75. La famiglia di Costantino (337-340). — Alla morte di Costantino seguirono alcuni mesi tranquilli. Ma improvvisamente, a quanto pare, tra il luglio e il settembre 337, scoppiò in Costantinopoli, nel palazzo imperiale e nella città, una grande sedizione militare. I soldati, gridando di non volere altri sovrani che i figli di Costantino, ossia Costantino II, che aveva 21 anni, Costanzo II, che ne aveva 20, e Costante, che ne aveva 17, trucidarono Dalmazio, Annibaliano e tutta la discendenza maschile di Costanzo Cloro, i più remoti congiunti e i loro fautori. Non scamparono che due fanciulli, figliuoli di un fratello di Costantino, Gallo e Giuliano, di cui l’uno contava 12 anni, e l’altro appena 6.

È difficile ricusare interamente le testimonianze positive dei contemporanei, che accusano di questo eccidio i figli di Costantino, massime Costanzo. La sommossa appare macchinata da un loro partito ed a loro vantaggio; ed è certo che poco dopo la strage, il 9 settembre, i tre fratelli ricevevano dal senato il titolo di Augusti; e l’anno dopo si riunivano a Sirmio, per spartirsi di nuovo l’impero. Costanzo ebbe in più il Ponto, la Tracia con Costantinopoli, la Macedonia, l’Acaia; Costantino II la Mauretania; solo Costante pare non abbia aumentato i propri territori.

L’assolutismo asiatico non aveva tardato molto a insanguinare con le sue congiure di palazzo la nuova capitale. Questo eccidio fu seguito da un’amnistia a favore degli Atanasiani, i quali ritornarono dall’esilio. A spiegare questo voltafaccia, che sconfessava, quasi appena morto, Costantino, è necessario sapere che fu voluto da Costante e da Costantino II. Mentre l’Oriente era in prevalenza ariano, le province dell’Occidente propendevano invece per l’atanasianesimo. La rivalità, che da secoli divideva le due parti dell’Impero, rinasceva ora nella chiesa cristiana e specialmente nei due episcopati di Roma e di Alessandria. Il primo aspirava a imporre con il simbolo di Nicea la sua supremazia; intorno al secondo e nell’arianesimo ardevano tutte le ambizioni di indipendenza o di primato delle grandi chiese orientali, le più antiche e le più attive, come Cesarea, Antiochia, Tiro, alle quali ora si univa Costantinopoli. Si intende dunque, ora che l’impero non era più governato da un solo sovrano, che i due Augusti d’Occidente volessero far cessare la persecuzione degli Atanasiani, malvista nei loro Stati, mentre a Costanzo conveniva piuttosto continuarla. La discordia era, aperta o latente, in tutto l’impero: nella Chiesa come nella Corte. E nella Corte non tardò a scoppiare in una guerra civile, quando Costantino II e Costante (secondo si può supporre) vollero spartirsi l’Africa settentrionale. Il primo, approfittando di un’assenza di Costante, si gettò sull’Italia, sperando scacciarne il collega e ripetere così le gesta del padre contro Massenzio del 312; ma fu vinto ed ucciso non lungi da Aquileia (340).


