(284-305)

57. Diocleziano e Massimiano: la spartizione dell’Impero (284-293). — Anche il successore di Caro era un Dalmata, come Claudio e Aureliano, sebbene di natali ancora più oscuri. Chi lo diceva persino figlio di un liberto. Era stato nell’esercito fin dai più giovani anni, e s’era allenato alla scuola di tre grandi generali, Claudio, Aureliano, Probo. Ma quel barbaro era un grande uomo.

Appena eletto, ebbe a sostenere una guerra civile con Carino, che frattanto aveva combattuto contro gli Jazigi. Le due parti si prepararono per parecchi mesi e si affrontarono nella primavera del 285 sulla Morava. Par che Diocleziano avrebbe avuto la peggio, se Carino non fosse stato ucciso da uno dei suoi ufficiali. Ma la nuova guerra civile aveva scatenato i soliti disordini. Le province, abbandonate per parecchi mesi a loro stesse, avevano incominciato a proclamare nuovi pretendenti. Nella Gallia era scoppiata una insurrezione di contadini rovinati e di debitori insolvibili, la così detta insurrezione dei Bagaudi. I barbari ricominciavano ad agitarsi alle frontiere, a corseggiare le coste della Gallia e della Britannia. Diocleziano capì che un solo imperatore non poteva bastare a tutto; e poco dopo, a quanto sembra nella seconda metà del 285, chiamò a dividere le sue fatiche uno dei suoi compagni d’arme, Massimiano, figliuolo di un colono pannonico dei dintorni di Sirmio. Massimiano era un valente soldato, ma null’altro che un soldato, di scarsa coltura; onde è da credere che Diocleziano da principio volesse far di lui non un collega, ma un luogotenente fido e sicuro. Infatti Massimiano ricevè, non il titolo di Augusto, bensì quello di Cesare; e mentre, per dare una consacrazione religiosa alla loro autorità, Diocleziano prendeva il titolo di Jovius, Massimiano prese quello di Herculius. Anche tra i due Dei, sotto la cui protezione i due capi dell’impero erano posti, correva un rapporto di superiore a inferiore. Ma in poche settimane Massimiano soffocò la insurrezione dei Bagaudi; e questo felice successo fece mutare idea a Diocleziano. Nel 286 egli conferì il titolo di Augusto a Massimiano, e quindi equiparò, almeno in teoria, i poteri dei due principi, senza però rompere l’unità politica e legislativa dell’impero. Se ciascuno dei due Augusti aveva un suo esercito, un suo prefetto del pretorio, un suo bilancio speciale (non però forse uno speciale Consilium principis), le leggi e la moneta rimanevano comuni, gli atti pubblici portavano entrambi i loro nomi. Quello di Diocleziano era primo, come prevalente ovunque era la sua volontà, per la maggiore autorità e capacità, non per un potere più grande. Divise erano l’amministrazione e la difesa militare, ma anche queste senza limiti invalicabili; giacchè nessuno dei due Augusti non esiterà mai ad entrare, per qualsiasi ragione, nei territori all’altro affidati.

