56. Il Cristianesimo. — Ma la dottrina che in questo mezzo secolo si impadronì del corpo e dell’anima dell’impero fu il Cristianesimo. In questi cinquanta anni si diffuse in tutto l’impero e penetrò negli eserciti, in senato, a Corte, in tutti gli ordini sociali; conquistò poveri e ricchi, ignoranti e colti; e costituì una gerarchia semplice ma salda su principî rigorosamente autoritarî. In ogni Chiesa c’era un clero numeroso, composto di diaconi, che formavano il personale servente, degli anziani (πρεσβύτεροι) che componevano un consiglio dirigente, e del vescovo (ἐπίσκοπος) che era il capo della chiesa con poteri quasi assoluti. Il vescovo era eletto dal clero, consenziente l’assemblea dei fedeli ed a vita; eleggeva gli anziani ed i diaconi; ed era già ormai, all’epoca di cui parliamo, un personaggio autorevole della città. Il Cristianesimo può ormai lottare da pari a pari con l’impero.
Al principio del terzo secolo il Cristianesimo si confondeva con molte altre religioni orientali, tenute d’occhio, ma più sprezzate che temute, dalla aristocrazia governante. Come si spiega questo suo rapido diffondersi in quel mezzo secolo? Con quella sua radicale negazione dei principî su cui il mondo greco-latino posava, che per più di due secoli l’aveva fatto odioso o spregevole agli occhi di tanti. La civiltà antica, in Grecia e in Roma, era stata aristocratica e politica. Essa aveva cercato di creare lo Stato perfetto, splendido, giusto, sapiente, che fosse l’organo delle virtù più alte dello spirito umano nelle mani di piccole oligarchie di «ottimi», a cui l’eccellenza sopra la comune natura umana imponeva obblighi più alti e più gravi. Non l’eguaglianza, ma la diseguaglianza morale degli uomini era il principio su cui lo stato antico posava. Il Cristianesimo affermando la eguaglianza morale tra gli uomini, tutti figli del medesimo Dio, distruggeva dalla radice ogni forma aristocratica della società e del governo; e ponendo lo scopo della vita in un ideale di perfezione personale, dichiarava di nessuna importanza quella perfezione e quella potenza dello Stato, in cui gli antichi avevano raffigurato il massimo dei beni. Che importava se le città o l’impero erano bene o mal governate, quando un uomo, obbedendo a Dio e vivendo virtuosamente, poteva raggiungere la perfezione? Il male fatto dai potenti noceva soltanto a chi lo faceva, poichè essi dovrebbero renderne conto a chi era più potente di tutti i grandi della terra. Finchè l’impero fu forte e prospero; finchè il potere fu tranquillo e pieno di dolcezze; finchè l’aristocrazia che lo governava godè di un grande prestigio, queste dottrine non si diffusero molto. Ma quando, nel terzo secolo, l’aristocrazia è distrutta e lo sforzo di tanti secoli per creare lo Stato perfetto, giusto, sapiente mette capo alle più orrende dittature della violenza, al più spietato fiscalismo, alle continue guerre civili, alla anarchia permanente, all’universale insicurezza, le dottrine cristiane sembrano le sole, che sciolgano tutti gli insolubili enigmi del tempo. Disperando di poter curare i mali orrendi dell’impero, gli uomini fanno buona accoglienza ad una dottrina che insegnava loro questi mali esser di poca importanza; e che ognuno poteva trovare in se stesso la perfezione, la felicità, la salvezza.
Le numerose istituzioni d’assistenza e di beneficenza, che il Cristianesimo aveva fondate, ne aiutarono molto le fortune. Ovunque le comunità cristiane provvedono alle vedove, agli orfani, ai malati, ai vecchi, agli impotenti, ai condannati per la causa di Dio, al riscatto dei prigionieri, alla cura degli schiavi, alla sepoltura dei poveri, all’ospitalità dei correligionari forestieri, ai soccorsi in favore delle comunità povere o in pericolo. I beni che le comunità cristiane possedevano erano stati in gran parte donati dai ricchi, molti dei quali, in vita o in morte, trasferivano alla Chiesa parte o tutta la loro fortuna. La Chiesa veniva quindi raccogliendo una gigantesca manomorta, i cui frutti essa spendeva, parte a beneficio proprio, parte a pro dei derelitti e dei poveri. Non è difficile imaginare quale formidabile strumento di potenza fosse questo patrimonio e le istituzioni di assistenza e di beneficenza che su quello posavano, in mezzo alla crisi, alla miseria, alla generale insicurezza del terzo secolo. Le chiese cristiane apparvero allora a molti come un porto sicuro nella tempesta. Mentre gli spiriti eletti giungevano al Cristianesimo attraverso la prova del dolore proprio, o la visione del dolore altrui, attraverso il disgusto del mondo sconvolto e contaminato, in uno sforzo affannoso verso la pace e la beatitudine, molti erano attratti alla nuova fede dal bisogno dell’assistenza, di cui la Chiesa era larga con i derelitti. Il Cristianesimo era dunque ormai una potenza spirituale e terrena. Senonchè, a differenza del mitraismo, esso