Questa lettera prova che Costantino intendeva il Cristianesimo alla romana: ossia come uno strumento politico per mantener l’ordine nello Stato. Difatti prese l’iniziativa di un grande concilio, che componesse questa discordia. A Nicea, nella primavera del 325, convennero oltre 250 vescovi, in massima parte orientali. Costantino inaugurò il concilio con un modesto discorso. Ristabilendo, egli disse, la concordia nella Chiesa, i convenuti avrebbero fatto cosa grata a Dio «e reso un grande servigio» al principe[91]. Presiedeva il concilio un suo segretario, il vescovo Osio, avversario dell’arianesimo. Ario fu un’altra volta sconfessato. Cristo — decretò il concilio — non è stato tratto dal nulla, nè è punto diverso dal padre, fu anzi generato da lui «dall’essenza del padre», «vero Dio da vero Dio» ed è a lui perfettamente consustanziale (ὁμοούσιος). La questione, che a Costantino pareva così oziosa, poteva considerarsi come sciolta. Ma il Cristianesimo non era una religione politica, come le altre religioni dell’Oriente e dell’Occidente; era il germe di un mondo nuovo ed immenso, che si proponeva, non già di puntellare il cadente impero di Roma, ma di redimere gli uomini insegnando loro una morale più alta. E il concilio di Nicea, che Costantino aveva convocato per ristabilire la pace e l’unità degli spiriti, doveva essere il principio di una formidabile lotta, che indebolirebbe ancora più lo stanco impero. Era ormai destino che tutto quel che la sapienza umana credeva di dover fare per la salvezza dell’impero, lo spingesse alla rovina.
72. Il nuovo ordinamento dell’impero. — Anche la nuova unificazione dell’impero, compiuta da Costantino, indebolisce lo Stato a paragone del regime di Diocleziano. Solo padrone dell’impero, dopo tante guerre civili, Costantino è meno saldo e sicuro che Diocleziano partecipe del supremo potere con un altro Augusto e due Cesari. Egli diventò sospettoso al punto che, nel 326, per ragioni a noi ignote, e sulle quali non possono farsi che ipotesi assai vaghe, fece trucidare il vincitore dei Franchi e di Licinio, il figliuolo Crispo, insieme con un suo nipote ancor giovanissimo, un Liciniano; e poco dopo, la seconda moglie Fausta, la figliuola di Massimiano, la madre dei suoi tre più giovani figliuoli. La corte è ancor più orientalizzata; la pompa del cerimoniale, le complicazioni dell’etichetta, il lusso dei cortigiani, il mistero, entro cui si asconde l’imperatore, sono notevolmente cresciuti. I grandi dignitari, dal quali dipende un numeroso personale, minuziosamente gerarchizzato e titolato, sono: i prefetti del pretorio, a cui Costantino, completando le riforme di Diocleziano, tolse i poteri militari; i magistri militum, o generalissimi, comandanti supremi della fanteria e della cavalleria; il quaestor sacri Palatii, che riceve le istanze e prepara e controfirma le leggi che il Consistorium discuterà e l’imperatore avrà ad emanare; il magister officiorum, una specie di ministro della Casa reale, che dirige il personale di polizia, le guardie del palazzo, gli impiegati dell’amministrazione centrale; i due ministri delle finanze (il comes sacrarum largitionum e il comes rerum privatarum). Il nuovo Consiglio del principe, il Consistorium, assume anch’esso maggiore regolarità che non sotto Diocleziano. I suoi membri ordinari sono i titolari delle grandi cariche dello Stato, eccezione fatta, pare, dei prefetti del pretorio e dei magistri militum, che partecipavano alle sedute solo in via straordinaria. Ai quattro grandi dignitari si aggiungevano, come membri permanenti del Consistorium, i comites consistoriani, scelti dall’imperatore, e che in epoca più tarda sappiamo con certezza essere stati in numero di venti.
