Le vittorie della Siria si sentirono anche in Europa. I pochi imperatori che ancora conservavano qua e là qualche lembo di territorio, come Tetrico in Gallia, sparirono; l’unità dell’impero — almeno quella formale — fu ricomposta, e Aureliano potè assumere il titolo di Restitutor Orbis. Cercò allora di curare le ferite dell’impero. Ma pur troppo doveva cadere vittima del suo zelo. Sullo scorcio del 275, era ucciso da una congiura di generali, le cui ragioni sono oscurissime.


53. L’ultima restaurazione dell’autorità del senato (276-282) e gli ultimi imperatori del III secolo, Caro, Carino, Numeriano e l’elezione di Diocleziano (282-284). — Ucciso Aureliano, le legioni ricusarono di scegliere un imperatore e si rivolsero al senato perchè lo eleggesse. La sorpresa era singolare; ma non inesplicabile. Anche i soldati avevan capito alla fine che gli imperatori acclamati dalle legioni non potevano governare, perchè mancava loro un titolo legale indiscutibile della autorità; che neppure il genio e i più insigni servigi potevano interamente supplire a questa mancanza; che, mancando di legittimità, gli imperatori capaci e gli incapaci, Gallieno come Aureliano, erano egualmente esposti al pericolo di esser rovesciati da quella stessa forza illegale che li aveva inalzati. Disperato, tutto l’impero, le legioni comprese, si volgeva invocando l’ordine, la pace, la salvezza, verso il senato, che per tanti secoli era stato insieme con i comizi la sacra fonte della legalità in Roma. Ma un principio di autorità quasi disseccato non rinverdisce solo perchè gli uomini, stanchi del disordine, lo supplicano di aiutarli. Il senato era vecchio e stanco; dapprima, quasi insospettito, cercò di schermirsi; poi, costretto, s’indusse ad eleggere imperatore il più anziano dei suoi membri, il princeps senatus Marco Claudio Tacito (275-276), che a sua volta, in sulle prime, cercò ogni mezzo per schivare la porpora. Tacito cercò di governare come aveva governato Traiano: ma dopo pochi mesi era ucciso da una rivolta di soldati, malcontenti per la debolezza del suo governo; e di nuovo l’anarchia infuriò nell’impero, sprovvisto ormai di un principio di autorità. Alla morte di Tacito alcune legioni proclamarono il fratello suo M. Annio Floriano (276); altre M. Aurelio Probo (276-282), uno dei più valenti generali di Aureliano. Probo ebbe il sopravvento, e cercò di governare al modo di Tacito, invocò e riconobbe l’autorità del senato, gli restituì il diritto di giudicare in appello nei processi penali, di nominare governatori e persino di ratificare le costituzioni imperiali; nel tempo stesso in cui con mano vigorosa provvedeva a difendere le frontiere. Ben forte doveva essere negli animi il terrore dell’anarchia, che la politica di Settimio Severo aveva scatenato nell’impero, se anche un soldato come Probo cercava di ricostituire pezzo a pezzo l’infranto edificio della potenza del senato!

Ma era troppo tardi. Probo non fu più fortunato di Tacito. Dopo aver dovuto lottare con parecchi pretendenti eletti nelle province, anche questo valoroso imperatore cadde vittima della non placata violenza delle legioni, nel 282. Le legioni gli diedero come successore M. Aurelio Caro (282-283) che si affrettò ad associarsi i due figli, Carino e Numeriano, e si accinse subito a far guerra alla Persia. L’impresa gli era riuscita felicemente; egli aveva già occupato Seleucia e Ctesifonte, allorquando, sulla fine del 283, dopo un anno di regno, chi disse un fulmine, e chi una congiura di militari, lo tolse di mezzo. L’esercito era stanco, come sempre, per le difficoltà della guerra persiana; Numeriano, che aveva accompagnato il padre e che gli successe, era, più che un soldato, un poeta. Fu quindi deciso il ritorno. Ma per via perì anche Numeriano. Questa volta si accusò apertamente il prefetto del pretorio, il suo suocero Apro, di averlo ucciso. Venne subito ordinata un’inchiesta e composto un tribunale di generali; il quale scelse ad imperatore il comandante della guardia del corpo: C. Valerio Aurelio Diocleziano (17 settembre del 284)[68].


