51. Da Massimino a Gallieno: trent’anni di anarchia (235-268). — La famiglia dei Severi cadeva così, distrutta da quello stesso esercito che era stato lo strumento della sua fortuna. Ma la sua caduta segna il principio di un disordine terribile, perchè questa volta non si leva più un Vespasiano o un Settimio Severo a ricondurre prontamente nell’ordine le legioni, che si arrogano il diritto di scegliere l’imperatore e di imporlo con le armi. Con la morte di Severo Alessandro incomincia una guerra civile che, complicata da guerre esterne, sembra non terminar più, e che dura trentatrè anni: i più calamitosi che l’impero avesse mai attraversati, e la cui storia è impossibile narrare minutamente tanto è confusa ed oscura. Cercheremo di darne un’idea quanto più chiara e concisa si possa. Massimino (235-238), innalzato al potere dalle legioni, non si curò che d’aver per sè i soldati; non chiese la convalidazione del senato; governò come se il senato non ci fosse. Il senato però c’era ancora; e non era punto disposto a lasciarsi trattare come un’anticaglia inutile da un Trace salito all’impero sulle spalle di una sedizione. Essendo stato, in Africa, proclamato imperatore il proconsole M. Antonio Gordiano, un ricchissimo senatore che a Roma aveva molti amici, il senato si affrettò a riconoscerlo. Gordiano prese come collega il figliolo dello stesso nome: Gordiano II. Ma Gordiano essendo stato vinto e ucciso dal governatore della Numidia, il senato nominò due imperatori M. Clodio Pupieno e Decio Celio Calvino Balbino: il primo, un valente uomo di guerra salito agli alti gradi da umili origini; il secondo, un senatore di grande lignaggio, molto stimato se pur mediocre. A questi fu aggiunto di lì a poco un terzo imperatore, un nipote di Gordiano, che portava lo stesso nome, e che il senato riconobbe, pare, perchè gli fu imposto da una specie di sommossa popolare. La capacità di Pupieno, il prestigio di Balbino e l’autorità del senato concorsero in un governo di una certa forza, il quale alacremente si diede ad apprestare armi e soldati contro Massimino, intento a combattere i barbari: quando s’accorse che il nuovo governo si rafforzava e che la fedeltà di parecchi governatori vacillava, Massimino venne in Italia; ma sotto le mura di Aquileia, che egli dovette assediare, un po’ la resistenza della città, un po’ la debolezza della sua autorità, che non posava su nessun titolo, un po’ il prestigio del senato e la unanime rivolta dell’Italia, scossero la fedeltà delle legioni. Massimino fu ucciso dai suoi soldati nella primavera del 238.
Il senato aveva vinto; ma la sua vittoria fu breve. Pupieno e Balbino vennero in discordia; sorsero difficoltà con le legioni, a cui il senato voleva far sentire la sua autorità. Alla fine i due imperatori furono trucidati da una rivolta militare (238), e Gordiano III (238-244) acclamato dai soldati. Le legioni avevan preso la loro rivincita sul senato: ma quale autorità avrebbe il nuovo imperatore, che era giovane e non pare possedesse molta saggezza? Sopraggiungevano intanto tempi calamitosissimi. In questo stesso anno, nel 238, i Carpi e i Goti passano il Danubio; nel 241, i Persiani sotto Sapor, successo a Ardeschir, invadono la Mesopotamia e minacciano la stessa Siria. Fortunatamente Gordiano trovò nel suo suocero e prefetto del pretorio, C. Furio Sabinio Aquila Timesiteo, un uomo capace e fedele. Furio Sabinio riassettò l’esercito, e seppe ricacciare dall’impero così i Persiani come i Carpi e i Goti. Disgraziatamente Furio morì nel 243; e Gordiano lo sostituì con M. Giulio Filippo. Arabo di nazione e valente soldato, Filippo non intendeva di servire l’imperatore, come il suo predecessore; sobillò i soldati a chiedere che Gordiano lo nominasse collega nell’impero; e Gordiano riluttando ad acconsentire, lo fece trucidare da una rivolta.
