di Claudio, con il senato. Senonchè egli era anche un uomo intelligente; e quindi non poteva illudersi che i soliti procedimenti, applicati da Augusto in poi, basterebbero ancora a ringiovanire l’invecchiata assemblea, specialmente dopo tanta distruzione di famiglie senatorie ed equestri nella recente guerra civile. Perciò, approfittando della tremenda convulsione, che, scotendo gli spiriti, aveva indebolito tanti pregiudizi, tante repugnanze, tanti egoismi ancora forti negli ordini sociali dominanti, egli ardì fare quel che tanti riconoscevano da un pezzo esser necessario, ma nessuno osava, per paura delle ombrose gelosie del vecchio romanesimo. Nel 73 egli si fece elegger censore; e non solo espulse i senatori indegni, ma rinsanguò finalmente l’ordine senatorio e l’ordine equestre con una ricca infusione di nuove famiglie. Facendo in grande e con audacia quel che Claudio aveva tentato in piccolo e timidamente, egli introdusse nei due ordini circa mille nuove famiglie, scegliendole non in Italia soltanto, ma anche nelle province, tra le famiglie più ricche, più rispettate e più influenti, che già godevano della cittadinanza romana[8]. Dai nomi di queste famiglie a noi noti, noi possiamo argomentare che il maggior numero apparteneva all’Italia del Nord, alla Spagna e alla Gallia; alcune anche erano africane; mentre è da credere che l’Oriente ne somministrasse poche. Nè è difficile arguire la ragione di questa differenza. Nelle province dell’Occidente, che Roma aveva conquistate ancora barbare, molte famiglie si erano arricchite in quel secolo; e arricchitesi avevano copiato le idee e i costumi di Roma, come un modello di perfezione che nobilitava il fortunato imitatore, a paragone della rozzezza indigena. In Oriente invece le famiglie arricchite di fresco da Augusto in poi si ellenizzavano piuttosto che romanizzarsi. Cosicchè in Spagna ed in Gallia s’era formata in quel secolo, e si era esercitata nel maneggio degli affari pubblici, una aristocrazia provinciale, la quale non solo aveva imparato a parlar bene il latino, ad ammirare Roma nell’opera immortale di Tito Livio, ma che nelle scuole, sui libri di Virgilio, di Orazio, di Cicerone, di Varrone, aveva fatte sue le vecchie virtù che l’aristocrazia romana aveva quasi del tutto perdute: la parsimonia, la semplicità, l’austerità, il rispetto della tradizione, lo zelo civico, la dignità; aggiungendo una certa moderazione e umanità e larghezza di vedute, derivate dai tempi. A queste famiglie Vespasiano confidò l’impero, chiamandole a Roma e al governo.