Ma non era che l’esordio. A risuscitare l’anima della romanità pagana, occorreva l’azione degli scrittori, della scuola, del clero, di tutta la società[99]. Giuliano vuole che la cultura e la scuola pagana riprendano l’antico ufficio; e che il sacerdozio pagano adotti tutte le virtù e tutti i procedimenti che al Cristianesimo erano riusciti così bene. Giuliano cerca di dare al Paganesimo una organizzazione ufficiale e un corredo di istituzioni di beneficenza, simili a quelle del Cristianesimo. Contro una dottrina esclusiva, l’esclusione è una ritorsione, a cui è fatale che chi lotta ricorra, prima o poi. Se la scuola doveva essere come un tempio della romanità pagana, occorreva escludere da questa i maestri cristiani, e rimandarli alle scuole cristiane[100]. Se ogni ufficio di Stato, e primo fra tutti la milizia, doveva essere esercitato con piena coerenza, bisognava, come Diocleziano, espellere dalle magistrature e dall’esercito i cristiani.

Ma poteva la nuova religione tollerare tutto ciò? Mentre pochissimi puri e intransigenti cristiani applaudivano ai divieti imperiali, che assicuravano il Cristianesimo da ogni immondo contatto con la società degli infedeli[101], la moltitudine, scettica e stanca, dei pagani disapprovava lo spirito battagliero del suo principe, quella dei cristiani si rivoltava. Sedizioni, risse, conflitti tra pagani e cristiani, tra cristiani e cristiani furono l’effetto di queste prime misure, massime in Oriente. Per quanto Giuliano fosse animato da un alto spirito di concordia e di pacificazione, le sue riforme avrebbero acceso nell’impero una discordia terribile, se l’opera sua avesse potuto continuare lungamente.


82. La grande spedizione persiana (marzo-giugno 363). — Ma Giuliano non era uomo da pensar solo alla religione. Fin dal 362, apparecchiava una gigantesca impresa militare che avrebbe dovuto toglier di mezzo per sempre il pericolo persiano: una spedizione in Persia, con lo scopo di ridurre quell’impero a Stato cliente, quale l’Armenia, e di rinnovare all’incirca il fallito tentativo di Traiano. Giuliano aveva preparato una armata fluviale potente, un’artiglieria perfetta e un esercito numeroso ed agguerrito: 1000 navi da carico, 50 galere da combattimento, 50 bastimenti pontieri, 100.000 uomini, oltre gli aiuti, che sarebbero venuti dall’Armenia. Anche il suo piano strategico doveva essere modellato su quello, antico e fortunato, di Traiano: invadere la Persia da due parti e con due eserciti, che si sarebbero poi congiunti sulla sinistra del Tigri, per muovere insieme alla conquista dell’interno.

La campagna incominciò bene. Tutte le fortezze dell’Eufrate furono o conquistate con la forza o costrette alla resa, e l’esercito felicemente trasportato dall’Eufrate al Tigri, e dalla destra alla sinistra di questo fiume. In due soli mesi, sempre combattendo e vincendo, Giuliano era quasi arrivato alle porte di Ctesifonte. Pur troppo l’altra porzione del suo esercito, che con i contingenti armeni aveva marciato nell’alta Mesopotamia e discendeva a sud lungo la riva sinistra del Tigri era ancora troppo lontana. Giuliano non si lanciò all’assalto di Ctesifonte, la maggior fortezza persiana, ma ripiegò verso il nord-est per andare incontro all’altro corpo di spedizione e per cercar di trarsi dietro l’esercito persiano, trovando, durante la marcia, l’occasione di una battaglia campale. A tale scopo occorreva sbarazzarsi della flotta, che avrebbe immobilizzato nel rimorchio ben un terzo dei 60.000 uomini, di cui Giuliano disponeva, ed egli non esitò. L’esercito, bruciata la flotta, si avviò verso il nord seguito dai Persiani, che ripigliavano l’antica tattica usata dagli Sciti con Dario I: incendiare i borghi e le campagne, molestando e insieme fuggendo il nemico, invisibili e inafferrabili. Quand’ecco il 26 giugno, in un nuovo assalto persiano, mentre i soldati romani respingevano il nemico, un dardo, scagliato da mano ignota, colpiva al fianco mortalmente l’imperatore, che combatteva tra gli altri come un semplice soldato e per giunta senza corazza[102].

Note al Capitolo Decimo.

[93]. Cod. Theod., 16, 10, 2.

[94]. Su tutta questa parte della storia del Cristianesimo si può consultare Duchesne, Histoire de l’Eglise, Paris, 1911, vol. II, cap. VI.

[95]. Cod. Theod., 16, 10, 4.

[96]. Cod. Theod., 16, 10, 6.