A questo stesso anno risale un’importante innovazione nell’amministrazione finanziaria: la cosiddetta indictio o l’obbligo di rifare, ogni 15 anni, il censimento e il catasto di tutto l’impero. L’anno finanziario sarebbe così cominciato il 1º settembre e terminato il 31 agosto della chiusura del quindicennio; e l’anno primo della nuova êra fu il 312. L’indictio servirà più tardi al conto degli anni, nell’impero bizantino.

Ma di maggior momento che la moneta e la finanza, era allora la religione. L’editto di Milano aveva stabilito la libertà dei vari culti, ma la vecchia dottrina pagana, che la società civile e la religiosa non possono essere separate; che, anzi, la religione è ancella della società civile e la serve, non era stata e non poteva essere cancellata d’un colpo. Se il Cristianesimo era forte, lo Stato era ancora più forte, e non voleva rinunciare al suo alto diritto sulle religioni, così necessario nella varietà dei culti innumerevoli, professati in tutto l’impero. Ma il Cristianesimo era una religione esclusiva che affermava di essere la sola vera; e che voleva imporre alla società civile la sua legge, non riceverla. Era inevitabile che da questa contradizione nascessero ogni sorta di difficoltà; e le prime vennero dalle eresie. La società cristiana cominciava a pullulare di eresie, che si combattevano con un furore esasperato dagli interessi con cui molto spesso le dottrine facevano corpo. Lo Stato non poteva disinteressarsi di queste contese, che turbavano tutta la vita civile e spesso addirittura l’ordine pubblico. Ma come poteva esso sciogliere delle questioni religiose, in una Chiesa che, per le questioni religiose, riconosceva solo l’autorità dei capi spirituali?

Costantino fece la prima esperienza di tante difficoltà in Africa. In questi anni era nata in Africa una setta intransigente, che escludeva dalla comunione ecclesiastica tutti coloro i quali, durante la persecuzione dioclezianea, avevano ceduto: i così detti traditores o lapsi. E poichè, ad esempio, il vescovo di Cartagine Ceciliano era stato ordinato da uno dei così detti traditores dell’epoca, questa setta gli contrappose prima un Maggiorino e poi, nel 313, un Donato. Dal nome di quest’ultimo l’eresia si sarebbe appunto denominata con l’appellativo di Donatismo. In un paese ardente di fanatismo e di contrasti sociali come l’Africa e la Numidia del tempo, lo scisma non poteva astenersi da violenze e da rappresaglie. Costantino dovè intervenire, sollecitato dalle due parti, i Ceciliani e i Donatisti; ma come poteva egli, pagano, giudicare un litigio di questo genere? Costantino rimandò la questione ad una commissione di vescovi italiani e gallici, che giudicò contro i Donatisti. Ma questi non se ne diedero per inteso; non riconobbero la sentenza; e l’imperatore allora, il Pontefice Massimo del paganesimo, convocò per la prima volta un concilio cristiano ad Arles, il 1º agosto del 314. La maggioranza del concilio dette nuovamente torto ai Donatisti. Ma neppure la decisione del concilio di Arles valse a domare il Donatismo. Allora un ordine imperiale impose l’esclusione dei Donatisti dalle chiese di Africa. Per quanto l’impero avesse, con l’editto di Milano, affermato la libertà dei culti, esso era tratto, dalla necessità di mantenere l’ordine e la pace, a intervenire nelle faccende del culto cristiano, come interveniva in quelle di tutti gli altri culti. Ma i Donatisti, che erano maggioranza, resisterono; e nonostante persecuzioni, torbidi e lotte, l’eresia donatista rimase predominante in Africa. L’impero non aveva, di fronte a una religione come la cristiana, nessuna autorità nelle questioni di fede, ma solo la forza; e la forza non basta a sciogliere questioni di fede.


70. La fine di Licinio (319-324). — Sino al 319 i rapporti fra Licinio e Costantino non furono turbati. Ma da quest’anno incominciarono a guastarsi. Per quale ragione, è poco chiaro. Le ragioni, anzi, possono essere state numerose: il rancore di Licinio per la pace del 314, la diffidenza reciproca inerente ormai alla stessa molteplicità degli imperatori, l’ambizione di Costantino di fondare una vera dinastia, introducendo l’eredità, in luogo della scelta dioclezianea, come principio di successione. La guerra era inevitabile. Ambedue gli imperatori cominciarono in tempo a prepararsi. Costantino apprestò armi; cercò di conciliarsi l’amicizia dei Persiani, nemici naturali dell’Augusto dell’Oriente; emanò nuove leggi a pro dei debitori verso il fisco; largheggiò nella generosità e nelle spese; si studiò di procurarsi il favore e l’appoggio dell’elemento cristiano[87]. A sua volta Licinio preparava ingenti forze militari; pur non perseguitandoli, osteggiò i Cristiani, li escluse dall’esercito e dall’amministrazione; pare anche aver cercato di appoggiarsi a quel partito che Costantino in Africa combatteva, ai Donatisti[88].

