Costanzo era sempre in grandi travagli per l’unità religiosa dell’impero. Nel 359, i due Concilî di Rimini e di Seleucia Isaurica approvavano, in luogo del simbolo di Nicea, una formula vaga e imprecisa con la quale, sotto apparenza di conciliazione, gli ariani speravano impadronirsi definitivamente del governo della Chiesa. Senonchè per le moltitudini, le formule teologiche erano anche bandiere, intorno a cui si raccoglievano le passioni o gli interessi mondani; onde, allorchè Costanzo volle imporre all’universo la concordata formula ariana, tutto l’impero riarse di mille insurrezioni popolari. Costretto dal nuovo attacco persiano a trascurare le dispute religiose, Costanzo lasciò Milano, spedì a Giuliano l’ordine di inviargli una parte delle sue forze, e partì per l’Oriente. Ma questo ordine doveva esser scintilla di nuova guerra civile. Sia che le legioni di Gallia fossero molto affezionate al loro generale, sia che si componessero per buona parte di Galli, i quali si erano arruolati per difendere il loro paese contro i Germani e non per andare in Asia, all’annuncio dell’ordine di Costanzo scoppiò una sedizione militare, che proclamò Giuliano Augusto. Per un momento il giovane Cesare esitò, e tentò di resistere alle voci acclamanti dei soldati. Ma il suo buon genio non lo fece perversare in quell’impresa impossibile e pericolosa; e alla fine, si presentò ai soldati, dichiarandosi pronto a dividere il loro destino.

Tuttavia non solo volle che i partigiani e gli emissari di Costanzo non patissero offesa alcuna, ma egli stesso lealmente informò Costanzo dell’accaduto e richiese che fossero le legioni a domandare per lui il titolo di Augusto. Costanzo rispose facendo grandi preparativi contro il nuovo Magnenzio. Ma Giuliano non era nè Magnenzio nè Gallo; nè la sua arrendevolezza era inerzia o inettitudine. Allorchè s’accorse che l’imperatore era irremovibile, decise di prevenirlo e di muover contro l’Augusto dell’Oriente non solo le sue forti legioni, ma i silenziosi risentimenti del paganesimo umiliato. Dalla Gallia, per la prima volta, egli fece precedere la sua offensiva da un manifesto, la così detta Epistula ad S. P. Q. Atheniensem, che doveva raccozzare sotto le sue bandiere i pagani di tutto l’impero. Indi, lasciato in Gallia il suo amico Sallustio, quale prefetto del pretorio, con rapidità fulminea iniziò l’offensiva dividendo l’esercito in tre corpi, e dando loro come luogo di convegno Sirmio, in Pannonia. In gran fretta Costanzo, stipulato un armistizio coi Persiani, ripigliò la via dell’Europa. Ma a Tarso l’assalì una febbre violenta, e poco dopo moriva a Mopsucrena, il 5 ottobre 361.


81. La reazione pagana: Giuliano l’Apostata (361-363). — Allorquando Giuliano giunse a Costantinopoli, fu accolto con entusiasmo. Il popolo, i ministri di Costanzo, la Corte uscirono tutti ad incontrarlo e a prestargli il solenne giuramento di fedeltà. Lo stesso senato di Roma, che dapprima aveva esitato, si affrettò ora a rimettergli quel senatus consultum, che conferiva i consueti e pieni onori imperiali. Il giubilo non fu minore tra i pagani che tra i cristiani. Gli ortodossi gioivano della morte dell’uomo che per tanto tempo li aveva conculcati; e gli ariani assistevano tranquilli al mutamento, ritenendosi ormai abbastanza forti.

In verità Giuliano ascendeva all’impero, dopo un governo che per circa trent’anni aveva ferito molti interessi, e lasciato aggrovigliare numerose difficoltà. In quei trenta anni il pericolo persiano era diventato cronico in Oriente: in Occidente i barbari della Germania avevano potuto correre liberamente le più fiorenti contrade della Gallia. Le province incominciavano a piegare spossate sotto il peso di un sistema tributario, che oramai non risparmiava più nulla, nè l’agricoltura, nè l’industria, nè il commercio, nè le professioni, che tutte continuavano a deperire, non ostante le coercizioni sempre più numerose o violente con cui lo Stato si sforzava di rianimarle. La religione era un caos. I cristiani perseguitavano i pagani, e si perseguitavano tra di loro con furore anche più violento.

