Questo rinnovamento del senato è un avvenimento di importanza capitale, che la storia non ha ancora illustrato quanto meritava; è il maggiore effetto della grande guerra civile scoppiata dopo la morte di Nerone. Dopo questa prova, il gretto egoismo con cui le antiche famiglie senatorie oppugnavano ogni proposito di ringiovanire l’assemblea con elementi nuovi, venne meno. Vespasiano potè fare quel che a Claudio era stato concesso solo di tentare timidamente. Ma l’aver saputo porre ad effetto la riforma a tempo opportuno è gloria immortale di Vespasiano; perchè da questa riforma procedè il rifiorire del romanesimo, la tranquillità e la prosperità di cui l’impero godè nel secolo così detto degli Antonini. Per questa riforma l’Occidente salvò una seconda volta Roma e il romanesimo. Come la conquista della Gallia aveva impedito che la sede dell’impero fosse tolta dall’Italia e portata in Oriente, così la nobiltà romanizzata delle province occidentali conserverà ancora per più di un secolo alle istituzioni dell’impero la loro antica anima repubblicana e latina. Vespasiano aveva così ben capito che Roma doveva ritemprarsi nelle province dell’Europa, che la sua censura termina con la concessione della cittadinanza latina (lo ius Latii) alla Spagna, una tra le più antiche e meglio romanizzate province romane (74).


11. L’ellenismo e il romanesimo nel governo di Vespasiano. — Non si potrebbe però raffigurare in Vespasiano un imperatore tradizionalista, come Tiberio. Il governo di Vespasiano è una contradizione continua; anzi in questa sua contradizione continua, per cui gli vien fatto di equilibrare finalmente l’Occidente e l’Oriente, sta la sua fecondità. Vespasiano non fu nè un imperatore avaro al modo latino, come Tiberio e Galba; nè un imperatore prodigo, secondo il modello asiatico o come Nerone. Avaro con se medesimo e nell’esigere le imposte, come Tiberio, Vespasiano fu il primo degli imperatori savi che spese largamente. Spese a larga mano per i lavori pubblici: le vie dell’Italia e delle province furono rimesse in buono stato; gli acquedotti, riparati; gli archivi del Campidoglio, ricostituiti e il Campidoglio medesimo, ricostruito; le città, distrutte dai terremoti e dagli incendi in tutto l’impero, restaurate. Spese largamente per la difesa ai confini dell’impero, costruì strade militari, dirizzò potenti fortificazioni, specie sul Reno e sul Danubio, piantò grandi campi trincerati, come quelli di Vindobona (Vienna) e di Carnuntum (Petronell); rinforzò la flotta del Danubio; fondò numerose colonie militari. Spese anche largamente per feste, banchetti, spettacoli ed edifici di ornamento; riparò in Roma il teatro di Marcello e incominciò la costruzione di quello che ancor oggi rimane il più grandioso monumento di Roma antica, l’Anfiteatro Flavio (il Colosseo). Fu, come Augusto e Tiberio, largo nel soccorrere le famiglie della nobiltà in bisogno, zelante nel riparare gli antichi templi e nel restaurare le forme più arcaiche della religione tradizionale[9]: ma concesse anche al gusto dei tempi; riconobbe che il popolo aveva diritto di divertirsi e prodigò lauti premi in denaro ad attori e a musicisti. Primo protesse le arti: assegnò uno stipendio di 1.000.000 di sesterzi a taluno dei più famosi retori greci e latini, che professavano in Roma — uno di costoro fu, pare, Quintiliano; diede ricompense di vario genere ai poeti, agli scultori, agli architetti; ma cacciò via dall’Italia non solo gli astrologhi ma anche i filosofi, che con le loro dottrine e discussioni gli parevano guastare il buon senso degli uomini; sembra anche aver voluto che in Grecia i maestri delle varie scuole filosofiche fossero cittadini romani[10]. Contemperò insomma armonicamente Nerone e Tiberio, e riconobbe, pur difendendo le parti vitali della tradizione romana, i diritti dell’ellenismo invadente. Così potè tranquillamente morire il 24 giugno dei 79, a sessantanove anni, dopo un governo, che poche congiure avevano minacciato e poche repressioni insanguinato; e senza esser sepolto in grembo a una leggenda infame ed assurda, come quella con cui l’odio insensato dei contemporanei aveva suggellato il sepolcro di Tiberio e di Claudio. Del che gli storici hanno attribuito il merito alla umanità del suo carattere, che certo fu grande ma che non fu la sola causa. Anche Tiberio e Claudio avevan cercato di limitare le accuse e i processi per lesa maestà: eppure non c’erano riusciti. Perchè invece riuscì Vespasiano? Perchè i tempi e il senato erano mutati. Dopo la convulsione di quell’ultima guerra civile, in quel senato in cui l’elemento romano, orgoglioso, discorde, litigioso, era stato contemperato con i nuovi elementi, italici, spagnuoli e gallici, regnava un più alto spirito di concordia e una sollecitudine più nobile della dignità dell’assemblea. Onde quelle tempeste reciproche di accuse furono più rare e meno violente.


