Riforma più importante, Diocleziano divide definitivamente il potere civile dal potere militare, assegnando a ogni provincia un praeses o governatore civile e affidando il comando delle forze militari ad un certo numero di duces. Questa riforma può sembrare in contradizione con le strettezze pecuniarie dell’impero. Mentre queste imponevano l’economia, il bipartire la amministrazione richiedeva un aumento notevole di spesa. Ma le necessità politiche che spinsero Diocleziano su questa via erano troppo forti, perchè egli potesse spaventarsi per la spesa. Da una parte, dividendo i poteri civili dai militari, egli mirava a far più deboli così il praeses come il dux e a render quindi più difficili quelle proclamazioni di imperatori nelle province che erano state il flagello del terzo secolo. Dall’altra cercava di riparare alle deficienze dell’elemento militare che, reclutato nelle popolazioni più rozze, non sempre possedeva le qualità necessarie per governare le province, in un impero che, per quanto decaduto, era l’erede di un’antica tradizione di coltura. La separazione del potere militare e del potere civile, che noi annoveriamo tra i grandi progressi civili, apparisce nella storia della nostra civiltà come un espediente di tempi calamitosi; e dovette sembrare ai contemporanei piuttosto un segno di decadenza, perchè l’unità dei due poteri era stato uno dei principî cardinali delle antiche aristocrazie e una delle ragioni della forza romana. Nè Diocleziano si contentò di dividere il potere; frantumò anche le province, dividendole e suddividendole come nessuno dei suoi predecessori aveva fatto: sicchè per l’anno 297 noi conosciamo 96 comandi civili per le province in luogo di 57 quanti egli ne aveva trovati alla sua assunzione. Nel tempo stesso, per impedire che questo spezzettamento delle province indebolisse l’impero e la forza dell’autorità centrale, egli creò le Diocesi. Le Diocesi erano state fino ad allora delle suddivisioni, finanziarie e giudiziarie, delle province. La diocesi Dioclezianea raggruppa parecchie province in una superiore circoscrizione, agli ordini di un magistrato nuovo, il vicarius. Erano dodici di numero: 5 in Oriente e si chiamavano Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesia; 7 in Occidente, con il nome di Pannonia, Britannia, Gallia, Viennensis, Italia, Hispania, Africa. Cosicchè d’ora innanzi a capo dello Stato ci saranno due Augusti con due Cesari a loro subordinati. Immediatamente al di sotto degli uni e degli altri ci sono i dodici vicarii, e al loro fianco, alla pari, i proconsoli, governatori di talune province privilegiate; finalmente al di sotto dei vicarii i praesides, o talora, dei consulares o correctores, secondo variamente sono denominati i governatori delle nuove province ridotte. Accanto a questa gerarchia civile stanno poi i duces, con competenze territoriali, determinate da esigenze militari e non necessariamente corrispondenti all’ambito delle province o delle diocesi.
L’impero così diviso e ordinato aveva bisogno di un personale adeguato. Diocleziano è nell’impero il primo organizzatore di quella che si potrebbe chiamare la burocrazia egualitaria, che sostituisce l’antica aristocrazia. L’impero è ormai governato non più da una aristocrazia ereditaria, le cui famiglie hanno nel tempo stesso il diritto e il dovere di esercitare le cariche più alte dello Stato senza ricevere un adeguato compenso; ma da una burocrazia, reclutata in tutte le classi e in tutte le popolazioni dell’impero, nella quale il merito e il favore dei capi sono il solo titolo per riuscire, e che vive dei suoi stipendi come della propria sostanza o professione. L’imperatore è il capo e l’arbitro di quella burocrazia.
L’Italia non è più nell’impero che un territorio provinciale, di nuovo soggetto, come prima della guerra di Perseo, all’imposta fondiaria, salvo — estremo angolo privilegiato — la Campagna romana fino a 100 miglia dalle mura della città. L’eguaglianza diventa il principio del nuovo governo, sulle rovine dell’antica aristocrazia.
61. La riforma militare e la riforma delle finanze. — Ingegno organico e costruttivo, Diocleziano non attuava una riforma senza prevedere le necessarie concatenazioni e senza provvedere. L’aumento dei capi dello Stato e la loro dislocazione in quattro centri strategici, la separazione del potere militare dal civile non potevano bastare alla difesa dell’impero. Diocleziano quadruplicò la guardia del corpo degli imperatori, aggiungendo agli antichi i nuovi pretoriani che si diranno i milites Palatini o Comitatenses; aumentò gli effettivi militari accrescendo l’esercito di circa un terzo, da 350.000 a 500.000 uomini[77]. Insieme con i soldati, crebbero gli officiali, e in misura ancora maggiore; perchè, per meglio dominare ciascuna legione e per bilanciare la potenza dei duces, l’effettivo delle legioni fu diminuito e moltiplicato il numero dei tribuni militari.
