Umiliò il senato, più che non avesse fatto Settimio Severo, e par che escludesse quasi interamente i senatori dai comandi militari. Aggravò le imposte[63], e continuò a peggiorare la moneta. Accrebbe alle legioni il soldo raddoppiando quasi di un balzo il bilancio militare[64]. Fece nell’esercito parecchie riforme, di cui alcune sembrano buone; fece guerre in Germania, che gli valsero il nome di Germanicus, e intorno alle quali troppo poco sappiamo per poter pronunciare un giudizio; si volse anche all’Oriente, dove pare sognasse di cogliere di nuovo gli allori di Alessandro Magno, che era la sua maggiore ammirazione. Incominciò annettendo l’Osroene e l’Armenia; sembra che chiedesse al nuovo re dei Parti, Artabano, la figlia in isposa, forse illudendosi di unire con quel mezzo l’impero romano e il partico; respinto con un rifiuto, preparò una grande campagna contro la Parzia; ma in mezzo ai preparativi, l’8 aprile del 217, cadde pugnalato da un veterano, vittima non si sa se del malcontento di un soldato o di quello del suo prefetto del pretorio o di una congiura di generali, non lasciando altra eredità fuorchè la memoria di un governo duro e violento. A questo governo però, in mezzo a molti eccessi, si deve la costituzione, che donava la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi delle province[65]. Si vuole, ma non è certo, che la riforma mirasse principalmente ad accrescere il gettito delle imposte; come è probabile che volesse spianare le ultime differenze tra l’Italia e le province, invise al dispotismo Severiano. Certo è invece, e qui sta la forza vera della riforma, che affrettò quell’imbarbarirsi del ceto governante, già incominciato da più di un secolo.

Morto Caracalla, le legioni acclamavano imperatore il suo prefetto del pretorio, Marco Opellio Macrino, africano anch’egli e semplice cavaliere. Macrino è il primo personaggio dell’ordine equestre, che giunga all’impero. Ma per un oscuro cavaliere, che non aveva per sè nè la nobiltà dei natali nè la gloria di grandi gesta compiute, l’acclamazione dei soldati non era titolo sufficiente. Perciò, per quanto il senato fosse avvilito dagli eventi degli ultimi anni, Macrino cercò di ingraziarselo, per trovare nel suo favore una sembianza almeno di legittimità: amnistiò tutti i senatori condannati da Caracalla; annullò molti atti del suo predecessore, e tra questo le sue misure fiscali. Ma non pare riuscisse ad ottenere la convalidazione senatoria. Non riuscì neppure a supplire alla difettosa legalità del suo potere con la grandezza dei trionfi militari: vinto dai Parti, dovette per la prima volta acconsentire a pagare una indennità di guerra. Questa doppia debolezza precipitò la sua fortuna.

Alla morte di Caracalla, la madre Giulia Domna si era lasciata morir di fame, mentre la sorella Giulia Mesa e le nipoti, Soemia e Mamea, andavano a vivere, relegate da Macrino, in Emesa, nel tempio del Dio del Sole Eliogabalo. Il padre di Giulia Domna era stato sacerdote del Dio. Ciascuna delle due giovani donne aveva un figliuolo; Soemia, un Vario Avito Bassiano, giovinetto quattordicenne e sacerdote del Dio come il suo bisnonno; Mamea, un Alessiano. Approfittando della debolezza e delle sconfitte di Macrino e profondendo le ricchezze del tempio di Emesa, Giulia Mesa ottenne che una legione stanziata nelle vicinanze di Edessa proclamasse imperatore Bassiano, persuadendola che era figlio di Caracalla (16 maggio 218). La rivolta si propagò rapidamente nelle legioni malcontente e affezionate alla progenie di Settimio Severo; Macrino fu abbandonato dai soldati ed ucciso; e in ventitrè giorni il giovine sacerdote di Eliogabalo era riconosciuto unico imperatore (8 giugno 218).

