Diocleziano richiamò subito Galerio e lo spedì contro i Persiani. Ma quell’impetuoso soldato commise un grave errore: attaccò il nemico nella stessa regione, in cui, tre secoli e mezzo prima, avevano trovato sepoltura le legioni di Crasso, e con fortuna non migliore. Il grande imperatore dovette rifare l’esercito distrutto, arruolandovi in massima parte i barbari dell’Occidente, specie Goti e Daci, e ritentare l’impresa per un’altra via, invadendo il paese nemico per la montuosa Armenia. Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, il quale volle vendicare la disfatta precedente e ci riuscì. In un impetuoso attacco notturno, non solo disfece il campo persiano, ma catturò tutta la famiglia reale. Solo Narsete, ferito, potè a stento salvarsi con la fuga. Imbaldanzito, Galerio sognava già, nuovo Alessandro, la conquista della Persia. Ma i barbari ricominciarono a minacciare i confini; in quello stesso 297 Costanzo doveva partire per la Britannia; e mentre i Germani, rincorati da quest’assenza, minacciavano la Gallia, Massimiano era costretto a partire per l’Africa ove scoppiava un’altra rivolta. Diocleziano era dunque disposto a far pace; e la faceva ai primi del 298 a condizioni molto vantaggiose. Tutta la Mesopotamia, un tempo conquistata da Settimio Severo, era novamente restituita all’impero; inoltre il re persiano cedeva cinque province armene dell’alta valle del Tigri, che Sapore I aveva conquistate: quali fossero, le fonti non sono concordi[80]. L’Armenia fino a Zinta nella Media Atropatene era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (l’attuale Georgia) diveniva Stato vassallo non più della Persia, ma di Roma. Finalmente Diocleziano otteneva che tutto il commercio persiano con Roma passasse esclusivamente per Nisibis, allo scopo di semplificare il servizio delle dogane dell’impero. Per tal guisa l’impero acquistava una forte frontiera strategica, e delle alleanze molto utili nella Caucasia: raggiungeva insomma, quasi senza colpo ferire, una pace, che durerà circa quarant’anni.
64. La persecuzione dei Cristiani (303). — Alla grande guerra persiana seguono finalmente parecchi anni di pace profonda. Non è dubbio che l’impero si riebbe, respirò, si rinsanguò sotto il forte governo di Diocleziano. Per quanto le spese e le imposte fossero cresciute, venti anni di ordine bastarono a rimarginare molte ferite, a risuscitare in molte province, parzialmente, l’antica prosperità. Anche lo Stato sembra aver superato il travaglio mortale del distrutto principio di autorità. Annientata la parte più alta del pensiero e della tradizione greco-romana e lo spirito repubblicano, l’impero sembrava aver trovato un certo equilibrio nell’assolutismo orientale, nei sentimenti, nelle idee, nelle istituzioni che avevano governato la Persia, l’Assiria, l’Egitto, tutti i grandi imperi dell’Asia. L’impero barbarico-asiatico, retto da generali divinizzati, pareva trionfare, e chi sa quale sarebbe stato l’avvenire del mondo e dell’Europa se in luogo della tradizione greco-romana ormai spenta o quasi, non si fosse levato a combattere l’assolutismo teocratico il Cristianesimo. Se tutto l’impero si inclinava ad adorare la persona degli imperatori come divina, e accettava le nuove religioni in cui lo Stato cadente cercava il sostegno dell’autorità, i Cristiani no. Essi non potevano adorare nè Mitra nè il Sole nè gli imperatori che rappresentavano in terra queste divinità; ma solo il Dio, il cui Figlio si era fatto uomo per riscattare le colpe degli uomini. E il Cristianesimo era ormai così diffuso e così potente, che l’impero barbarico-asiatico fu costretto alla fine a trattarlo come un nemico mortale. La persecuzione del Cristianesimo è la foce in cui sbocca tutta l’opera di Diocleziano, poichè chi era cristiano non poteva riconoscere che a mezzo, e con molte riserve, il nuovo regime.