54. La crisi economica del III secolo. — Anche l’ultimo tentativo di ristabilir l’ordine nell’impero per mezzo dell’autorità del senato, questo sforzo supremo di trovare la via dell’avvenire ritornando al passato, era fallito. L’anarchia durava ormai da mezzo secolo, ogni anno più violenta, e così vasta e profonda quale il mondo antico non aveva ancor vista. Le guerre civili della repubblica erano state disordini piccoli e circoscritti a paragone, perchè gli elementi essenziali della civiltà antica non erano stati distrutti. Questa volta, invece, no; la crisi politica dell’impero era diventata una crisi storica, perchè così l’ellenismo come il romanesimo, le due forme più alte della civiltà antica, furono ambedue colpite a morte in quel mezzo secolo, e non si riebbero più. Le guerre, le invasioni, l’insicurezza generale, l’universale impoverimento, le epidemie incessanti avevano assottigliato la popolazione. L’ostinazione con cui anche i più savi tra gli imperatori continuarono a trapiantare barbari nei territori dell’impero, è la prova più manifesta del bisogno di uomini in cui versava l’impero. La diminuzione della popolazione travagliava, com’è naturale, la agricoltura e l’industria, e accresceva ancor più il generale impoverimento, che era una delle sue cause. Gli agricoltori — coloni liberi, lavoranti, schiavi e piccoli possidenti — spariscono in gran numero; la piccola proprietà si assottiglia, il latifondo si dilata, le terre incolte si estendono. A sua volta, l’industria, così fiorente sotto gli Antonini e perfino sotto i Severi, soffrì profondamente; un po’ perchè molti artigiani erano periti, portando seco il segreto faticoso di arti perfezionate dal lavoro di molte generazioni, un po’ perchè la crescente povertà diminuì il consumo, un po’ perchè gli scambi fra Oriente e Occidente, tra province e province, così floridi e facili nei primi due secoli dell’impero, furono gravemente interrotti. Spariscono anche — e fu minore rammarico — giochi ed atleti, teatri e spettacoli. I teatri delle città minori cadono in rovina; quel furore di giochi e spettacoli molteplici, che diffondendosi da un capo all’altro dell’impero, l’aveva, per dir così, unificato nel piacere, illanguidisce, e si raccoglie in poche grandi città e in alcuni giochi e spettacoli superstiti, non i più fini ed eletti. Molte miniere si chiudono, massime le miniere d’oro, o per mancanza di braccia, o perchè i paesi sono invasi dai barbari. Alla rovina dell’agricoltura e dell’industria si accompagna, come è naturale, il dissesto del traffico. La poca sicurezza generale dell’impero, la difficoltà dei viaggi e dei trasporti, la cattiva moneta, la crescente povertà arenano il commercio. Ma mentre la ricchezza dell’impero scema, crescono i carichi. Un fiscalismo implacabile spolpa e scarnifica l’impero, per pagare le spese delle guerre civili ed esterne, per mantenere gli eserciti cresciuti di numero e più esigenti, per lenire la miseria delle plebi urbane con lavori pubblici e con donativi. A tanti flagelli si aggiunge infine la cattiva moneta. Un po’ per rimediare alla scarsezza dell’oro, un po’ per far fronte alle spese pubbliche senza aumentare troppo le imposte, gl’imperatori alterano il peso e la composizione delle monete. Sotto Caracalla il peso dell’aureus era disceso a gr. 6,55; ma, dopo Severo Alessandro esso diviene tanto irregolare, che i pagamenti in oro si fanno a peso. Peggio accade per la moneta d’argento. Già le proporzioni della lega nel denarius e nell’antonianus argenteus, emesso per la prima volta da Caracalla, erano cresciute a dismisura negli anni successivi alla morte di Settimio Severo. Ma l’antonianus non ha più, sotto Claudio il Gotico, che il 4 o 5% di argento, e non si distingue dalla moneta di rame se non per il colore ottenuto mediante un lavaggio in un bagno di argento o di stagno[69]. Anche le monete di bronzo sono emesse con peso ridotto. Onde un salire e oscillare vertiginoso dei prezzi; una disperata scarsezza di capitale che si esaspera quanto più la falsa moneta abbondi; un impoverimento universale, aggravato dalla ingiunzione con cui parecchi imperatori costringono gli infelici sudditi a pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’impero!