Al di sotto dei ministri della casa imperiale e del Consistorium, si ramifica la sempre più numerosa burocrazia dell’impero. I tre uffici di cancelleria imperiale, esistenti nell’alto impero, l’ab epistulis, l’a libellis, l’a memoria, hanno mutato nome, si chiamano ciascuno scrinium; e a questi tre si aggiunge un quarto, lo scrinium dispositionum, incaricato di preparare e provvedere quanto occorreva all’attività dell’imperatore: come viaggi, ispezioni ecc. ecc. Ma il mutamento del nome rivela la novità del sistema. Invece di un funzionario, noi abbiamo un intero ufficio, con una vasta gerarchia di impiegati. Nè gli scrinia sono soli quelli enumerati. Tutti i funzionari dell’impero hanno un ufficio (uno scrinium) a loro disposizione; ed ogni scrinium una copiosa e gerarchizzata burocrazia, che sarà modello alle monarchie assolute della prima storia moderna.
L’ordinamento provinciale è ancora quello di Diocleziano. Non ci sono più i quattro tetrarchi; l’imperatore è uno solo; ma la divisione amministrativa di Diocleziano sussiste integra. L’impero si considera diviso in due o tre, o forse anche quattro, sezioni; a capo delle quali stanno appunto i prefetti del pretorio, che, disperso ormai il corpo dei pretoriani, sono solo grandi funzionari, civili e giudiziarî. Da essi dipendono i vicari; da questi, alla loro volta, i praesides o i consulares o i correctores.
Che cosa è avvenuto delle vecchie magistrature e del senato? Roma conserva ancora il suo senato, i suoi consoli, i suoi pretori, i suoi edili e tribuni. Ma queste non sono quasi più che cariche municipali.
A capo dell’esercito stanno ancora i magistri militum, che hanno sotto i loro ordini i duces, comandanti di una o più province e delle guarnigioni di frontiera. Ma l’ordinamento dioclezianeo è ritoccato in alcuni punti e con innovazioni, che tramutano le cautele del suo predecessore in pericoli. Gli effettivi delle legioni sono ancora più scemati; non solo il comando militare è distinto da quello civile, ma quello della cavalleria da quello della fanteria, come la direzione del servizio dei viveri e degli stipendi dal movimento degli eserciti. Il comando degli eserciti è ormai una macchina farraginosa, pesante e lenta, che non può muoversi senza che l’imperatore faccia agire di concerto tutte queste autorità. Questi difetti sono accresciuti dalla nuova dislocazione delle milizie. L’esercito è diviso in tre generi di milizie: 1) milizia palatina (domestici, protectores, scolares), un quinto od un sesto di tutti gli effettivi, che può essere paragonato all’antica guardia pretoriana, ma che segue ora, come esercito di riserva, l’imperatore nelle spedizioni di maggior momento; 2) l’esercito di linea o comitatenses, formato di sudditi e di barbari, agli ordini di magistrati militari provinciali (comites o duces), sparso in piccole guarnigioni nelle città dell’interno; 3) finalmente, le truppe di frontiera (i riparienses o castriciani o limitanei), reclutate in genere tra i barbari e nella feccia dell’impero, con obblighi di servizio più lunghi e con stipendi minori, le quali dovevano restare acquartierate in certe zone delle frontiere, o in castelli, fortezze, campi trincerati e di cui la maggior parte erano coloni del luogo. Il nerbo dell’esercito (i comitatenses) è polverizzato in piccoli nuclei, che vivono in cittadine dell’interno perdendo lo spirito militare; e tutto l’esercito, nei suoi tre ordini di milizie, è inquinato dai barbari, sempre più numerosi.