non godè punto il favore degli imperatori. Se sarebbe esagerazione il dire, come si fa da alcuni, che tutti gli imperatori del terzo secolo furon avversi ai cristiani, certo è che il Cristianesimo ebbe a soffrire sotto alcuni di questi — come Decio e Valeriano — fierissime persecuzioni, e che fu sempre considerato dai poteri pubblici con una diffidenza ostile, a cui contrasta il favore accordato al mitraismo. Lo spirito stesso del Cristianesimo spiega questa diffidenza. Non è dubbio che il Cristianesimo fu per l’impero una forza dissolvente. A mano a mano che i tempi si facevano torbidi, il Cristianesimo prendeva coraggio a sostenere, con maggiore o minor fervore secondo le diverse sètte, che il cristiano deve fuggire le pubbliche cariche, gli onori, gli uffici, che mettono a repentaglio la sua fede. Egli non può curare i templi, disporre i giuochi del Circo, giudicare e processare i suoi concittadini; egli non può quindi — salvo a scontarlo con la perdizione dell’anima — divenire magistrato. Il mondo, in cui gli altri vivono e tripudiano, è l’albergo di una religione e di una civiltà, che Cristo ha maledette, e nessuna sua gioia e nessun suo dolore può indurre a parteciparvi il perfetto cristiano, il quale, anzi, non anela che a uscire il più presto possibile da questa valle di colpe e di lagrime. A fil di logica, il dovere del cristiano sarebbe dunque quello di distruggere l’Impero. Se egli non lo fa, gli è perchè — afferma Tertulliano — il cristiano possiede a fondo la dottrina e la consuetudine della mitezza.
Come operassero simili dottrine, in un tempo in cui le cariche pubbliche diventavano così pericolose, si imagina facilmente. Il Cristianesimo distruggeva l’impero con l’astensione; togliendo al governo un grande numero di uomini intelligenti, colti, onesti, zelanti delle classi superiori. Molti cittadini, che avrebbero potuto e, secondo le antiche dottrine, dovuto assumersi le pubbliche cariche, preferiscono donare il loro patrimonio alla Chiesa e rifugiarsi nella religione; altri sfuggono alla responsabilità del potere per vie diverse, di cui taluna sarà anche deplorata dagli imperatori cristiani[72]; il celibato cresce più che sullo scorcio della repubblica. Ma anche più dei servizi civili soffriva l’esercito. Già nel secondo secolo, il Cristianesimo aveva affermato che «non è lecito essere uomo di spada, dopo che il Signore ha dichiarato che chi ferisce di spada ne perirà, e che il Figlio della pace, cui non conviene neanche impegnarsi in un litigio, può ancor meno impegnarsi in battaglia»; che «il Signore, disarmando Pietro, manifestò chiaramente il suo volere che ogni soldato dovesse deporre la spada»; onde al militare cristiano nessun’altra via rimane, fuorchè quella di «abbandonare subito l’esercito» o «risolversi a soffrire per Cristo la stessa sorte di ogni altro Cristiano»[73]. I Canoni della Chiesa di Alessandria sconsigliano l’arruolamento volontario, fondamento dell’esercito romano; ed affermano autorevolmente «non convenire ai cristiani di portare le armi». Lo stesso Lattanzio ragguaglia e vieta l’ufficio del carnefice e la guerra, chè al precetto divino, che proibisce di uccidere, «non può farsi veruna eccezione». Sant’Agostino infine dice che al cristiano è indifferente vivere sotto questo o quel regime, purchè lo Stato non lo obblighi a commettere azioni empie ed inique[74].
Quando Diocleziano è assunto all’Impero, gli elementi più vitali dell’ellenismo e del romanesimo sono ormai morenti. Tutta la cultura antica, il paganesimo, le dottrine politiche e morali del mondo antico agonizzano, l’impero è in parte già distrutto, in parte pericolante. L’opera della Grecia e di Roma sta cadendo, distrutta dai nemici esterni, dalla sfrenata violenza delle legioni, dal Cristianesimo, che per far largo alla sua morale più alta e alla sua più nobile concezione della vita, doveva sconvolgere dalle fondamenta l’ordine di cose costituito. A questa dissoluzione, effetto nel tempo stesso di forze distruggitrici e di forze rigeneratrici, l’impero cerca di reagire spingendo innanzi e incalzando al governo le popolazioni più rozze dell’impero e rinnovando i vecchi culti orientali, mistici e pieni di spirito assolutista. Quando Diocleziano vestì la porpora, l’impero greco-romano di Traiano e di Adriano si è già quasi interamente convertito in un impero barbarico-asiatico. Lo strano destino che era riserbato a questo impero barbaro-asiatico, che stava cercando la via della salvezza e dell’avvenire in un lontano passato — nei culti e nelle istituzioni monarchiche dell’Asia, quali avevano fiorito prima del meraviglioso splendore della Grecia e di Roma — sarà raccontato nell’ultima parte di questa opera.
Note al Capitolo Settimo.
[63]. Dion. Cass., 77, 9.
[64]. Dion. Cass., 77, 10; 77, 24; 78, 36.
[65]. Dion. Cass., 77, 9; Dig., 1, 5, 17; Aug. De Civit. Dei, 5, 17.