76. Il primo scisma cristiano. I concilii di Sardica e di Filippopoli (344). — Costanzo non si oppose alla usurpazione che raddoppiava la potenza di Costante; e la ragione fu che con le province aveva ereditato dal padre anche la guerra persiana, ch’era appunto cominciata nel 338. Ogni anno, a primavera, il re di Persia, Sapore II, scendeva a devastare la pianura tra il Tigri e l’Eufrate, ad incendiare le messi, ad assediare le piazzeforti, a saccheggiare le città aperte, a trucidare gli abitanti, a turbare i commerci e le industrie, schivando sempre ogni battaglia decisiva. Attanagliato da questa guerra esauriente, Costanzo non poteva intervenire negli affari interni dell’impero. Alla guerra persiana si aggiungevano le turbolenze religiose e civili. Costanzo non resiste più allo spirito esclusivo del Cristianesimo; e incomincia a perseguitare il Paganesimo. Nel 341 proibisce i sacrifici[93]. Ma mentre si impegna in questa lotta suprema contro il culto millenare della Grecia e di Roma, le eresie della religione trionfante non gli dànno tregua. Atanasio, appena ritornato ad Alessandria, aveva ripreso la guerra contro l’arianesimo, chiamando in aiuto non solo i due imperatori, ma anche i vescovi dell’Occidente, tra i quali il Papa di Roma; condannando la politica religiosa degli ultimi anni di Costantino e del suo successore. Molti altri seguaci suoi, amnistiati, avevano imitato l’esempio; l’agitazione religiosa aveva divampato in tutto l’impero; sollecitato da varie parti, il papa Giulio aveva convocato un concilio a Roma nel 340, invitando anche i vescovi dell’Oriente. Ma un gruppo di vescovi dell’Oriente, quelli di Cesarea, di Antiochia e di Costantinopoli tra gli altri, risposero con una lettera da Antiochia, ponendo i principî di quello che sarà lo scisma d’Oriente, che dura tutto oggi: i diritti di tutte le chiese essere uguali, nessuna preminenza spettare a quella di Roma. Il concilio si tenne egualmente e assolse Atanasio; ma nel 341 un altro concilio, tutto composto di vescovi orientali, si teneva in Antiochia; e questo riconfermava, sia pure attenuandola, la formula dell’arianesimo.

La lotta tra l’arianesimo e l’atanasianismo prendeva forma di un conflitto tra l’Oriente e l’Occidente, che involgeva i due imperatori, ciascuno dei due partiti cercando di adoperare a proprio vantaggio l’autorità dell’Augusto a cui obbediva. Disgraziatamente per l’arianesimo, in quel momento Costante, che aveva preso le province di Costantino II, era più potente di Costanzo, impegnato nella lunga guerra contro i Persiani. Così, quando sulla fine del 342 o nel 343, come sembra, Costante propose al fratello un concilio ecumenico a Sardica (Sofia), ai confini dei due imperi, per comporre il dissidio, Costanzo non potè rifiutare, per quanto sia probabile che Costante mirasse, più che a confermare il simbolo di Nicea, a far riconoscere dal concilio la supremazia della Chiesa di Roma, vantaggiosa a lui anche per ragioni politiche. I vescovi orientali badarono infatti soprattutto a eludere questa questione e ci riuscirono. Approfittando dell’intervento di Atanasio e di altri religiosi, che essi giudicavano eretici, si ritirarono, si radunarono in un concilio separato a Philippopolis (344), protestando contro la invadenza degli Occidentali che volevano riformare le deliberazioni dei concilî orientali e scomunicando non solo Atanasio, ma lo stesso papa Giulio. A questa scomunica i vescovi ortodossi dell’Oriente e dell’Occidente risposero con una lettera al Papa, nella quale dichiaravano solennemente il loro rispetto per l’episcopato romano, e «in onore della memoria di Pietro» gli riconoscevano il diritto di giudicare in appello tutte le condanne, che i vescovi avessero subito altrimenti. La Chiesa di Roma era proclamata capo della cristianità ortodossa. Ma i vescovi radunati a Philippopolis dichiararono a lor volta, con una lettera circolare, di non riconoscere la supremazia della Chiesa di Roma, e di riconoscere ai concilî soltanto il potere di governare spiritualmente la Chiesa. Così nasceva la Chiesa scismatica orientale[94]. Intorno allo stesso tempo è ordinata la chiusura di tutti i templi pagani; il culto antico è dichiarato reato e punito[95].