Acclamato imperatore dai soldati, Filippo l’Arabo (244-249) cercò di far legittimare dal senato la sua autorità; e ci riuscì. Ma l’autorità del senato era a sua volta troppo scossa, perchè da sola bastasse a legittimare un governo di origini così sospette e che sembra fosse inetto e fiacco. Filippo si trovò presto alle prese con vari pretendenti, improvvisati dal malcontento di questa o di quella provincia; finchè il malcontento delle legioni lo rovesciò. I Goti, respinti sotto Gordiano, erano tornati a rompere il confine dell’impero, e con tanta forza, che le legioni del Danubio, sfiduciate di Filippo, il quale si curava più di consolidarsi in Roma che di difendere le frontiere, acclamarono il governatore della Dacia e della Mesia, C. Messio Quinto Traiano Decio. Decio venne con l’esercito in Italia; e a Verona vinse e uccise Filippo (249).
Eletto per combattere i Goti, Decio (249-251) si affrettò a ripassar le Alpi, lasciando in Italia P. Licinio Valeriano con la carica di censore. Mentre egli combatterebbe i Goti, che avevano invaso la Tracia, Valeriano riordinerebbe l’amministrazione e rinvigorirebbe il senato. Ma non ebbe fortuna, perchè dopo diversi combattimenti, egli stesso era ucciso in un’ultima battaglia (251). Per la prima volta un imperatore romano cadeva combattendo contro i barbari.
Le legioni si affrettarono a proclamare il governatore della Mesia, C. Vibio Treboniano Gallo (251-253). Ma sebbene fosse un guerriero di grande reputazione, Gallo si affrettò a comprare la pace dai Goti a prezzo d’oro; e poi si recò in Italia. Senonchè i Goti non mantennero i patti e di nuovo invasero la Mesia. Furono questa volta sconfitti dal governatore M. Emilio Emiliano; onde le legioni, a cui Emiliano aveva promesso i denari versati ai Goti, lo acclamarono imperatore (253). Gallo lo fece proscrivere, ordinò al governatore della Germania, quel P. Licinio Valeriano che era stato censore sotto Decio, di muovere contro il nuovo pretendente, ed egli stesso cercò di disputargli l’Italia, alla cui volta il rivale marciava. Prima che l’esercito di Germania arrivasse, i due pretendenti vennero a battaglia, e Gallo fu ucciso (253). Il senato riconobbe Emiliano. Ma le legioni di Germania avevano già proclamato imperatore il loro generale; e una nuova guerra certo sarebbe scoppiata, se Emiliano non si fosse guastato con i suoi soldati, e questi non lo avessero ucciso, riconoscendo Valeriano (253).
Erano tempi spaventosi. Una peste micidiale desolava l’impero, sul quale i nemici, ormai incoraggiati dal disordine interno, si precipitavano da tutte le parti. Tra il 254 e il 260 i Goti ritornano a invadere la Dacia, la Macedonia, l’Asia minore; una nuova gente germanica, i Sassoni, apparisce sul mare, corseggiando le coste della Gallia e della Britannia; gravi torbidi scoppiano in Africa e nuovi pericoli minacciano in Oriente, dove l’Armenia cade di nuovo sotto l’influenza persiana e la Siria è invasa dai Persiani. Valeriano non si sentì la forza di fermar da solo questo universale scoscendimento, e prese un provvedimento, dal quale incomincia la frantumazione dell’impero e l’irreparabile decadenza della civiltà antica. Nominò Augusto il figlio P. Licinio Egnazio Gallieno (253-268) e gli assegnò le province occidentali, mentre egli serbava per sè le orientali. La grande opera di Roma, l’unità dell’Occidente e dell’Oriente, incominciava a vacillare. Ma neppur questo provvedimento giovò. Mentre Gallieno cercava, come poteva, di arrestare le incursioni dei popoli germanici nelle province d’Occidente, Valeriano tentava una grande spedizione contro la Persia, ma con poca fortuna; chè nel 259 o nel 260 era fatto prigioniero dai Persiani e andava a morire, non si sa come, nè quando, in cattività. Alla sparizione di Valeriano, che dei due Augusti era il più autorevole, seguì una dislocazione generale dell’impero. Già nel 258 in Gallia le legioni, spinte forse dalle popolazioni malcontente del governo di Gallieno, avevano proclamato imperatore M. Cassiano Latinio