12. Il governo di Tito (79-81). — Spento appena Vespasiano, il figliuolo Tito assunse, e il senato confermò, il titolo di Augusto. Ma il suo governo termina, non comincia, a questo momento. Tito era stato, come abbiamo visto, collaboratore del padre sino dal 71. Allorchè Vespasiano morì, l’opera difficile era quasi compiuta. E Tito, sebbene appena quarantenne, era malaticcio. Così il suo governo fu come il breve e tranquillo epilogo di quello di Vespasiano. Tito spese come e più di suo padre, per feste, donativi, lavori pubblici; inaugurò con solennità grandiosa l’Anfiteatro Flavio; cercò di accontentar tutti e di non molestar nessuno; e dopo ventisei mesi di governo, si spense improvvisamente, passando ai posteri sotto il nome di amor ac deliciae generis humani (13 settembre 81). Sotto il suo breve governo non c’erano state congiure, e la lex de majestate aveva oziato.


13. L’avvento di Domiziano (14 settembre 81); la conquista della Britannia (77-84), e le prime guerre in Germania (83). — Tito aveva un fratello, T. Flavio Domiziano, allora trentenne. L’imperatore non era ancora spirato, che già Domiziano s’affrettava a cavallo dalla sua villa in quel di Reate al campo dei pretoriani in Roma, per ricevere la prima salutazione imperiale. Così il senato era invitato a subire quella rivoluzionaria designazione; e ancora una volta, sebbene con maggior ripugnanza, si piegò, per evitare il peggio. Il 14 settembre 81 Domiziano era princeps.

Il nuovo imperatore era un uomo intelligente, amico delle lettere e delle arti belle, poeta egli stesso, protettore degli studi e delle biblioteche: un ellenizzante, insomma. Ma non fu, almeno sul principio, un secondo Nerone. Assunse il potere con il proposito di imitare suo padre e di fare, anch’egli, buon viso all’ellenismo invadente, nel tempo stesso in cui lavorerebbe a rafforzare con tutti i mezzi possibili la tradizione latina. Inspirandosi all’esempio paterno, spese largamente per feste, per edifici, per proteggere arti ed artisti; ma nella religione e nella giustizia cercò di rinnovare la severità antica. Volle perfino rinnovare le severissime pene in uso un tempo contro le Vestali che mancavano ai loro doveri. L’imparzialità e la severità della sua giustizia sono riconosciute e lodate anche dagli scrittori a lui più avversi.

Senonchè mancavano a Domiziano la pazienza, la ponderazione, il solido buon senso del padre; nè il senato era più quello di Claudio e di Galba. La riforma di Vespasiano incominciava a dare i suoi frutti. Le nuove famiglie, scelte in Italia e in tutte le province dell’Occidente, avevano infuso finalmente nella stanca assemblea il vigore che sembrava estinto per sempre. Il senato rialzava il capo; di nuovo conosceva i suoi diritti e i suoi doveri; voleva agire e farsi valere. Questo nuovo senato, riplasmato dalla mano di Vespasiano, non poteva perdonare a Domiziano il modo con cui si era fatto eleggere. Ciò non ostante, i primi anni furono tranquilli. Fatti di guerra primeggiano in quelli, come la conquista di quasi tutta la Britannia. Fin dal 77 era stato spedito in Britannia uno dei membri più illustri della nuova aristocrazia, Giulio Agricola, gallo d’origine. Già all’avvento di Domiziano, egli non solo aveva, proseguendo la lenta opera dei suoi predecessori, stabilmente occupato l’isoletta di Mona (Anglesey); ma era avanzato fino ai confini meridionali della Caledonia (Scozia), là dove l’isola si restringe fra i golfi di Bodotria e di Clota (Forth e Clyde). Agricola aveva fortificato i confini della nuova provincia, e si apparecchiava alla invasione della Hibernia (Irlanda) e della stessa Caledonia. Ma le difficoltà della impresa, alcune rivolte scoppiate nella parte già sottomessa, e grosse difficoltà sorte in Germania obbligarono Roma ad abbandonare l’impresa. Agricola fu richiamato: atto che fu vivamente biasimato nei circoli senatorii di Roma, sebbene sia difficile ammettere che Domiziano l’abbia fatto per gelosia di Agricola[11].

Alle cose di Germania attese invece Domiziano in persona. Prendendo occasione dai movimenti e dalle turbolenze dei Catti, una delle più bellicose popolazioni germaniche, l’imperatore condusse nell’83 una spedizione in Germania, alla quale non difettarono nè gli uomini nè i mezzi. Aiutato da buoni generali e consiglieri, Domiziano riportò ragguardevoli successi[12]. Ma l’impresa ebbe un epilogo ancora più notevole dell’impresa stessa; par che allora si cominciasse la costruzione di quella colossale fortificazione — il limes germanicus — che, compiuta nel secondo secolo, doveva congiungere il Reno col Danubio e, lunga 120 miglia romane, sbarrare il tratto della nuova frontiera, che i due fiumi non coprivano.