14. La censura a vita e la rottura tra Domiziano e il senato (85). — Senonchè già durante questi anni era accaduto qualche urto tra imperatore e senato. Il senato, per esempio, aveva tentato nell’82, senza riuscire, di fare i propri membri immuni dal giudizio del principe. Ma i rapporti incominciarono a guastarsi verso l’85, dopo l’impresa di Germania, quando Domiziano assunse come suo padre la censura, specialmente quando si fece nominare censore perpetuo. Per capire quel che successe in Roma e nel governo dopo questo atto, bisogna spiegarlo bene. Il censore, il più alto e il più temuto dei magistrati romani, poteva anche fare per eccezione dei nuovi senatori e deporre i senatori già investiti del grado. Era, in un certo senso, il giudice e l’arbitro del senato. Perciò c’erano stati tempi in cui i partiti si erano intesi nella repubblica per non nominare più censori. Gli stessi imperatori, anche i più autorevoli, Augusto e Vespasiano, non avevano accettato la censura che per qualche tempo, di mala voglia, quasi a forza e per ragioni straordinarie: Vespasiano, per esempio, dopo una tremenda guerra civile e per ridare a Roma un senato. Tanto era grave l’impegno! Cosicchè il senato era un corpo che si rinnovava automaticamente; poichè tutti coloro che avevano esercitato la questura diventavano per diritto, alla fine della magistratura, senatori, e non potevano essere più spossessati se non in seguito ad un processo. Ma un imperatore che voleva essere censore perpetuo rivendicava invece il potere di espellere dal senato o di introdurci quanti senatori credesse, ossia toglieva al senato una delle garanzie maggiori della sua indipendenza. Il senato, che Vespasiano aveva rinvigorito di nuove energie, si rivoltò contro questa ambizione dell’imperatore, che era sembrata soverchia anche ad Augusto e a Vespasiano. Il duello implacabile tra la nuova aristocrazia e Domiziano incomincia.


15. La guerra Dacica (85-89). — Una grossa guerra sopraggiunse tra l’85 e l’86 in mezzo a queste discordie civili. I Daci, da gran tempo stanziati nella pianura, che oggi abitano Ungheresi e Rumeni, minacciavano già da qualche tempo la riva destra del Danubio, e più dopochè Antonio Primo aveva sguernito di milizie la Mesia. Ma, come sembra, poco prima di Domiziano, quelle sparse tribù erano state raccolte in un governo unico, sotto un abile principe, Decebalo, il quale, mentre si studiava di dirozzare il suo popolo, l’armava potentemente e stringeva relazioni con tutti gli stati limitrofi. Improvvisamente, nell’85, Decebalo aveva varcato il Danubio, sorpreso e sconfitto il governatore della Mesia, invasa la provincia. Narrare la storia di questa guerra e giudicare quel che Domiziano fece, è impossibile, tanto i racconti degli storici antichi sono lacunosi. Noi vediamo Domiziano accorrere da Roma nella provincia invasa e raccogliere colà in grande fretta parecchie legioni; ma non partecipare ad operazioni militari, sibbene attendere ad un nuovo ordinamento della Mesia[13]; ritornar poi a Roma e presiedere alla inaugurazione dei Giochi Capitolini, i quali, come le Neronee, constavano di recitazioni musicali e poetiche, di gare di eloquenza, di corse e altri esercizi del genere, cui pigliavano parte anche le donne. Mentre l’imperatore rendeva con queste feste il più solenne omaggio, tributato sino ad allora, ufficialmente, in Roma, all’ellenismo, i suoi generali riuscivano a ributtare i Daci al di là del Danubio[14]: il che farebbe credere che non per leggerezza o neghittosità Domiziano era venuto a Roma, ma perchè la sua presenza non era necessaria. Ma quando, nella primavera dell’87, il sub prefetto del pretorio, Cornelio Fusco, tentò di passare il Danubio e di invadere il territorio dei Daci, fu a sua volta sconfitto ed ucciso: il che farebbe pensare che questa spedizione fosse stata preparata un po’ alla leggera. Comunque sia Domiziano cercò di riparare; e si accinse a una terza campagna, la cui direzione sarebbe stata affidata a Tezzio (?) Giuliano. Ma se è difficile giudicare Domiziano e le sue virtù militari in questa guerra, è certo che tutte queste vicissitudini e oscillazioni irritarono il malcontento del senato contro il Console perpetuo. Il senato incominciò ad accusarlo di fare strazio del prestigio dell’impero; e l’accusa presto diede i suoi frutti. Nell’autunno dell’87 si scopriva una prima congiura[15]; e, subito dopo, erano ordite le prime fila di una insurrezione, la quale doveva spingere alla rivolta addirittura le legioni della Germania superiore. La insurrezione scoppiò, a quanto pare, nell’88, e fallì, perchè i legionari non seguirono il generale, e gli altri governatori non lo secondarono. Non per questo l’aristocrazia senatoria cessò dal mormorare contro la guerra dacica e contro Domiziano, che la dirigeva. Invano l’imperatore cercò oltre il Danubio quella vittoria indiscutibile, che avrebbe imposto silenzio a tutti i nemici. Nella primavera dell’89 Giuliano aveva inflitto una grave disfatta all’esercito di Decebalo. La resa a discrezione dei Daci sembrava imminente: ma proprio allora Decebalo riusciva a muovere contro i Romani i Quadi, i Marcomanni e, pare, anche gli Svevi. Giuliano dovette fermarsi, e l’imperatore trattar la pace. Decebalo acconsentì a restituire tutto il bottino della guerra — armi ed uomini —; a riconoscersi cliente dell’impero, a difendere a vantaggio di Roma il confine del Danubio; al qual uopo riceveva dall’impero mezzi e uomini per riordinare l’esercito. Assoldare i barbari per difendere le frontiere che altrimenti le assalirebbero è un procedimento, che in tutti i tempi i grandi stati hanno adoperato. Ma quei procedimenti furono invece rimproverati a Domiziano, dall’aristocrazia senatoria, come un tradimento. Si disse persino che Domiziano aveva fatto l’impero romano tributario di Decebalo! Come che sia, svincolato dall’impegno della campagna dacica, l’imperatore potè volgere tutte le sue forze contro i Quadi e i Marcomanni, che furono alla fine costretti alla pace[16].


