Queste poche notizie bastano a farci capire quanto difficili, lenti, costosi, intralciati erano, al principio del quarto secolo, i trasporti marittimi in un impero, come il romano, di cui il mare era la grande via di comunicazione tra le diverse province. Costantino non può aver emanate tutte queste leggi coercitive, se non perchè gli armatori liberi, di cui gli imperatori del primo e secondo secolo si erano serviti, erano spariti. E non si trovavano più perchè il fiscalismo, l’insicurezza, il disordine, la guerra, la moneta cattiva e di incerto valore, la diminuzione della popolazione, il misticismo cristiano avevano colpito a morte l’industria e il commercio. Rara e cara la mano d’opera, massime nei lavori pericolosi e faticosi; rare e care le materie gregge, anche i trasporti marittimi costavano più, che i tempi non potessero e non volessero pagare; onde la circolazione delle persone e dei beni si rallentava e con esso la civiltà dell’impero, alimentata da questa circolazione, agonizzava. Per impedire questa agonia, lo Stato, come al solito, tentava un supremo espediente della forza.


74. Gli ultimi anni (330-337). — L’11 maggio 330, Costantino inaugurava solennemente la nuova capitale dell’impero — la Νέα Ῥώμη — Costantinopoli. Due anni dopo (332) lo troviamo a combattere felicemente i Goti; e più tardi (334) i Sarmati, i quali diventano, dopo la disfatta, coloni e soldati dell’impero.

Nel 335, il vecchio monarca compie un altro atto, che dimostra novamente, e in modo anche più evidente, la debolezza di tutta la sua faticosa costruzione. Egli distribuiva l’impero fra i tre suoi figliuoli, tutti e tre ormai nominati Cesari, ed un suo nipote, un Dalmazio. Assegnava al maggiore, Costantino, la Spagna, la Gallia, la Britannia; a Costanzo, l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante, l’Italia, l’Illirico, l’Africa, e a tutti e tre il titolo di Augusto; al nipote Dalmazio poi, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia, e la Acaia; infine, a un fratello di Dalmazio, Annibaliano, col titolo di Re dei Re, il trono vacante dell’Armenia e le limitrofe regioni del Ponto. A che valeva aver tanto lottato per rovesciare la tetrarchia di Diocleziano, se egli poi la ricostruiva più debole e in forma più pericolosa, introducendovi il principio debilitante dell’eredità, ancora così poco radicato nell’impero? Ma neppure Costantino poteva venire a capo di quella tremenda difficoltà che era per Roma, da tre secoli, il principio legale della suprema autorità; e messo alle strette, al termine della lunga vita operosa, immolava l’unità dell’impero al principio ereditario, che era sterile perchè le popolazioni dell’impero non ne sentivano la legittimità. Spezzava l’impero, nella illusione che potesse più facilmente restare alla sua famiglia.

Infine — e fu un avvenimento di grandissima importanza — Costantino, che aveva cercato di ristabilire, per mezzo del Cristianesimo l’unità morale dell’impero, si lasciò, negli ultimi anni, trascinare nel fitto delle discordie cristiane, diventando un campione di quella eresia ariana, che aveva fatto condannare nel concilio di Nicea. Condannato dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianesimo era diffuso e potente, aveva amici devoti, anche alla Corte, tra i quali Costanza, la sorella di Costantino; onde non rinunciò alla lotta. Approfittando degli errori degli avversari, addolcendo e temperando la propria dottrina, Ario e i suoi seguaci riuscirono a riguadagnare il favore di Costantino, persuadendolo che una riconciliazione era possibile. Gli sforzi che l’imperatore fece per effettuare questa riconciliazione, e l’opposizione che trovò specialmente nel nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio, spinsero Costantino interamente alla parte di Ario. Il favore imperiale ridiede coraggio alla setta, che nel 335 riuscì a far condannare Atanasio nel concilio di Tiro. Atanasio fu esiliato in Gallia e tutti i suoi partigiani più in vista perseguitati e dispersi; Ario ritornò a Costantinopoli; la Corte fu invasa da Ariani, che diventarono in ogni parte dell’Oriente il partito dominante nella Chiesa. Ma il partito avverso non disarmò, per quanto perseguitato; e da questo momento una lotta implacabile agita tutto l’impero, nuovo fermento di dissoluzione aggiunto agli altri. Il Cristianesimo rinnoverebbe il mondo, ma non poteva puntellare l’impero.

L’ultima impresa, a cui l’infaticabile imperatore pose mano, fu una grande campagna contro la Persia, dove regnava Sapore II. La eterna rivalità dei due imperi era stata gravemente acuita negli ultimi anni da una questione, al tempo stesso politica e religiosa. Il Cristianesimo era penetrato in Iberia (Georgia), in Persia ed in Armenia, ove, nel 302, prima ancora di Costantino, il re Tiridate si era fatto battezzare, dando così all’impero romano, già mezzo cristianizzato, dei punti di appoggio. Sapore aveva ripreso in modo più acceso la propaganda del mitraismo; Costantino aveva replicato, chiedendo protezione per i sudditi cristiani in Persia, e favorendo alla sua Corte un fratello di Sapore, un Armisda. A sua volta Sapore aveva sbalzato dal trono il re di Armenia; e Costantino aveva risposto, assegnando l’Armenia, come abbiamo visto, ad uno dei suoi nipoti, Annibaliano. Sapore allora aveva reclamato le cinque province transtigritane, che Diocleziano aveva strappate alla Persia. L’imperatore dei Romani si apparecchiava a valicare il Tigri, e a recare direttamente la sua risposta a Ctesifonte, quando morì d’improvviso, il 22 maggio del 337, dopo avere poco prima ricevuto il battesimo da un ariano, Eusebio di Nicomedia.

Costantino fu certo un monarca di grande merito. Ma apparso nei tempi in cui si compieva il più decisivo rivolgimento della storia del mondo, egli non è più un pagano e un uomo del mondo antico, e non è ancora un cristiano e un uomo del mondo nuovo. Perciò tutta la sua azione è oscillante, violenta, incoerente, arruffata, e in parte almeno sterile. Fonda una dinastia e la distrugge; ristabilisce l’unità dell’impero e la spezza; vuol ricostituire con il Cristianesimo la concordia spirituale dell’impero ed esaspera invece le stesse lotte che si combattono nel seno della Chiesa. A suo paragone Diocleziano è ben più forte, coerente, vigoroso, semplice e chiaro, nella sua fedeltà piena ed intera allo spirito della civiltà pagana. Diocleziano è l’ultimo grande uomo del mondo antico; Costantino l’inquieto personaggio figurativo di un’epoca di transizione[92].

Note al Capitolo Nono.

[83]. Pare che già, prima dell’abdicazione dei due Augusti, Costantino avesse ricevuto l’assicurazione di essere elevato al posto che uno dei due Cesari avrebbe lasciato vacante. Questa promessa giustificherebbe in parte la proclamazione del 306. Cfr. Lact., De mort. persec., 18-19. Le monete hanno confermato questo punto: cfr. Westphalen, in Revue Numismatique, 1887, pag. 26 sgg.

[84]. Euseb., H. Eccl., 8, 17, 1 sgg.; Lact., De mort. persec., 34.