Il nuovo consiglio di generali, che fu tenuto a Nicea, scelse un altro dei maggiori ufficiali della guardia, anch’esso originario della Pannonia (26 febbraio 364): Valentiniano. A richiesta dei soldati Valentiniano nominò a secondo Augusto il fratello suo Valente (28 marzo 364) e divise con lui l’impero: a sè l’Occidente, al fratello l’Oriente. Si affrettò poi a emanare leggi di tolleranza religiosa, che per la loro imparzialità possono paragonarsi all’editto di Milano del 313, ma in favore del Paganesimo, e non del Cristianesimo, e che in una certa misura giustificano la politica di Giuliano; volle rimanere al di sopra di qualunque controversia teologica, cercando solo impedire che l’una parte soverchiasse quella avversaria con la forza[103]; creò un magistrato nuovo, il defensor civitatis, con il compito precipuo di proteggere il popolo minuto contro le prepotenze dei ricchi, confessione esplicita della crescente impotenza delle leggi e dello Stato; provvide infine a difendere contro i barbari le province occidentali sempre più minacciate. Nel 365 l’impero fu l’oggetto di un attacco germanico bene concertato; chè nel tempo stesso la Gallia e la Rezia furono assalite dagli Alamanni, le due Pannonie, dai Quadi e dai Sarmati, la Britannia dai Sassoni, Pitti e Scoti, le province africane, dai Getuli e Mauri, la Tracia dai Goti. Valentiniano riuscì nel 367 a infliggere agli Alamanni una seria sconfitta sui campi Catalaunici (a Chalons-sur-Marne); nel 368 invase il loro territorio; intrigò per seminare zizzania tra gli Alamanni e i Burgundi, e tanto fece che riuscì a concluder la pace, concedendo loro il titolo di alleati. Per domare nella Britannia i Sassoni, i Pitti e gli Scoti dell’Irlanda, fu necessario mandare un apposito generale, lo spagnolo Flavio Teodosio. Teodosio, in tre anni di guerra (368-370), riuscì a ristabilire quelli che erano stati i confini di Adriano; indi passò nell’Africa, dove represse le incursioni dei barbari e una rivolta tentata da uno dei maggiori latifondisti del paese, che era riuscito a farsi proclamare imperatore. I Quadi e i Sarmati penetrarono nella Pannonia e trucidarono le legioni romane; ma la provincia fu salvata dal figlio del vincitore della Britannia e dell’Africa, allora dux della Mesia, che portava anch’egli il nome di Teodosio. Sopraggiunse l’imperatore, ma per poco; perchè nel novembre del 375 Valentiniano moriva improvvisamente nel campo di Bregitio nell’Illirico.
84. Graziano e Valentiniano II: la nuova guerra contro i Goti (375-378). — Meno difficili erano state sino ad allora le condizioni delle province orientali. Valente aveva dovuto reprimere parecchi tentativi di guerra civile; aveva avuto difficoltà, con gli Isauri e i Persiani, e fatta, dal 367 al 369, una piccola guerra vittoriosa, contro i Goti: ma insomma aveva avuto tempo e modo di sostenere l’arianesimo contro l’ortodossia occidentale, gettando legna sul fuoco delle discordie religiose. Quando, nel 375, un grosso pericolo si avventa sull’Oriente. Da Claudio il Gotico in poi, i Goti avevano lasciato in pace l’impero, salvo la breve guerra del 367-369. Essi occupavano ancora all’incirca il dominio che era stato loro nel terzo secolo, dal Don alla Transilvania, ed erano dalla linea del Dniester divisi in Grutungi (i futuri Ostrogoti) e Thervingi (i futuri Visigoti). Ma si erano convertiti al Cristianesimo ariano, e inciviliti in una certa misura; erano cresciuti di numero, di ricchezze, di potenza, conquistando altre popolazioni barbariche; avevano avviato commercio con l’impero, a cui avevano fornito milizie. Nel 375 anche su questi barbari si rovesciò il flagello di una nazione più barbara: gli Unni. Era una gente di razza gialla, congiunta perciò dei futuri Mongoli, che scorreranno e devasteranno l’Europa nel Medio Evo, nonchè dei più tardi Turchi Ottomani. Gli Unni, dei quali si raccontavano cose orribili, erano un popolo numeroso e bellicosissimo; e movendo da Oriente a Occidente, prima avevano sottomesso gli Alani del Caucaso, poi, insieme con costoro, si erano gettati sui Goti. Gli Ostrogoti finirono per sottomettersi; e i Visigoti, disperando di resistere, chiesero all’impero d’Oriente il permesso di ripiegare al di qua delle fortezze della riva destra del Danubio (376). Valente non credette di respingere la domanda; ma impose che deponessero le armi e s’impegnassero, senza più il diritto all’annuo stipendio, a servire e difendere l’impero. Senonchè il governo imperiale si era addossato il carico di fornire di viveri una popolazione molto numerosa. Nell’esecuzione di questo compito sorsero controversie e litigi, finchè un giorno i Goti, esasperati, insorsero e si dettero a devastare tutta la Tracia, sin oltre i Balcani (377).
