Galerio incaricò Severo di reprimere la sedizione dell’Italia. Ma le milizie di Severo non vollero combattere contro Massimiano, il cui nome era ancora venerato; e Severo, abbandonato dai suoi soldati, dovè consegnare a Massimiano in Ravenna la porpora, di cui questi poco prima l’aveva rivestito (307). Un secondo tentativo, fatto da Galerio in persona, non ebbe migliore fortuna. L’Italia si dichiarò tutta solidale con Roma e con Massenzio. Le singole città chiusero le porte in faccia a Galerio, che, giudicando poco prudente assediare Roma, uscì dalla penisola, e invitò a Carnuntum (in Pannonia) lo stesso Diocleziano, perchè con il consiglio e la autorità aiutasse lui e i suoi colleghi a trovare uno scampo: prova manifesta dell’ammirazione di cui il solitario di Salona godeva ancora nella vita privata! Alla conferenza di Carnuntum intervenne anche Massimiano, già in discordia col figliuolo che, dopo il successo, intendeva esercitare su di lui come una mal tollerata preminenza. Ma nè Galerio nè Massimiano poterono indurre di nuovo Diocleziano alla porpora. La conferenza mise capo ad un’unica deliberazione: sostituire a Severo un nuovo Augusto, un vecchio, antico camerata di Galerio, Liciniano Licinio, con il governo dell’Illirio (novembre 307). Massimiano doveva ritornare a vita privata; e Massenzio era escluso dall’impero.
Il rimedio era peggiore del male. Massenzio si mantenne in Italia. Massimiano non depose la porpora, cercò di far causa comune con Costantino, a cui diede in moglie la figlia Fausta. La nomina di Licinio generò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto nell’impero senza avere attraversato il grado di Cesare, scavalcando Massimino Daio e Costantino. Il primo dei due si fece allora proclamare Augusto dalle sue legioni, e il secondo reclamò per sè da Galerio lo stesso titolo. Ai primi del 308 l’impero ebbe così, oltre Massenzio e Massimiano, quattro Augusti tutti eguali tra di loro. La tetrarchia di Diocleziano era caduta; e il troppo incerto principio di successione nella carica suprema — questa malattia mortale che da Augusto in poi non aveva dato pace all’impero — partoriva un nuovo disordine. La prima vittima fu Massimiano. Si disse che aveva cospirato contro il genero; certo è che Costantino lo fece imprigionare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, togliere di mezzo per sempre (310). Ma in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, a un tratto, nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino e Licinio, promulgano un editto che sospende le persecuzioni del Cristianesimo[84]. Come si spiega questo improvviso voltafaccia? Più che una resipiscenza, sarà prudente vedere in esso una mossa politica, suggerita dalle pericolanti condizioni del potere supremo. Che la concordia tra i cinque Augusti, tra i quali nessuno predominava più per autorità come Diocleziano, fosse precaria; che un giorno o l’altro dovesse nascere una guerra civile, era chiaro. Ma Massenzio e Massimino Daio erano ligi all’antico culto pagano e avversi ai cristiani. È quindi verosimile che gli altri Augusti pensassero di procurarsi con quel decreto il favore dei cristiani, i quali venivano ad approfittare dell’indebolimento dell’autorità suprema.
Il decreto del 311 è dunque un segno di prossima guerra civile. La quale parve scoppiar subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino sembrarono voler disputarsi la successione con le armi: ma poco dopo si accordarono, prendendosi il secondo l’Asia minore, la Siria, l’Egitto, ed il primo il resto delle province orientali dal Bosforo all’Adriatico. Non in Oriente, ma in Europa, doveva scoppiare di lì a poco l’incendio. Da un paio di anni Costantino, che già si era segnalato in guerre fortunate contro Franchi ed Alamanni, osservava attento gli affari d’Italia. Massenzio si rafforzava, approntava milizie, destinate — si diceva — a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e si intendeva con Massimino, il quale continuava a perseguitare i Cristiani in Siria, in Egitto e altrove. Costantino a sua volta si accostò a Licinio, cui diede in moglie sua sorella Costanza; preparò un forte esercito; allacciò in Italia secrete intelligenze. Quando si ritenne pronto, sui primi del 312, valicò le Alpi per il Cenisio, con 50.000 uomini, di cui la metà legionari scelti e provati; ruppe facilmente le prime resistenze; si impadronì della valle del Po, indi marciò contro Roma. Massenzio non si era mosso di qui, confidando nella forte posizione della città, nelle sue numerose milizie e in tutti quegli ostacoli che avevano fatto fallire la spedizione di Severo e di Galerio. Ma quando seppe che Costantino si avvicinava a Roma alla testa di un forte esercito, dopo una marcia vittoriosa, che le popolazioni, stanche del suo governo, avevano favorita, anzichè rimanere chiuso fra le mura aureliane, uscì dalla città ad affrontare in campo aperto il nemico, nei pressi del Ponte Milvio. Sconfitto pienamente, egli stesso perì con gran parte del suo esercito, affogato nel fiume (28 ottobre 312)[85]. Il giorno dopo, il vincitore si rivolgeva in Roma con parole rispettose al senato, quasi promettendogli una restaurazione delle antiche prerogative; scioglieva il corpo dei pretoriani e ne smantellava il campo. N’ebbe dal senato in ricompensa il titolo di primo Augusto, e un arco trionfale, che si leva ancor oggi e che fu ornato con le spoglie dell’arco di Traiano.