Insomma a capo dell’impero stava non più un imperatore, ma due, di egual potere, come per tanti secoli a capo della repubblica due consoli. La riforma era necessaria. Novamente, approfittando della insurrezione dei Bagaudi, Eruli, Burgundi, Alamanni passavano il Reno, e, quel ch’era peggio, il comandante della flotta, incaricato di dar la caccia ai pirati Sassoni e Franchi, — un tal Carausio — si intendeva segretamente con costoro, e, condannato a morte da Massimiano, insorgeva; prendeva il titolo di Augusto in Britannia, si impadroniva dell’isola e di qualche città costiera della Gallia, e creava una flotta poderosa, al riparo della quale sfidava l’autorità dei due Augusti legittimi. Nè le cose andavano meglio in Oriente, dove l’impero continuava ad essere minacciato, come era da circa trent’anni, ossia da quando Roma aveva perduto il suo maggior baluardo orientale contro il nuovo impero dei Sassanidi: l’Armenia. Due imperatori, uno in Oriente ed uno in Occidente, non erano di troppo. Difatti, mentre Massimiano respingeva con successo sul Reno la nuova invasione germanica, Diocleziano cercava di rimetter piede in Armenia, più con gli intrighi che con le armi. Il momento era favorevole; l’impero persiano era indebolito da una guerra civile, al punto che il Re Bahram aveva mandato ambasciatori a Diocleziano a sollecitarne l’amicizia; l’Armenia era stanca e malcontenta del dominio persiano; l’erede legittimo della corona armena, Tiridate, viveva in non volontario esilio, a Roma. Aiutato da Diocleziano Tiridate, con una sorpresa ben preparata, e approfittando degli imbarazzi del Re di Persia e del malcontento dell’Armenia, potè senza resistenza riprender possesso del reame dei suoi padri. L’Armenia era di nuovo sotto l’influenza romana. Il re dei Persiani, non essendo in grado di far guerra, s’acconciò a riconoscere il fatto compiuto.


58. La tetrarchia e la nomina di Galerio e di Costanzo a «Cesari». — Questa vittoria rassicurava alquanto l’Oriente, dove però compariva un nuovo nemico — e cioè i Saraceni, che dal deserto siro-arabico piombavano, rapinando, sul territorio romano; e dove l’Egitto si agitava, per ragioni poco chiare. Ma le difficoltà non diminuivano invece in Occidente. Qui Massimiano non era riuscito ad aver ragione di Carausio, che aveva arruolato un forte esercito di Franchi e di Sassoni; nuove agitazioni e migrazioni tornavano a minacciare dalla Germania, dove Goti, Vandali, Gepidi, Borgognoni si facevano guerra. Nell’Europa orientale si moveva anche la Sarmazia, l’antica Slavia; in Numidia, in Mauretania, ricominciava il fermento tra gli indigeni. Si sforzavano i due Augusti di tener testa a tutte queste difficoltà, volando dall’uno all’altro capo dell’impero, conferendo a questo o a quel generale poteri militari e civili amplissimi, facendo talora di necessità virtù e riconoscendo Carausio, poichè non potevano vincerlo, come terzo Augusto. Ma qualche anno di prova bastò a convincere Diocleziano e Massimiano, che neppur due Augusti erano sufficienti al compito: onde nel 293[75] Diocleziano si risolvè a spartire ancora l’amministrazione dell’impero, attribuendo ai due Augusti due nuovi collaboratori ufficiali, di un grado inferiore: due Cesari. Con questa riforma egli sperava di difendere meglio le frontiere, di rinvigorire l’amministrazione, di prevenire le ambizioni pericolose e di risolvere anticipatamente la questione della successione, che tanto aveva tormentato l’impero. Alla morte di un Augusto, il suo Cesare ne avrebbe preso il posto, nominando a sua volta un altro Cesare. I due ufficiali, chiamati a così alto onore, furono, il Cesare di Diocleziano, Galerio, un Dace, tempra rude, ma energica di soldato; l’altro, invece, il Cesare di Massimiano — Costanzo — soprannominato, dal suo pallore, Cloro, discendeva per parte di madre da Claudio il Gotico; era quindi il discendente di una famiglia cospicua, uno spirito colto, mite e un aristocratico, in mezzo alla torma dei parvenus, che governava l’impero. Le province furono distribuite tra i quattro imperatori. Diocleziano tenne per sè la parte più orientale dell’impero: la Bitinia, l’Arabia, la Libia, l’Egitto, la Siria; Galerio ebbe la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, la Tracia, la Grecia e l’Asia Minore; a Massimiano toccarono Roma, l’Italia, la Rezia, la Sicilia, la Sardegna, la Spagna e tutta la restante Africa; Costanzo ricevè la Britannia e la Gallia. I quattro capi dell’impero avrebbero dovuto risiedere non in Roma, ma sulle principali linee di confine: Diocleziano in Nicomedia (in Bitinia), Galerio a Sirmio (in Pannonia), Massimiano a Milano, Costanzo a Treveri (in Gallia).