77. Costanzo unico imperatore (353): il concilio di Milano (355). — Tuttavia i deliberati del concilio di Sardica furono applicati anche in Oriente. Costante, approfittando delle difficoltà in cui la guerra persiana metteva Costanzo, riuscì ad ottenere che Atanasio fosse restituito al seggio episcopale di Alessandria e che in tutto l’Oriente cessasse la persecuzione contro i seguaci del simbolo di Nicea. La unità della Chiesa parve ricostituita, ma per una pressione politica dell’Occidente sull’Oriente: procedimento pericoloso, che portava in sè una guerra civile tra i due imperatori. La sorte sola impedì che il mondo vedesse i figli di Costantino in guerra per una questione teologica: un giorno, mentre Costante era a caccia, il suo magister militum, un barbaro d’origine germanica, un Magnenzio, d’accordo con il comes largitionum, fu acclamato Augusto, e l’imperatore legittimo ucciso (18 gennaio 350). Poco dopo nell’Illirico, la provincia che ancora non dimenticava di avere dato all’impero i grandi capi del terzo secolo, un altro usurpatore, un Vetranione, seguiva l’esempio di Magnenzio (1º marzo 350).

Costanzo questa volta si risolvè a conchiudere con la Persia un armistizio; e alla fine del 350 o ai primi del 351 mosse con grandi forze verso la Macedonia. Con gli intrighi, il denaro e i ricordi del padre riuscì a sobillare le legioni di Vetranione e a persuader costui a rinunziare per sempre alla porpora; poi si accinse a far guerra a Magnenzio. Magnenzio, che sembra aver cercato appoggiarsi sui pagani perseguitati, fu un nemico più difficile di Vetranione, e per debellarlo fu necessaria una guerra di due anni. Dopo la battaglia di Mursa (in Pannonia) — 28 settembre 351 — Magnenzio fu costretto a ritirarsi in Aquileia dove svernò, sperando di poter chiudere le Alpi ai suoi nemici: ma questi le sforzarono nell’anno seguente, ributtandolo sulle Alpi Cozie e di là nella Gallia, a Lione, dove, abbandonato dai suoi soldati, si uccise. Tutta la sua famiglia fu trucidata e con essa un gran numero di partigiani, veri o supposti.

L’unità dell’impero era ricostituita. Pagani e cristiani ne sentirono subito l’effetto. Caduto Magnenzio, la persecuzione del Paganesimo fu inasprita; e la decapitazione fu minacciata a chi praticasse l’antico culto[96]. La morte di Costante invece era stata una grande fortuna per gli ariani. Non passò molto tempo, che i loro intrighi contro Atanasio e contro i vescovi seguaci del concilio di Nicea, incoraggiati dal favore dell’imperatore, gettarono un tal disordine in tutto il mondo cristiano, che il papa Liberio chiese all’imperatore di convocare un concilio. Costanzo acconsentì e convocò il concilio a Milano, ma con intenzione diversa da quella del Papa: per annullare le deliberazioni del concilio di Nicea e stabilire la supremazia del Cristianesimo orientale sull’occidentale. Nel principio del 355 convennero infatti a Milano ben 350 vescovi, quasi tutti occidentali però, e quindi seguaci del simbolo di Nicea. Ma Costante gettò sulle bilance del concilio tutto il peso della sua autorità di solo imperatore. Intervenuto in persona, apertamente, egli pronunziò le famose parole, che contenevano la prima aperta sfida dell’impero alla autorità della Chiesa: «La mia volontà deve essere considerata come la regola. I miei vescovi di Siria approvano che io parli così. O voi obbedite, o quelli di voi che non obbediranno saranno condannati all’esilio....»[97]. E non furono vane minacce. Chi non volle condannare Atanasio, lo stesso papa Liberio, fu costretto a prendere la via dell’esilio; Atanasio, condannato dal concilio, si rifugiò nei monasteri della Tebaide; in Occidente e in Oriente tutti i vescovi fedeli al simbolo di Nicea furono deposti, perseguitati, minacciati; il terrore regnò in tutta la Cristianità. Ma a Costantinopoli, ad Alessandria, a Roma, a Napoli, in Gallia scoppiarono insurrezioni popolari contro i vescovi che vennero a sostituire gli esiliati, e una nuova guerra, nel tempo stesso religiosa e politica, incominciava tra l’Occidente e l’Oriente.