La conquista dell’Italia alterava i vecchi rapporti fra i tre imperatori, ma ancor più peggiorava la condizione di Massimino. Appunto per esaminare il nuovo stato di cose Licinio e Costantino convenivano poco dopo, sui primi del 313, a Milano.
67. L’Editto di Milano (primi del 313) e la catastrofe di Massimino (313). — Noi non sappiamo di quali argomenti s’intrattenesse la nuova conferenza. Non è difficile supporre che, mentre Licinio consentiva al nuovo ingrandimento di Costantino, otteneva da questo mano libera contro Massimino. Probabile è pure che, per scuotere ancora più la potenza di Massimino, fu emanato un nuovo editto di tolleranza a favore dei Cristiani, che nella storia del mondo suole segnare il trionfo definitivo del Cristianesimo[86]. In verità il Cristianesimo non trionfava ancora, perchè non era riconosciuto come la sola religione, e quindi come la religione ufficiale. Lo Stato romano non ripudia ancora la sua religione ufficiale, e l’imperatore conserva in questa la carica suprema, il pontificato massimo. L’editto, anzi, non fa che confermare quello precedente del 311, ossia sancisce di nuovo la libertà di culto (τὴν ἐλευθερίαν τῆς θρησκείας) accordata due anni prima, togliendo alcune restrizioni superstiti e ordinando la restituzione alle Chiese cristiane dei luoghi e dei beni, sequestrati durante la grande persecuzione. Ma se esso mirava a mostrare che Licinio e Costantino volevano seguire un indirizzo opposto a quello di Massimino, il quale nelle province orientali, massime dopo la morte di Galerio, aveva inasprito la persecuzione contro i Cristiani, quelle concessioni bastavano. Insomma il Cristianesimo e il Paganesimo diventano nelle mani degli imperatori armi per le guerre civili: Costantino e Licinio mirano a sollevare l’Oriente cristiano contro Massimino, e Massimino a sollevare contro Licinio e Costantino i Pagani dell’Occidente. Massimino lesse chiaro nel gioco degli avversari; e non perdè tempo. Licinio era ancora in Italia; ed egli già invadeva la penisola balcanica, pigliava d’assalto prima Bisanzio, poi Perinto, e si spingeva verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e porsi sulla difensiva; ma, non lungi da Perinto, a circa diciotto miglia da Eraclea, fu combattuta una grande battaglia (30 aprile 313), che annullò tutti i vantaggi precedenti. Sconfitto, Massimino fuggì in Cilicia, ove morì.
68. Nuova guerra tra Licinio e Costantino (314). — Poco prima Diocleziano era morto a Salona, dopo avere assistito alla rovina della sua costituzione. Ma egli era almeno morto al tempo, per non veder la repressione fatta da Licinio vincitore, nella quale perirono la moglie di Galerio, sua figliuola, e un figlioletto di lei, i quali non avevano altro torto, salvo forse di soggiornare in Oriente. Anima del nuovo impero barbaro-asiatico erano due passioni: la ferocia e la diffidenza. Di fatti dalla caduta di Massimino non tardò a nascere una nuova guerra civile tra i due Augusti superstiti, perchè la vittoria aveva troppo ingrandito la potenza e i dominî di Licinio, il quale ora dava ombra a Costantino. Un pretesto qualunque — il rifiuto di Licinio di consegnare a Costantino un tal Senecione, il quale avrebbe congiurato contro di lui — bastò a far scoppiare la guerra. Licinio fu vinto una prima volta a Cibalae in Pannonia sulla Sava l’8 ottobre 314, e poi di nuovo in Tracia, nella pianura detta Mardiensis o Jarbiensis. Ma nè l’una nè l’altra furono vittorie decisive. Costantino comprese che, per sconfiggere definitivamente il rivale, sarebbe stato d’uopo portare la guerra fino nel cuore dell’Oriente, sguarnendo le frontiere pericolanti del suo impero. Preferì quindi venire a patti. Ebbe la Grecia, parte della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dacia, la Dardania, la Dalmazia, la Pannonia, il Norico. Ma la clausola più importante degli accordi fu questa: che Licinio, che non aveva figliuoli, rinunziava a nominare un successore; mentre Costantino, il cui figliuolo Crispo s’avvicinava alla maggiore età, rimaneva libero d’indicare questo, fra non molto, quale suo legittimo successore.
69. Gli anni della pace (314-323). — La nuova riforma monetaria — La questione Donatista. — Come che sia, la pace del 314 o 315 permise alla fine all’impero di respirare. Per circa nove anni le armi avrebbero taciuto; e si potrebbe provvedere anche alle cose civili, troppo trascurate sino allora. A qualche riforma civile, anzi, Costantino aveva posto mano prima del 314. Nel 312 s’era già occupato della moneta, emettendo con il nuovo nome di solidi degli aurei di un peso ridotto, ma fisso, non più di 1⁄60 di libbra, come Diocleziano, ma di 1⁄72. Quanto all’argento, mantenne l’argenteus dioclezianeo di 1⁄96 di libbra; ma gli pose a fianco due nuove monete, che avrebbero reso più facile lo scambio con la nuova valuta d’oro: il miliarense pari a 1⁄1000 di libbra d’oro, del peso cioè di 1⁄72 di libbra d’argento, e la siliqua (o κεράτιον), pari alla metà della precedente. Ma se coniò delle buone monete, non potè neppure egli risanare la circolazione, togliendo di mezzo l’infinito numero di false monete d’argento apparente che l’infestavano; cosicchè il male, a cui Diocleziano aveva cercato di provvedere con il suo editto dei prezzi, non cessa di tormentare l’impero.