59. La nuova monarchia assoluta e il suo carattere religioso. — L’impero però non era diviso. La unità politica e legislativa rimaneva, come prima, intatta. I due Cesari erano subordinati ai due Augusti; e tra i due Augusti, se Diocleziano era il più autorevole, la concordia era perfetta. Cosicchè, se la legislazione è fatta in nome dei quattro sovrani, la mente ispiratrice e coordinatrice è sempre Diocleziano. Ma la riforma assume un carattere religioso, a cui gli storici non hanno sempre badato a dovere. Come già un tempo Massimiano era stato adottato, quale figliuolo, da Diocleziano, così ora i due Cesari ricevono il nome e l’adozione dei due Augusti. Inoltre i due Cesari repudiano le loro consorti e sposano le figlie dei due Augusti, che li hanno adottati come figli; e come, al principio della loro rispettiva assunzione all’impero, Diocleziano e Massimiano avevano preso, l’uno, il titolo di Jovius, l’altro, quello, subordinato, di Herculius, così ora la famiglia del Cesare dell’uno e quella del Cesare dell’altro vengono rispettivamente, ad appartenere alla stirpe dei Jovii e degli Herculii. Non è dubbio che nell’imaginare questo ordinamento del supremo potere Diocleziano si è inspirato al grande esempio degli Antonini e dell’adozione, quale fu praticata nel secondo secolo, sperando di poter ridare all’autorità imperiale la stabilità di cui in quel secolo godè. Ma il principio antico fu da lui adattato ai tempi. Così, risolutamente, una volta per sempre, è fissato il principio della divinità degli imperatori. Essi sono a Diis geniti et deorum creatores; i sudditi e l’esercito giurano nel loro nome, come un tempo giuravano per Giove o per Ercole; e la divinità, dalla quale essi e l’impero traggono forza e favore, è precisamente il Dio del Sole, che sui sovrani esercita la sua soprannaturale influenza: il persiano Mitra, dispensatore dei troni e degli imperi[76]. Inoltre questa nuova maestà divina dell’impero è inculcata nella coscienza dei sudditi per il veicolo dei sensi. Il sovrano porterà in capo il diadema come i grandi monarchi orientali; un diadema radiato come il Sole, che l’illumina del proprio favore. Le sue vesti e i suoi calzari saranno cosparsi di pietre preziose. Nè egli sarà più, come Augusto, Traiano o Vespasiano, un semplice mortale, che sia lecito accostare in ogni giorno e ad ogni ora. Per rivolgere a lui la parola, occorrerà osservare le norme di un apposito protocollo, e, allorchè si sarà venuti alla sua presenza, sarà mestieri inchinarlo in una specie di adorazione. L’assolutismo orientale trionfa finalmente sulle rovine dell’ellenismo e del romanesimo per tanta parte distrutto dal grande rivolgimento del terzo secolo, nell’impero ormai in gran parte popolato e governato dai barbari.


60. La riforma dell’ordinamento provinciale. — L’impero romano è ora veramente governato dall’assolutismo asiatico. Forse Diocleziano non trascurò di notificare al senato la propria e le successive elezioni imperiali, o di rispettare molte forme, rese auguste dalla tradizione. Ma il senato, come corpo politico, è escluso dal governo, e trattato come un corpo consultivo, di cui si può ascoltare il consiglio senza essere obbligati a seguirlo. Il senato non ha più province da amministrare, è escluso dal governo effettivo e sostituito dal Consistorium principis; un corpo nuovo, di cui fanno parte i grandi ufficiali dello Stato, il quale esamina, come l’antico senato, questioni di carattere legislativo.