Postumo, mentre le legioni di Pannonia e di Mesia acclamavano imperatore Ingenuo. Postumo, che era un uomo energico, riescì a farsi riconoscere dalla Spagna e dalla Britannia, e a fondare un vero impero gallico-iberico che durò sino al 267, difese con vigore i confini e ridiede alle province da lui governate una certa sicurezza. Invece Ingenuo non riuscì a sostenersi nella Mesia e nella Pannonia; fu vinto da Gallieno e si uccise. Mentre l’Occidente si smembrava, l’Oriente, abbandonato a se stesso dopo la cattura di Valeriano, si difendeva come poteva contro i Persiani. Un generale di Valeriano, M. Fulvio Macriano, aiutato dalla ricca e potente città di Palmira e dal suo più potente e autorevole cittadino, Odenato, operando di propria iniziativa con gli avanzi dell’esercito di Valeriano, era riuscito a cacciare i Persiani e a salvare le province più ricche. Ma incoraggiato da questo successo, pensò di impadronirsi dell’impero per i suoi due figli, che fece proclamare imperatori. Odenato invece, che Gallieno aveva nominato dux Orientis, restò fedele all’imperatore: onde, mentre in Occidente Gallieno era in guerra con Postumo, scoppiava un’altra guerra civile in Oriente che terminò con la disfatta e la morte di Macriano e dei suoi figli. Ma mentre le forze dell’impero si logorano in guerre civili, cresce la baldanza dei barbari. Nel 261 gli Alamanni riescono a invadere l’Italia, e Gallieno non li sconfigge che sotto Milano; poco dopo i Franchi invadono la Gallia e la Spagna, valicando il mare e spingendosi, pare, fino in Africa; i barbari dell’Europa orientale, i Borani, i Goti, gli Eruli, i Sarmati, saccheggiano tutte le coste del mar Nero, forzano i Dardanelli, e giungono anch’essi in Asia Minore ed in Grecia. Nel 267 gli Eruli bivaccano ad Atene, a Corinto, ad Argo, a Sparta. È facile capire quale disperazione dovette impadronirsi delle infelici popolazioni; e non è difficile spiegare, come, sentendosi abbandonata dal potere centrale, ogni regione, ogni provincia si ribellasse, illudendosi di poter difendersi da sè, nominando un proprio imperatore. Negli ultimi anni del governo di Gallieno i pretendenti, che la storia denominerà i Trenta tiranni[66], pullulano in tutte le province, così numerosi e così caduchi, che non se ne può raccontar la storia: finchè nel 268 una congiura di generali uccide Gallieno, mentre assediava in Milano il pretendente, proclamato dalle legioni della Rezia: Aureolo.
52. Claudio II il Gotico (268-270) ed Aureliano (270-275). — Dei tre generali che cospirarono contro Gallieno, due — M. Aurelio Claudio e L. Domizio Aureliano — erano uomini di alto merito. Un grave motivo di pubblico interesse doveva dunque aver spinto questi uomini eminenti a toglier di mezzo con la violenza l’imperatore legittimo. Questo motivo deve esser cercato nel nuovo pericolo che minacciava l’impero: i Goti. Incoraggiati dalla crescente debolezza dell’impero e ammaestrati dall’esperienza, molti popoli germanici avevano fatto una potente coalizione sotto il nome comune di Goti e di Alamanni, e approntato grandi mezzi, per invadere e conquistare una parte dell’impero. Nella primavera del 268, un esercito, si diceva, di 320.000 uomini validi, dietro cui sciamava un numero doppio di donne, di vecchi e di fanciulli[67], passava sulla riva destra del Danubio, spingendosi verso Marcianopoli (a ovest di Varna); inondava la Macedonia orientale, la Grecia, le Cicladi, Rodi, Cipro, rimbalzando sulle coste dell’Asia Minore. Contemporaneamente, un altro esercito, in cui egualmente prevalevano i Goti, entrava in Mesia, e di qui per la valle della Morava invadeva la Macedonia. Il piano era chiaro: interporsi tra le province di Oriente e quelle di Occidente, e spezzare in due l’impero romano, conquistando la penisola balcanica. Non erano tempi in cui un imperatore debole e inetto potesse reggersi. Roma aveva bisogno di una spada. Claudio, il generale più reputato e popolare, fu riconosciuto senza discussioni dagli altri generali, dalle legioni e dal senato.