La guerra scoppiò nel 323 in modo singolare. Poichè in quell’anno una irruzione di Goti era penetrata in Tracia e in Mesia, ossia nelle province europee rimaste a Licinio, Costantino vi accorse per primo a respingerla (323). Licinio considerò questo, che poteva essere un aiuto, come una violazione di territorio. Le armi, da lungo tempo affilate, luccicarono al sole; e, nella seconda metà del 323, il 3 luglio, i due eserciti si scontrarono nella pianura di Adrianopoli. Licinio fu disfatto e, dopo aver combattuto valorosamente, si chiuse in quella Bisanzio, che sbarrava la via terrestre dell’Asia, come la sua possente flotta sbarrava quella del mare. Ma l’armata di Costantino era comandata dal figlio maggiore dell’imperatore, Crispo, che, quantunque giovanissimo, già si era segnalato in precedenti operazioni contro i Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata di Licinio all’ingresso dell’Ellesponto. Licinio allora abbandonò Bisanzio e tentò di impedire a Costantino l’invasione dell’Asia minore. Ma aggirato dal nemico, dovette dar battaglia presso Crysopolis (l’odierna Scutari), dove fu novamente sconfitto (18 settembre 324). Allora si arrese al vincitore, che, pur avendogli promesso salva la vita, lo fece uccidere nell’anno successivo. Costantino restava unico imperatore; poteva nel tempo stesso ricostituire l’unità dell’impero, e dargli una vera costituzione monarchica sul modello asiatico, iniziando la dinastia che lo reggerebbe.


71. Le difficoltà religiose; il concilio di Nicea (325). — Gli apologisti cristiani celebrano questa vittoria come il supremo duello fra il Cristianesimo e il Paganesimo. E la loro opinione è più vicina a verità che i moderni critici non pensino. Con Costantino avevano vinto i cristiani, che in tutto l’impero avevano parteggiato per lui contro Licinio. Rimasto solo imperatore, nell’atto stesso in cui si accinge a fondare un pretto regime dinastico, Costantino si affretta ad emanare due editti, con i quali il pontefice del Paganesimo non solo annullava i decreti di Licinio, ma designava la religione, di cui egli era a capo, come «un deplorevole errore», anzi come una «opinione empia», una «potenza delle tenebre», e i suoi fedeli seguaci, come degli «aberranti della verità», sia pur liberi per sovrana benignità di conservare i loro «templi della menzogna»[89].

L’imperatore, che era riuscito a ricostituire nella sua persona e nella sua famiglia l’unità dell’impero, cedeva ormai innanzi allo spirito esclusivo del Cristianesimo, di quella religione che si proponeva di toglier di mezzo tutte le altre, anche quelle che potevano considerarsi come basi e sostegni del potere imperiale: il culto dell’imperatore e il mitraismo. Per conquistare tutto l’impero e per fondare una dinastia, Costantino aveva, appoggiandosi al Cristianesimo, indebolito il potere assoluto, che Aureliano e Diocleziano avevan cercato di consolidare con i culti orientali: così può riassumersi l’opera politica e religiosa di Costantino. Senonchè egli non sembra essersene reso chiaro conto. Ne è prova l’atteggiamento da lui assunto di fronte all’eresia ariana, che egli trovava in pieno rigoglio in Oriente. Un prete di Alessandria, Ario, aveva da qualche tempo preso a sostenere che Cristo era stato creato da Dio, il quale gli preesisteva, ma non già dalla sostanza divina, sibbene dal nulla; onde la supposta perfetta identità delle tre persone della Trinità non era possibile. La eresia era pericolosissima per la stabilità della dottrina; perchè, fatto di Cristo soltanto un essere privilegiato tra gli uomini, non c’era ragione perchè Dio non creasse altri Cristi, dopo il primo; il Vangelo non era quindi la rivelazione definitiva della verità, perchè altre rivelazioni potevano seguire; anche per il Cristianesimo la verità diventava, non un testo rivelato, eterno e immutabile, ma un divenire continuo; e il Cristianesimo si accostava a quelle scuole del Paganesimo, numerose nel terzo secolo, che ammettevano un Dio unico, uno Spirito superiore, considerando le altre divinità come incarnazioni dei suoi attributi particolari. In Oriente, dove la cultura filosofica non era ancora del tutto spenta e l’amore della discussione vivo, questa dottrina aveva suscitato una bufera. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, suffragato dal voto di un Sinodo di cento vescovi, aveva espulso Ario dalla comunità cristiana (321).

Ma Ario non era solo: la sua dottrina, semplice e chiara, era comprensibile dalla moltitudine, e quindi popolare; le simpatie che egli ritrovava fra il neoplatonismo pagano, tanto diffuso in Oriente, gli odî, i rancori, l’amore delle rappresaglie, che le precedenti eresie, discussioni e repressioni avevano seminati, gli procacciarono subito un partito numeroso. Alle discussioni seguirono le zuffe nelle strade e le violenze. Costantino decise di intervenire. La lettera, che a tale proposito ebbe a rivolgere ai contendenti, merita d’esser letta. «Io m’ero proposto, egli scrive, di ricondurre a un’unica forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi potuto raggiungere l’accordo su questo punto, come era nei miei desideri, la cosa pubblica ne avrebbe ricevuto beneficio.... Ma oh, bontà divina, quale notizia ha ferito acerbamente le mie orecchie, anzi il mio cuore? Io apprendo che vi sono tra voi più dissensioni che non ce ne fossero testè in Africa.... Pure, a me sembra, la causa è ben piccola e affatto indegna di tanta contesa.... Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che i tuoi sacerdoti pensavano su un punto della legge, anzi su una parte sola di una questione di nessuna importanza, e tu, Ario, se lo pensavi, dovevi tacere.... Non dovevate nè interrogare nè rispondere, giacchè queste sono discussioni che non servono a nulla, sono suggerimenti dell’ozio e del vizio, buoni solo ad aguzzare gl’ingegni.... È giusto che vi laceriate voi, fratelli contro fratelli, per vane parole?... Sono queste trivialità e fanciullaggini, indegne di sacerdoti o di uomini saggi.... Restituitemi dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini, in modo che anch’io possa nell’avvenire godere della pura gioia di vivere....»[90].