Ma l’aumento delle Corti, della burocrazia e dell’esercito richiedeva maggiori spese. Anche a questo Diocleziano provvide con molta sagacia. Incominciò a decretare quello che noi oggi chiameremmo un nuovo catasto; introducendo poi un ordinamento fiscale, uniforme per tutte le province, ma che teneva conto delle qualità del terreno, creando una nuova unità fiscale, denominata secondo i luoghi, iugum, caput, millena, centuria, la quale comprendeva terre di natura diversa e di diversa estensione, ma doveva avere un identico valore fiscale e quindi fornire l’identica contribuzione. Così, ad esempio, 5 iugeri di vigneto o 20 iugeri di terre coltivabili di prima qualità facevano un iugum, mentre a farlo occorrevano 40 iugera di seconda qualità e 60 di terza; e per ogni coltura ce ne voleva di più, se si trattava di terreno montuoso, di meno, se di terreno pianeggiante[78]. Il modo della esazione fu regolato con grande cura. La somma imposta dallo Stato a una circoscrizione fiscale, comprendente perciò un certo numero di iuga, era notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ciascuna città), i quali ne ripartivano l’ammontare tra i proprietari e i locatari del suolo pubblico (possessores), esclusi i detentori di piccolissime terre, e ne curavano direttamente l’esazione, essendo responsabili dei versamenti. Il sistema tributario era ottimo e garantiva pienamente lo Stato. Ma col sopraggiungere dei giorni tristi, avrebbe rovinato alla fine un intero ordine sociale, il più agiato, e con questo l’amministrazione delle singole città, che non avrebbero più trovato uomini, pronti ad assumerla.
62. L’Editto sui prezzi. — Diocleziano, dopo tanto falsificare di monete a cui si erano abbandonati i suoi predecessori, coniò di nuovo delle monete buone: un aureus di 1⁄50 di libbra (=gr. 5,45), un argenteus minutulus (un sostituto del vecchio denarius) di 1⁄96 di libbra (=gr. 3,40); ma non potè risanare la circolazione, inquinata da masse enormi di denarii di bassa lega, argentati invece che d’argento; cosicchè la moneta cattiva scacciando la buona, la misura dei valori economici continuò ad essere incerta o falsata, con infinita iattura della buona fede e dell’onesto lavoro. Le oscillazioni dei prezzi, in tanta incertezza del vero valore della moneta, continuarono ad essere tali e così tormentose per tutti, a cominciare per lo Stato il quale non poteva più calcolare, come Diocleziano stesso ci fa sapere, le sue spese con sicurezza, che Diocleziano tentò di rimediare con un Edictum de pretiis rerum venalium[79], pubblicato nel 301, nel quale erano fissati i prezzi massimi, oltre i quali era proibito di vendere e di comperare, sotto pena di morte. Noi possediamo quasi intero il testo di questo editto, con la sua minuziosa enumerazione di derrate, di manufatti e dei loro prezzi, e con una lunga prefazione dell’imperatore. In un latino un po’ strano e involuto, l’imperatore lamenta il crescer continuo, quasi di giorno in giorno e di ora in ora, dei prezzi, che rovina i privati e lo stesso erario, ma non accenna in nessuna maniera alle cause, cosicchè la sola esperienza dei non lieti casi presenti in tanta parte di Europa ci induce ad attribuirla, — ma l’attribuzione è sicura, — al rinvilio della moneta. Il quale a quei tempi era giunto a tal punto che dall’Editto di Diocleziano risulta come il denarius, che ai tempi belli dell’impero valeva un po’ meno della nostra lira di metallo, scendesse al disotto di 2 centesimi; cosicchè l’Editto minaccia la mannaia appunto a chi pagasse una libbra d’oro più di 50.000 denari.
63. La grande guerra persiana (296-298). — Ma non nella pace soltanto i due Augusti e i due Cesari fecero cose insigni. A Diocleziano e al suo governo riuscì pure di ricostituire l’unità dell’impero recuperando la Britannia. Carausio era stato ucciso da un suo ufficiale, un certo Allectus, che si era illuso di prendere il posto; ma per poco tempo, chè fu disfatto ed ucciso (296). Prontamente e rapidamente fu anche repressa una insurrezione di Alessandria, ove, pare, si era tentato di contrapporre ai sovrani legittimi un pretendente (296). Grandi difficoltà parvero invece incominciare per un momento con la Persia. Nel 294 era salito al trono Narsete o Narseo (Narsehi), il quale, per vendicare la remissiva politica del predecessore, nel 296, approfittando che Galerio era in Pannonia e Diocleziano impegnato in Egitto, si gettò sull’Armenia, minacciando nel tempo stesso la Siria.