[97]. Athan., H. Arianor., 33.

[98]. Julian., Epist. ad S. P. Q. Athen., pag. 280 c-d. Cfr. C. I, L. XI, 4781.

[99]. Cfr. Liban., Orat., 18, pag. 574; Greg. Naz., Orat., 4, 111-112; Sozom., H. Eccl., 5, 16; e le Ep. 49, 62, 63 dello stesso Giuliano.

[100]. Il famoso editto di Giuliano sull’insegnamento non è contenuto, come è naturale del resto, nei codici ufficiali, ma nella raccolta privata delle sue lettere (Jul., Ep. 42); cfr. anche Amm. Marc., 22, 10, 7; 25, 4, 20.

[101]. Cfr. Socrat., H. Eccl., 3, 16.

[102]. Sulla figura e sull’opera di Giuliano, cfr. R. D’Alfonso, I Retori del IV secolo: Giuliano, Imola, 1900; G. Boissier, La fin du paganisme, Paris, 1907, pagg. 85-147; G. Negri, Giuliano l’Apostata, Milano, 1902; C. Barbagallo, Giuliano l’Apostata, Roma, 1912; e in Nuova Rivista Storica, 1920, pp. 593 sgg. Lo Stato e l’Istruzione pubblica nell’impero romano, 239-80; A. Rostagni, Giuliano l’Apostata, Torino, 1920. Intorno alla spedizione persiana si raccontarono, dopo la morte di Giuliano, molte favole, che hanno finito per darle un colorito tragico. Dalle fonti risulta chiaro che l’esercito romano era in ottime condizioni, quando Giuliano morì; e che solo la morte dell’imperatore fece fallire l’impresa.

CAPITOLO UNDICESIMO L’INVASIONE

(363-393)

83. Gioviano, Valentiniano e Valente (363-375). — Giuliano morto, fu necessario trovargli un successore. La discendenza di Costantino era spenta. Anche quel faticoso sforzo per fondare l’autorità dell’impero sul principio dinastico falliva, dopo poco più di trent’anni, perchè la dinastia era già stata logorata e distrutta. Dove trovare il nuovo capo? Secondo quale criterio sceglierlo? La terribile difficoltà, che non dava pace all’impero da tre secoli e mezzo, si ripresentava tale e quale, come se tutti gli sforzi per vincerla fossero stati vani. I generali si radunarono a consiglio, ma discussero a lungo senza conchiudere. Quando, improvvisamente, un gruppo di soldati cristiani si diede ad acclamare uno dei comandanti della guardia imperiale: Gioviano. Nella discordia e nella incertezza generale, la proposta fu accettata. Ma il nuovo principe non possedeva nessuna delle qualità che i tempi chiedevano. Per maggior disgrazia la morte di Giuliano aveva sparso il panico tra i legionari. A quell’esercito disanimato e a quel principe improvvisato Sapore potè imporre una pace per lui molto vantaggiosa, ottenendo l’abbandono delle conquiste di Diocleziano, ossia la perdita delle cinque province transtigritane, non escluse le fortezze della Mesopotamia e l’Armenia, cioè i baluardi avanzati della potenza romana in Oriente.

La pace veniva così a liberare la Persia dal pericolo della prossima congiunzione dell’esercito del Tigri con l’esercito dell’Armenia. Questa congiunzione avvenne infatti a Tilsafata (nella Mesopotamia inferiore); ma Procopio, il generale così tardivamente sopraggiunto, ricevette subito l’incarico di trasportare a Tarso le ceneri di Giuliano. Qualche mese dopo, a Dadastana (in Bitinia), prima ancora di avere potuto ricondurre in patria l’esercito, Gioviano moriva, non lasciando di sè, oltre alla lugubre onta della pace persiana, che la memoria di un nuovo editto religioso, il quale restituiva ai cristiani i loro privilegi.