55. La catastrofe dell’ellenismo e del romanesimo. — L’anarchia, le guerre civili, la rovina del commercio, dell’agricoltura, dell’industria, il fiscalismo, intrecciandosi e sommandosi, avevano generato una delle crisi più memorande nella storia della civiltà umana. Sparisce in quella crisi, perchè è sterminata o impoverita o dispersa, quella aristocrazia, che durante il primo e secondo secolo, aveva retto, abbellito e incivilito l’impero, fondendo insieme l’ellenismo e il romanesimo; e con quella aristocrazia, l’ultima, la più numerosa e vasta tra quelle che si erano succedute nel mondo latino ed ellenico, cade lo stesso principio ereditario aristocratico, che della civiltà greca e latina era stato la colonna maestra. La parte delle ricchezze di questa aristocrazia che non andò distrutta, e il potere che essa aveva esercitato, trapassano ora a una nuova oligarchia di ricchi e di alti funzionari, civili e militari, che quel tremendo disordine ha portato su dalle classi più basse e dalle popolazioni più barbare dell’impero, ma che non riesciranno più a costituirsi in una aristocrazia ereditaria, disciplinata, ligia ad una tradizione secolare e ad una dottrina della vita, alta ma fissa, simile a quella che aveva fondato e retto l’impero romano. La civiltà antica ricevè quindi un colpo mortale, da cui non si riebbe più. Dopo cinquant’anni di anarchia, non solo tutte le industrie e tutte le arti, nelle quali la civiltà greco-romana aveva raggiunto tanta perfezione — la scultura come l’orificeria e come l’architettura, — si sono fatte più grossolane; non solo la cultura intellettuale in tutte le sue forme — filosofia, diritto, letteratura — si accascia illanguidita; ma la religione che era stata per tanti secoli in Grecia e in Roma il fondamento dello Stato e del consorzio sociale, il paganesimo, è moribonda. I culti orientali, lungo tempo trattenuti dall’accorta e tenace resistenza dello Stato, irrompono da tutte le parti.

Questo rivolgimento spirituale ha generato così immensi effetti nella storia del mondo, che è necessario soffermarsi a indagare le ragioni per cui in questo secolo le popolazioni dell’impero abbandonano per le religioni dell’Oriente il politeismo greco-latino. Queste ragioni sono diverse: ma due paiono prevalere per importanza. Il mondo greco-latino era giunto a tale grado di maturità spirituale, da poter separare la filosofia e la morale dalla religione. Il paganesimo era quindi un corpo di favole e di riti, fuori del quale il pensiero aveva creato filosofie e dottrine etiche viventi per forza propria. Le religioni orientali invece non solo agivano sui sensi e commovevano il sentimento più fortemente che il paganesimo, con la pompa delle loro feste, con lo splendore delle processioni, con i canti, con lo spavento, le speranze, l’estasi, e il misticismo che scaturiva dai loro misteri. Ma supplivano alle scuole filosofiche, che i popoli orientali non erano giunti a creare; contenevano delle metafisiche; affrontavano il problema del destino dell’uomo, della vita, del mondo, dichiarando di averlo già sciolto[70]. In tempi in cui la cultura filosofica era tanto decaduta, queste religioni, che contenevano una metafisica e una etica, ambedue affermative, semplici, senza troppe discussioni, esenti da dubbi, dovevano sembrare — ed erano — superiori al paganesimo formalistico e un po’ vuoto, che aveva bisogno di essere integrato da un’alta cultura filosofica.

L’altra ragione è politica. I culti orientali, essendo nati in paesi di assolutismo, contenevano quasi tutti una giustificazione mistica dell’autorità suprema, che nella anarchia del III secolo attrasse l’attenzione dei gruppi governanti l’impero. Questi, man mano che l’autorità del senato e la forza della tradizione romana vengono meno, cercano nella religione un principio mistico di legittimità, sul quale l’autorità imperiale posi più salda, che sul mobile favore delle legioni o sul capriccio della fortuna delle armi. La storia del mitraismo lo prova. Il mitraismo è l’antico mazdeismo dell’Iran, combinato con la teologia semitica e con altri elementi delle religioni indigene dell’Asia Minore: una religione, dunque, che veniva da un paese contro cui Roma lottava tenacemente da secoli. Eppure, nel terzo secolo, noi lo troviamo diffuso per tutto l’Impero, massime nelle province di confine, nella Gallia orientale e nella Germania occidentale, in tutte le province danubiane, in Dacia, in Numidia e nella sede stessa dell’impero, l’Italia settentrionale e centrale. Anzi a partire da Commodo, che primo tra gli Augusti romani si era fatto iniziare ai misteri di Mitra, e durante tutto il terzo secolo, il favore degli imperatori per il mitraismo cresce continuamente, finchè Aureliano, vendicando Eliogabalo, istituisce ufficialmente il culto del Sol Invictus, una specie, sembra, di mitraismo latinizzato. Si può dire che da Aureliano in poi, per parecchie generazioni, l’alta burocrazia dell’impero, civile e militare, sia stata seguace del mitraismo, latinizzato alla meglio nella nuova religione di Stato. Come spiegare questo favore della nuova monarchia assoluta per una religione, che le sue origini avrebbero invece dovuto fare sospetta? Il mitraismo affermava che i monarchi regnano per grazia divina e, come tali, ricevono da Mitra i superiori attributi della divinità; che anzi, per la sua influenza onnipresente, ne divengono consubstanziali[71]. Il principio della legittimità è così trasportato dal senato alla Divinità.