Il principe che, salendo all’impero, assunse il nome di M. Aurelio Antonino ma che passò alla storia con quello di Eliogabalo, regnò quasi quattro anni, sino all’11 marzo 222. Con lui le religioni orientali debellano la secolare opposizione di Roma: il che basta a spiegare le leggende certamente esagerate e in parte fantastiche, che corsero sul suo governo. Il nuovo imperatore mette in disparte la religione ufficiale di Roma; pone innanzi al titolo di Pontefice massimo quello di Sacerdos amplissimus Dei invicti Solis Elagabali, celebra una specie di mistico matrimonio tra il Dio Siriaco del Sole e la Dea Cartaginese Astarte, introducendo ambedue questi Dei nel culto ufficiale. Il sacerdote di un culto siriaco, guidato da donne, governa l’impero di Roma! Pericolo ancora maggiore, Eliogabalo non era uomo da conservarsi il favore delle legioni, che l’avevano innalzato alla carica suprema. Sotto il suo governo debole, inetto, tutto feste e cerimonie religiose, l’impero si indebolì ancor di più; crebbe nell’esercito l’indisciplina; le finanze precipitarono alla quasi totale rovina per le inconsiderate spese; un sordo malcontento minacciò sotto sotto il governo di questo sacerdote del Sole. Per rinforzarlo un po’, la madre, la zia, e i soldati imposero al principe che si associasse il cugino, il giovane Alessiano, che, infatti, in età di appena dodici anni, fu assunto come collega, col nome di M. Aurelio Severo Alessandro. Ma Eliogabalo non era molto contento di dover temere in un collega un rivale possibile; e in varii modi e a più riprese cercò di toglierlo di mezzo. Sinchè alla fine, l’11 marzo 222, i soldati infuriati lo trucidarono, quando toccava appena i diciotto anni, insieme con la madre e gli amici.


50. Severo Alessandro (222-235). — Gli storici moderni possono pure, traviati dalla storiografia tedesca e dai suoi spiriti monarchici, ripetere che il senato romano era ormai un inutile rudere. Ma che il senato fosse la sola fonte della legalità, a cui potessero attingere autorità gli imperatori, si vide chiaro alla morte di Eliogabalo. Spaventata dalla crescente prepotenza dell’esercito, la famiglia di Settimio Severo si volge al senato, perchè l’aiuti a costituire un governo, la cui legittimità non sia dubbia e che perciò possa durare. Severo Alessandro non aveva ancora 14 anni. Egli sembra perciò essere stato guidato nei primi anni dalla madre, Giulia Mamea, che fu l’Agrippina di questo secondo Nerone. E come Agrippina, Giulia Mamea incominciò, e per le stesse ragioni, da una restaurazione della repubblica. Inspirato dalla madre, il giovine imperatore, che pure era nato in Fenicia, imita, esagerandolo, il governo di Traiano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio. Rifiuta il titolo di dominus, abolisce il cerimoniale, tratta i senatori come pari, affida al senato la scelta dei principali funzionari, compresi il prefetto del pretorio e i governatori delle province. Il consilium principis si riempie di senatori; l’aerarium è ricostituito accanto al fiscus; perfino nelle province imperiali i governatori sono assistiti da assessori, giuristi i più, che appartengono all’ordine senatorio; i consoli son designati dal senato; l’autorità dei procuratori imperiali è ridotta. Il senato è perfino purificato! L’ordine senatorio, insomma, riconquista il perduto, e l’ordine equestre perde l’acquistato, da Settimio Severo in poi. Il principe e il senato si alleano per tener testa all’esercito, come sotto Settimio Severo il principe e l’esercito avevano stretto lega per spossessare il senato.