Questa volta la scelta era stata felice. Non lungi dall’antica Naissus (Nisch), Claudio aggirò il grosso del nemico e lo distrusse (269); indi intraprese una guerra sterminatrice contro gli avanzi dell’esercito vinto. Dopo un anno i pochi superstiti furono installati in territorio romano, per coltivare le terre dei vincitori, o per militare a difesa dell’impero, inquadrati nelle coorti ausiliarie. Disgraziatamente Claudio sopravvisse poco alla vittoria, essendo morto a Sirmio verso il marzo 270, vittima della peste, che ormai da quindici anni devastava l’impero. Il generale che gli successe, acclamato dalle legioni della Pannonia, e che egli stesso aveva designato, L. Domizio Aureliano, era però, come Claudio, un grande uomo di guerra; e la sua scelta fu una vera fortuna per l’impero, perchè i Goti sconfitti da Claudio non erano che una avanguardia. Aureliano era appena eletto imperatore, che Jutungi, Vandali, Alamanni invadevano addirittura l’Italia; e al principio del 271 sconfiggevano un esercito romano presso Piacenza. Aureliano riusciva di lì a poco a distruggerli, ma solo a Pavia e a Fano; e l’impressione del pericolo corso dall’Italia fu tale, che Aureliano si risolvè a fare il primo grande sacrificio territoriale, che Roma consentisse dopo la disfatta di Varo: ad abbandonare il pericoloso saliente della Dacia, trasportando il nome della provincia abbandonata a quella parte della Mesia, che si stende lungo la destra del Danubio (271); creando una Dacia Ripensis (capoluogo Sardica, Sofia), così come duecentocinquantacinque anni prima, perduta la Germania vera, erano state ritagliate in Gallia una Germania superiore ed una Germania inferiore. Raccogliendo le forze in un territorio più ristretto, Aureliano sperava di poter meglio difendere l’Italia. Ma il provvedimento non gli parve sufficiente; chè in questo medesimo anno comincia a costruire in Roma quella gigantesca cerchia di mura, lunga intorno alle 11 o 12 miglia, che avrebbe trasformato la Città eterna in una fortezza, e che gli uomini del secolo XX ammirano ancora.
L’impero, che Roma aveva conquistato in Occidente e che aveva salvato per due secoli le sorti del romanesimo, incominciava a sfasciarsi. Aureliano cercò dei compensi in Oriente. Qui Odenato, il dux Orientis che aveva conservato a Roma il suo impero Orientale, era morto nel 266 o 267; ma lui morto, del potere che egli aveva esercitato, si erano impadroniti la consorte, Zenobia, e il figlio Atenodoro (Wahaballath). I poteri di un dux Orientis non erano ereditari; e tanto meno poi trasmissibili ad una donna. Ma Gallieno aveva dovuto fare di necessità virtù, riconoscere a Zenobia l’autorità del marito, lasciar che essa le attribuisse un carattere orientale e monarchico, assumendo il titolo di regina. Senonchè Zenobia aveva preso ardire a cose maggiori, procedendo a costituire un grande Stato siriaco, come l’antica Cleopatra, che essa aveva presa a modello; anzi a ricostituire addirittura l’impero dei Tolomei. Nel 269, si era impadronita dell’Egitto, senza che Claudio, occupato a combattere i Goti, potesse opporsi; e ora si studiava di estendere il suo dominio a occidente su tutta l’Asia Minore. Aureliano, quando ebbe assestato alla meglio le faccende di Occidente, si risolvè a liberar l’impero di questo pericolo. Nel 272 egli penetrava nell’Asia Minore e quindi nella Siria, espugnando successivamente Ancira, Tiana e Antiochia, e raggiungendo sotto le mura di Emesa l’esercito della regina che si ritirava. Qui fu combattuta la battaglia campale. L’esercito siriaco fa vinto, ma non distrutto; e potè chiudersi in Palmira, che Aureliano non prese se non dopo un lungo assedio. Poco dopo Aureliano riconquistava anche l’Egitto (273); e tutto l’Oriente tornava sotto lo scettro di Roma.