Il primo editto anticristiano fu pubblicato il 24 febbraio 303. Imponeva la distruzione dei templi e dei libri cristiani; scioglieva le comunità e incamerava i loro beni; vietava ai fedeli di riunirsi e li escludeva da qualunque carica pubblica. L’editto era relativamente mite, poichè non minacciava la morte. Ma i Cristiani erano ormai troppo numerosi per esser tutti degli zelanti osservatori della morale, che impone di offrir la guancia sinistra a chi vi ha percosso sulla destra. Si vuole che questa volta abbiano risposto alla violenza con la violenza, appiccando il fuoco al palazzo imperiale di Nicomedia e ordendo una vasta congiura contro gli imperatori. Almeno così fu detto. Inoltre in Siria scoppiarono, nell’esercito e tra le autorità civili, una sedizione e un movimento antidinastico, che pure furono attribuiti ai cristiani[81]. Diocleziano replicò con un secondo editto, che imprigionava i vescovi, i preti, i diaconi, se rifiutavano di consegnare i libri sacri. A questo editto seguì il terzo, che era, in un certo senso, un addolcimento dei due precedenti. Pigliando occasione della grande pubblica solennità dei Vicennalia che avrebbe segnato il primo ventennio del governo dei due Augusti, era promulgata una amnistia generale; dei prigionieri cristiani dovevano esser messi in libertà tutti coloro i quali manifestamente tornassero alla vecchia religione; gli altri sarebbero stati esclusi dal benefizio, anzi, di fronte a tanta insana pervicacia, il loro trattamento sarebbe stato rincrudito.
Questi editti sono il più manifesto documento della potenza del Cristianesimo. Evidente apparisce la riluttanza di Diocleziano a infierire contro un nemico, che egli sa ormai troppo numeroso e troppo forte. Come tutti gli Stati che si trovano alle prese con un pericolo che non hanno la forza di sradicare, anche il governo di Diocleziano ricorre a mezze misure, le quali, allora come sempre, non ebbero altro effetto che di aggravare il male. La resistenza dei cristiani si esasperò, e l’impero fu costretto a procedere a quelle misure di rigore, da cui in principio si era astenuto. Sulla fine del 303 e del 304 Diocleziano si ammalava gravemente, e la reggenza in Oriente veniva assunta da Galerio. Allora un indirizzo più risoluto prevalse al governo, e, tra Galerio e l’altro Augusto[82], venne concordato l’ultimo draconiano editto di persecuzione che Diocleziano s’indusse a sottoscrivere. Con questi editti l’obbligo di sacrificare agli Dei era fatto universale e imposto con la minaccia delle pene più gravi.
Questa persecuzione durò otto anni; ma se fu vasta e vigorosa nel suo insieme, sebbene non tanto quanto la tradizione ecclesiastica ha detto, fu ineguale. La applicazione variò, a seconda delle contrade, dei Cesari e degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, non applicò gli editti di persecuzione, certo perchè alla sua Corte l’elemento cristiano era troppo in favore e potente.
65. L’abdicazione (305). — Col 304 Diocleziano toccava il suo ventesimo anno di governo. Era stanco, sebbene non fosse ancora sessantenne. Già da anni meditava il ritiro dopo il lungo governo; un ritiro, da cui potesse, come spettatore sereno, assistere alla varia attuazione delle sue riforme, senza che egli fosse ovunque presente a dirigerla. E da gran tempo egli si andava costruendo in Salona, nella sua Dalmazia, un romitaggio per il suo riposo senile. Aveva anzi voluto qualcosa di più: che la sua dipartita dagli affari non fosse sola, che con lui venisse via anche il fedele compagno delle sue fatiche, Massimiano, e pare si fosse fatto prometter questo con giuramento. La grande ora era finalmente venuta. Il 1º maggio 305, a tre miglia da Nicomedia, su di un colle che si leva dolcemente sulla pianura, a pie’ di una colonna recante la statua di Giove, là dove egli stesso aveva donato la porpora a Galerio, circondato dai grandi funzionari dell’impero e dagli alti ufficiali dell’esercito, Diocleziano si spogliava del suo diadema, del suo scettro, del suo manto di Augusto, e chiamava al suo posto Galerio, donandogli a sua volta, come Cesare, un ufficiale dei protectores, Massimino Daio. La stessa cerimonia si ripeteva nello stesso giorno, forse nella stessa ora, a Milano, dove Massimiano cedeva il suo seggio a Costanzo e deponeva la porpora di Cesare sulle spalle di un altro ufficiale, Flavio Valerio Severo. Poi Diocleziano partì per la sua solitaria villa di Salona.
Note al Capitolo Ottavo.
[75]. Per la questione cronologica, cfr. G. Costa, Diocletianus, in De Ruggiero, Dizionario epigrafico, II, pag. 1805.