Queste riforme sono i segni più manifesti dell’indebolimento dell’impero. Costantino non avrebbe frantumato l’esercito, distribuendone tanta parte per le città dell’interno, lontano dalle frontiere, se l’esercito non avesse ormai dovuto servire a conservare l’ordine interno più che a difendere l’impero contro i barbari. Come sono lontani i tempi felici del secondo secolo, in cui un esercito di poco più che 200.000 uomini bastava a mantenere tranquillo e sicuro l’impero! Ma allora l’impero era governato da un’aristocrazia ricca, numerosa, rispettata, appoggiata al senato di Roma e all’imperatore, il cui prestigio e la cui legittimità erano universalmente riconosciuti. Oggi l’impero è governato da una burocrazia raccogliticcia, detestata e temuta più che rispettata, e da un imperatore, i cui titoli sono dubbi, che non si sa se è uomo o Dio, se è il capo legittimo dell’impero o un avventuriero favorito dalla forza. Non c’è più un vero governo legittimo; e lo Stato si regge anche all’interno solo per forza di armi. Nè si potrebbe spiegare che Costantino abbia aperto così facilmente i ranghi delle legioni ai barbari, se non ammettendo che disperava di vincere la crescente ripugnanza della nuova società cristiana alle armi e tutto il movimento degli spiriti che allontanava i sudditi dalla milizia. Un’altra prova, e anche più palese, di questo indebolimento dell’impero fu la fondazione di Costantinopoli, come nuova capitale. Le ragioni del grande mutamento furono certamente numerose. Ragioni militari, anzitutto. La capitale di un impero, che doveva combattere in Oriente contro i Persiani, e difendere in Occidente il Reno e il Danubio contro i barbari; di un impero, alla cui testa un imperatore unico doveva sorvegliare da vicino così le province dell’Oriente come quelle dell’Occidente, era meglio posta sul Bosforo che nell’Italia meridionale. Poi ragioni politiche. Capitale della nuova monarchia, assoluta ed asiatica, la quale usava tanta benevolenza verso il Cristianesimo, non poteva essere Roma, la città dell’impero pagana e repubblicana per eccellenza. Perciò Costantino scelse la vecchia Bisanzio; e scelse bene, come i fatti provarono. Ma che altro era trasportar la capitale dell’impero sul Bosforo, se non dichiarare che il compito di Roma in Occidente era terminato?
73. L’organizzazione coattiva del lavoro. — È probabile che a Costantino risalgano i primi tentativi di quella organizzazione coercitiva del lavoro, che doveva poi allargarsi nei secoli seguenti a tante arti ed industrie. Ci induce a supporlo il fatto che nel Codice teodosiano le leggi più importanti che riguardano i navicularii sono di Costantino. I navicularii erano gli armatori che eseguivano i trasporti dello Stato per mare. Sembra che Costantino li raccogliesse in una vasta corporazione, reclutata d’ufficio, imperativamente, quando non si trovava un numero bastevole di armatori volontari. Il governatore della provincia compilava la lista di questi armatori obbligati, scegliendoli tra le persone indicate dalla legge. Ogni armatore riceveva dallo Stato il legno e le altre materie necessarie per costruire la nave, e dei sussidi per la navigazione: doveva provvedere a sue spese alla costruzione della nave, alle necessarie riparazioni e al trasporto del grano, dei marmi e delle altre merci di cui lo Stato aveva bisogno. Siccome molti di questi armatori obbligati cercavano di trar profitto da questi viaggi fatti per conto dello Stato, commerciando per conto proprio, fu necessario far delle leggi per frenare questo abuso, per impedire che i viaggi durassero un’eternità per le soste nei porti intermedi, o che gli armatori speculassero sulle derrate che trasportavano per conto dello Stato, massime sul grano. Così noi sappiamo dal Codice Teodosiano che Costantino concesse per ogni viaggio di andata e ritorno due anni, il che vuol dire che molti armatori impiegavano anche di più per andare da un punto all’altro del Mediterraneo; e che a rincalzo di questa legge Costantino ne fece un’altra per imporre, pur concedendo due anni al viaggio di andata e di ritorno, che il carico dovesse esser consegnato entro il primo anno.