16. La caduta di Domiziano (89-96). — Ma ormai la discordia tra il senato e l’imperatore era insanabile. L’ostilità permanente e le critiche implacabili del senato non potevano non irritare un uomo sospettoso, orgoglioso, violento, come Domiziano, e spingerlo a procedimenti sempre più autoritari. Questi a loro volta non potevano non esasperare un corpo, come il senato, che aveva nelle vene il sangue nuovo trasfusogli da Vespasiano. Le strettezze delle finanze peggiorarono ancora uno stato di cose già cattive. La prodigalità di Vespasiano e di Tito, che Domiziano aveva continuata, le numerose guerre, il soldo delle legioni aumentato di tre aurei, avevano dissestato le finanze dell’impero. Occorrevano denari. Il governo di Domiziano diventò anche rapace[17]. I tempi dovettero lamentare di nuovo la caccia ai testamenti, che tanto Domiziano avea nei suoi primi anni biasimata; la lex de majestate, adoperata di nuovo come espediente fiscale; l’asprezza crescente nella percezione delle imposte. I senatori in particolar modo rammaricarono il continuo aumento delle fonti del fisco imperiale a scapito dell’aerarium della repubblica, che il senato amministrava. Di nuovo infierirono a Roma le delazioni, i processi, gli scandali, le congiure che, esasperando il carattere sospettoso e violento di Domiziano, sembrano veramente averne alla fine alterato la mente. Una specie di delirio dispotico pare essersi impadronito di lui, e averlo spinto a imitare Caligola, proclamandosi Dio, alla foggia degli antichi sovrani d’Egitto. Ma Roma non era Alessandria; e non c’era tra le sue mura posto ancora per un despota, che volesse essere adorato. Il governo di Domiziano si trascinò sino al 96, sempre più cupo, sospettoso, violento: sinchè, nel 96, una vasta macchinazione, della quale facevano parte parecchi dei suoi familiari, la moglie, e tutti e due i prefetti del pretorio, ebbe ragione del suo dispotismo. Il 18 settembre il principe periva pugnalato in età di appena 45 anni, dopo 15 anni e 5 giorni d’impero.

Note al Capitolo Secondo.

[3]. La lex de imperio — o meglio il brano che è giunto a noi — si trova in C. I. L. VI, 930.

[4]. Sulle riforme militari di Vespasiano, cfr. Pfitzner, Die Römischen Kaiserlegionen, Leipzig, 1881, pp. 68-73.

[5]. Cfr. Svet. Vesp. 25.