78. Gallo e Giuliano Cesari (351-355). — L’impero riunificato abbisognava di luogotenenti. Costanzo non era uomo da regger solo tutto l’impero di Diocleziano e del padre suo. Senonchè non era cosa facile trovare, in quella Corte, un collaboratore capace e sicuro. In mancanza di meglio Costanzo, che non aveva figli, ricorse al maggiore dei due cugini, scampati per miracolo all’eccidio del 337: Gallo. Gallo e il fratello suo, Giuliano, erano sino ad allora vissuti in un esilio, poco dissimile da una prigionia: prima, l’uno a Efeso, l’altro a Nicomedia, poi ambedue insieme nella solitaria Macellum, in Cappadocia. Gallo, che contava ora 25 o 26 anni, fu nominato Cesare (351) e incaricato del governo dell’Oriente. Diffidentissimo, Costanzo, non si era accontentato di fargli giurare sugli Evangeli la fedeltà; gli aveva posto a fianco dei ministri, i quali dovevano sorvegliarlo; gli aveva dato in isposa la sorella sua Costantina, e si era riserbato la nomina di tutti i principali ufficiali e funzionari del suo esercito e della sua Corte. Ciò non ostante, e forse a cagione di queste precauzioni, l’odio e i sospetti fra Gallo, uomo poco capace, e l’imperatore, si invelenirono, sinchè, dopo tre anni il Cesare era richiamato e in viaggio, a Pola, imprigionato e giustiziato, insieme con molti amici e fedeli (fine del 354).

Intanto gravi difficoltà nascevano in Occidente, dove nel 354, mentre Gallo era giustiziato a Pola, e Costanzo preparava il concilio di Milano, i Germani occupavano le due Germanie — la Gallia orientale dal lago di Costanza fino al mar del Nord — penetrando nell’interno, devastandolo, smantellando le fortezze. Costretto a mandare un generale in Occidente, Costanzo, non ostante la mala prova fatta da Gallo, sia perchè non aveva altri, sia per le istanze della imperatrice, la mite Eusebia, pensò al fratello di Gallo: Giuliano. Gallo era stato un incapace, più che un ribelle; e Giuliano, un innocuo, un letterato, avrebbe dovuto rappresentare nominalmente l’autorità imperiale. Il potere sarebbe stato nelle mani dei personaggi, che Costanzo gli avrebbe messi al fianco. Così il relegato di Macellum era creato Cesare, con l’incarico di governare la Gallia, la Spagna, la Britannia (fine del 355).


79. Il primo quadriennio di Giuliano in Gallia (355-359). — Giuliano aveva appena 25 anni e nessuna pratica del governo e delle armi. La sua giovinezza era trascorsa nell’esilio, tra i libri, nei lunghi dialoghi silenziosi con Omero, Esiodo, Platone, nell’umiliazione delle pratiche cristiane e nella memoria del sangue, che aveva spruzzato la sua fanciullezza, sotto il geloso spionaggio di mille occhi. Eppure in quel cervello di retore filosofo, in quel cuore umiliato dalla persecuzione, in quel corpo gracile e malaticcio, si nascondevano una volontà, una passione, una energia straordinarie.

In Gallia apparve subito che nel filosofo c’era la stoffa di un grande soldato. In pochi mesi egli imparò l’arte della guerra vera. Per non arrischiarsi se non in imprese che fossero sicure per la preponderanza del numero, troppo spesso i generali di Costanzo lasciavano i barbari saccheggiare il paese sotto i loro occhi. Giuliano capì subito che bisognava osare e operare. Nel 356, udendo che Autun era minacciata dai barbari, accorre e la libera; poi con rapida marcia raggiunge la valle del Reno, libera Colonia e la fortifica, come fortifica Treveri; sostiene con vigore e fortuna in pieno inverno un assedio entro le mura di Sens, sebbene il generale che Costanzo gli ha messo a fianco, Marcello, non lo aiuti. L’anno dopo (357), sebbene anche questa volta mal secondato dai suoi generali, riesce a catturare un gran numero di barbari reduci da un mancato assalto a Lione. Poi caccia innanzi a sè altri barbari al di là del Reno; li insegue a guado tra gli isolotti del fiume; e ne mena una strage inaudita; sinchè ad Argentoratum (Strasburgo) nell’estate del 357, affronta, con soli 13.000 soldati, un esercito alemanno triplo di numero, che pochi giorni prima aveva disfatto 25.000 uomini condotti da uno dei più provetti generali di Costanzo. Ma le sue legioni, ormai temprate, sconfiggono a sera il nemico.

Nè attese solo a far guerre. Nel 358 e nel 359 Giuliano risuscita l’antica flotta del Reno, i cui navigli superstiti marcivano oziosi nei greti del fiume; ne fa costruire quattrocento nuovi, purga le due rive del fiume dai barbari superstiti, rialza le antiche fortezze distrutte, obbliga gli stessi barbari a fornire le materie e gli uomini occorrenti, ripopola coi prigionieri le campagne galliche deserte, riduce a un quarto l’imposta personale (la capitatio) che la Gallia pagava, assume l’amministrazione delle contrade più rovinate, allontanando tutti gli agenti del fisco e curandosi egli in persona della riscossione delle imposte. Nella seconda metà del 359, fa una punta in pieno paese nemico, nell’alta Germania, e qui, novello Cesare, ribadisce nel cuore delle popolazioni, il convincimento che Roma aveva ancora una spada.

Alla fine dell’anno, egli avrebbe potuto dire, come scriverà più tardi: «Ho passato tre volte il Reno, ho strappato ai barbari 20.000 prigionieri. Due battaglie e un assedio mi hanno fatto padrone di 1000 nemici nel fiore dell’età.... Ho riconquistato non meno di quaranta città, e, col favore degli Dei, tutte le Gallie giacciono sotto la mia signoria....»[98].


80. La fine di Costanzo (359-361). — Ma nel 359 rinasceva il pericolo persiano. Sapore II di nuovo minacciava l’Armenia e la Mesopotamia; e questa volta, pare, con maggiori forze e con maggiore fortuna; poichè riusciva a prendere la fortezza di Amida, e, ritornando all’attacco nell’inverno successivo, Bezabda e Singara, che distrusse.