Senonchè a questa ultima restaurazione senatoria i tempi e gli eventi non furono favorevoli. Verso il 224 o il 227 l’equilibrio, faticosamente mantenuto da Roma in Oriente, era sconvolto da un improvviso rivolgimento. Dalla caduta della monarchia medica erano passati otto secoli, pieni di eventi grandiosi: la unificazione di tutta l’Asia occidentale sotto lo scettro dei re persiani della dinastia dei Sassanidi; il duello tra la Persia e la Grecia; l’invasione quasi favolosa di Alessandro Magno; le guerre secolari dei Diadochi; la maturazione e consolidazione dell’impero ellenistico dei Seleucidi e la nascente fortuna della monarchia degli Arsacidi; il sorgere inopinato dell’astro di Roma e l’eclissi dei Seleucidi; infine l’interminabile duello ancora indeciso, dopo quasi tre secoli, tra Parti e Romani. A questo punto la monarchia partica, che troppo aveva civettato con la cultura greca e troppo debolmente s’era opposta alle ambizioni di Roma e dell’Occidente, era rovesciata da una insurrezione persiana e nazionale che sostituiva un Ardeschir (Artaserse), un Sassanide anche esso, come Ciro il grande, all’ultimo Arsacide, all’Artabano, con cui Caracalla e Macrino avevano combattuto. Ma questo non era più uno dei tanti mutamenti di sovrani, che i Romani avevano sino ad allora sfruttati. Il nuovo impero persiano sorgeva nemico dell’Occidente e di Roma: non solo per rimettere in onore il vecchio culto iranico del Mazdeismo, che aveva avuto per profeta Zaratustra; non solo per combattere la coltura greca, ma per ricostituire l’antico impero persiano fino all’Asia Minore, alle Cicladi, alla Grecia, all’Egitto.

L’impero romano doveva fronteggiare inaspettatamente un nuovo nemico. E questo non perse tempo. Nel 231 il nuovo sovrano si gettava sulla Mesopotamia romana, con l’intenzione di conquistare addirittura l’Asia Minore e lanciava arditamente le sue avanguardie in Cappadocia e nella Siria. Da parte romana si tentarono le trattative, ma il re persiano dichiarò di considerare come appartenenti a lui tutti i territori che erano stati di Ciro, e chiese lo sgombero di tutta l’Asia. Alessandro dovè richiamare molte legioni del confine del Danubio, ordinare nuove leve, armarle rapidamente; e alla testa di un poderoso esercito si recò in persona in Oriente. Il piano di guerra, che i suoi generali avevano imaginato, era ottimo. Una colonna doveva invadere la Media attraverso l’Armenia, anch’essa in guerra con il re di Persia; un’altra, procedendo attraverso la Mesopotamia inferiore, minacciare il cuore della Persia; una terza, disposta fra le due prime, procedere più lentamente attraverso l’alta Mesopotamia, per rincalzare quello degli altri due eserciti, che avesse avuto bisogno di aiuto. Innanzi a un così vasto spiegamento di forze Artaserse si ritirò, e si raccolse per attaccare all’improvviso l’esercito del sud, prima che potesse esser soccorso dall’esercito del centro. Riuscì infatti a sconfiggere e a costringere alla ritirata l’esercito romano che avanzava a sud, prima che l’esercito del centro arrivasse a sostenerlo, e indirettamente respinse anche l’esercito del nord, che invece aveva invaso la Persia, saccheggiando e catturando prigionieri; ma che non potè reggersi solo in paese nemico, quando gli altri due eserciti ripiegarono. La spedizione romana era dunque fallita, come invasione; ma era riuscita invece a liberare il territorio dell’impero, perchè non solo il Re di Persia si ritirò, ma riconobbe che non era ancora giunto il tempo di marciare verso il Mediterraneo come erede di Ciro.

Senonchè per arginare l’invasione persiana Severo Alessandro era stato costretto a richiamare molte legioni dal Reno e dal Danubio. I Germani ne approfittarono. Mentre la guerra infuriava in Oriente una coalizione di popoli germanici, a cui gli antichi dànno il nome di Alamanni, riuscivano ad entrare in Gallia; e i Marcomanni varcavano il Danubio. Alessandro dovè trasportare l’esercito in Occidente, far nuovi arruolamenti, prepararsi a una seconda e più aspra guerra. Non volendo spossare l’impero già stanco, egli volle saviamente debellare i barbari dell’Occidente non con le armi soltanto, ma con i trattati e i sussidi. Senonchè i soldati erano da un pezzo malcontenti di Alessandro, che non li trattava e non li pagava come Caracalla e Settimio; e al loro malcontento riuscì comodo, per soddisfarsi in una rivolta, il pretesto dell’onore dell’impero. Alessandro fu trucidato insieme con la madre (gennaio, febbraio o marzo 235) da una sedizione militare, a capo della quale stava C. Giulio Vero Massimino, un valoroso Trace di origine oscura, molto devoto alla famiglia di Settimio Severo, ma che parlava malamente il latino. Le legioni lo proclamarono imperatore in Magonza.