Giuliano giungeva al momento opportuno. Ma l’immenso disordine dell’impero si sarebbe lasciato dominare da un solo uomo? I propositi dell’imperatore erano di un’altezza e nobiltà quasi sublime. Come Marco Aurelio, Giuliano era un filosofo, che si era fatto del dovere un culto mistico. «Noi dobbiamo», egli scriverà, «trarre in tutto ispirazione dall’essere immortale che vive in noi, a questo affidare il governo delle cose private e delle città, e considerare la legge come l’applicazione della ragione universale.... Un principe, che è pure un uomo, ha bisogno di spiritualizzarsi nei suoi sentimenti e di bandire interamente dalla sua anima ciò che essa reca di mortale e di comune coi bruti.... Egli deve perciò emanare non norme d’occasione, opera di gente, che non è vissuta secondo ragione; ma leggi degne di uomini dal cuore e dallo spirito puri, che non si sono ristretti a considerare i mali di oggi e le sole circostanze presenti. Egli deve legiferare, non per i contemporanei, ma per i posteri, per gli stranieri, per gli uomini con i quali non ha, nè potrà sperare di aver mai rapporto alcuno».

In nessun principe la pratica seguì così da vicino la teoria. Appena giunto a Costantinopoli, Giuliano ripulisce di tutti gli innumerevoli parassiti — barbieri, coppieri, cuochi, eunuchi, delatori, uscieri, segretari, domestici, paggi, guardarobieri, medici — la Corte; riduce il personale allo stretto necessario; piglia in mano, così come aveva fatto in Gallia, l’amministrazione finanziaria e giudiziaria. Un contemporaneo, non uso all’iperbole, avrebbe poco dopo scritto di lui: «Si sarebbe in verità pensato che l’antica Giustizia, che un poeta descrive risalita per le colpe degli uomini in cielo, fosse novamente ridiscesa sulla terra». Il suo governo prende di nuovo un carattere repubblicano. Giuliano respinge il titolo di dominus; osserva di nuovo le cerimonie, che un tempo solevano compiersi all’assunzione delle magistrature repubblicane; onora il senato costantinopolitano così come Traiano aveva onorato quello di Roma.

Ma la pietra di paragone, non del suo valore, ma della possibilità di dominare il disordine crescente dei tempi, doveva essere la religione. Giuliano non considerava il Paganesimo e il Cristianesimo come un filosofo, ma da soldato e da magistrato. Non potendo indovinare che il Cristianesimo era il seme di un mondo nuovo, doveva considerarlo come un dissolvente, aggiunto ai molti che già disfacevano l’impero. Per quanto la Chiesa avesse cercato di addolcire la contradizione, lo spirito del Cristianesimo era in contrasto con quello, da cui, per secoli, lo Stato romano era stato sorretto. La conquista, la guerra e il dominio, la opposizione della barbarie e della romanità, la missione di Roma nel mondo, il dovere del matrimonio e della paternità, la subordinazione del singolo allo Stato, lo spirito civico e politico, repugnavano al Cristianesimo che o li combatteva apertamente o li screditava tacitamente. Nè basta: lo Stato antico aveva fatto suo quel tanto di religione, che bastava a dare un carattere sacro al suo compito civile e politico. Per il resto, esso stava al di sopra di tutte le religioni; era quasi uno Stato laico, che esercitava su tutte, imparzialmente, una missione civile. La Chiesa cristiana invece pensava che il mondo è governato dalla Provvidenza, non in vista dei suoi interessi civili, ma per superiori disegni divini; che perciò, se i cittadini dell’impero servono l’Imperatore, costui serve Iddio, ed è subordinato alla Chiesa, che rappresenta Dio in terra. Per quanto la debolezza obbligasse la nuova religione a riconoscere la supremazia dello Stato, era insita nella sua dottrina l’aspirazione a far dello Stato uno strumento proprio.

Non è dunque da stupire che un imperatore romano, il quale aveva ricevuto un’alta coltura filosofica, si convincesse esser suo dovere risollevare il Paganesimo, riformare i rapporti tra l’Impero e la Chiesa. Giuliano però non rinnova le persecuzioni; ripiglia la vecchia dottrina dello Stato pagano, conservata ancora da Costantino: il Paganesimo essere la religione dello Stato, tutti gli altri culti essere consentiti; ma intendendo questa formula nella sua pienezza. Egli pensa che lo Stato pagano non può disinteressarsi della sua religione; che esso deve avere una fede religiosa al riparo dei colpi di qualunque critica filosofica; non dogmi e leggende mitologiche, ma una forte coscienza morale comune a tutti i consociati. Non erano concetti nuovi. Augusto, Vespasiano, Traiano non avevano pensato e operato diversamente. Solo, dinanzi a un nemico fatto ormai più minaccioso, l’opera di Giuliano dovrà essere più vigorosa.

Anzi tutto, perchè l’eguaglianza tornasse a regnare tra tutte le religioni viventi all’ombra dell’impero, occorreva abolire i privilegi che la Chiesa aveva conquistati e porre termine a tutte le persecuzioni, quelle di cui eran vittime i pagani come quelle di cui eran vittime i cristiani. Giuliano ordina che i beni, attribuiti alla Chiesa, siano restituiti agli antichi enti morali, che n’erano stati spogliati; che gli ecclesiastici, banditi quali eretici, siano richiamati dall’esilio; che i privilegi del clero siano aboliti.