In Occidente frattanto gli ufficiali dell’esercito avevano elevato all’impero Graziano e Valentiniano II, ambedue figlioli di Valentiniano I, sebbene di madre diversa e il secondo, fanciullo di quattro anni. Le legioni provvedevano al principio di autorità, facendo uno strano miscuglio di sedizione militare e di principî dinastici. Valente s’affrettò a chiedere aiuti a Graziano. Ma Graziano non potè rispondere al suo appello, perchè appena le prime coorti si erano mosse alla volta dell’Oriente, gli Alamanni erano piombati sulla Germania superiore. Graziano dovè difendere le sue province; e le difese bene, infliggendo agli Alamanni una grave disfatta. Ma intanto la porzione superiore della penisola balcanica cadeva nelle mani dei Goti e, quel ch’era più grave, la loro vittoria invitava altri barbari alla preda; gli Ostrogoti, gli Alani, gli stessi Unni. Qualche giorno prima del 9 agosto 378, in un grande consiglio di guerra fu deciso di impegnare col nemico, da lungo tempo ormai campeggiante in territorio romano, una battaglia decisiva, senza aspettare Graziano che, vinti gli Alamanni, si disponeva a venire in soccorso. Doveva esser questa la tremenda battaglia di Adrianopoli. I Romani toccarono una sconfitta sanguinosissima, nella quale perì lo stesso imperatore.
85. Teodosio e la pacificazione della penisola balcanica (378-382). — Gli effetti della disfatta furono grandi. Mentre i vincitori si spargevano per tutta la Tracia, osando assalire persino Adrianopoli e Costantinopoli, e di là ripassavano nell’Illiria, Sarmati e Quadi rivalicavano il Danubio, gli Alamanni si preparavano a ripetere il tentativo di qualche anno innanzi. Furono momenti terribili. «La terra è coperta di cadaveri e di sangue» esclama S. Gregorio Nazianzeno, e S. Girolamo nel 398 rincalzerà ricordando: «Sono venti anni e più che da Costantinopoli alle Alpi Giulie il sangue dei Romani è sparso tutti i giorni. La Scizia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Dardania, la Dacia, la Dalmazia, le due Pannonie, tutto è devastato dai Goti, Sarmati, Quadi, Alani, Unni, Vandali, Marcomanni. Ovunque si saccheggia e si uccide.... Sui Corinzii, sugli Ateniesi, sui Lacedemoni, sugli Arcadi, su tutta la Grecia comandano i barbari.... Quante acque di fiumi sono diventate rosse di sangue umano! Antiochia e le restanti città, bagnate dall’Halys, dal Cydno, dall’Oronte, dall’Eufrate, hanno sofferto le durezze dell’assedio; i prigionieri son trascinati via a branchi; l’Arabia, la Fenicia, la Palestina, l’Egitto sono in preda al panico, il mondo romano precipita....»[104]. In quel terribile flagello Graziano ebbe un’idea felice: incaricò Teodosio, figlio del valoroso difensore della Britannia e dell’Africa, di salvare l’Oriente. E Teodosio, che era un giovane di 33 anni, fu pari al difficile compito. Ricostituito in fretta l’esercito, senza impegnare alcun grande combattimento, con piccoli attacchi, cominciò a sterminare, una dopo l’altra, le bande gotiche, che, sparse qua e là, infestavano la Tracia e la penisola balcanica. Il primo resultato fu che, il 19 gennaio 379 Graziano elevava all’impero il suo generale, inaugurando così un’altra dinastia. Ma la conclusione di quella diuturna e difficile guerriglia fu la solita di tutti i precedenti conflitti tra Romani e barbari: parte dei Goti fu installata nella Pannonia, nella Tracia, nella Macedonia, nella Mesia, in veste di alleati, ossia con l’obbligo del servizio militare a difesa dell’impero (382).
86. La grande reazione cattolica (380-383). — Con Graziano, Valentiniano II e Teodosio, l’Occidente governa l’impero. Tutti e tre questi imperatori appartengono alle province Occidentali: il che vuol dire che l’ortodossia torna a prevalere sull’arianesimo, la Chiesa di Roma sulla Chiesa d’Oriente. Graziano fu un fervente cattolico, un grande persecutore dell’arianesimo. Allorchè invitava Teodosio ad assumere la porpora, aveva già, nel 377, esonerato da una gran parte dei carichi pubblici tutti i sacerdoti e tutti gli addetti al culto cristiano[105]; l’anno successivo aveva espropriato tutti i luoghi destinati al culto dei non cattolici[106], e poco dopo, appena morto Valente, destituito numerosi vescovi ariani, sostituendoli con cattolici. Ma la grande azione religiosa ha principio col governo collegiale dei due Augusti. Il 3 agosto 379, Graziano e Teodosio proibiscono con un violentissimo rescritto tutte le eresie[107]. E, sei mesi dopo, il 27 febbraio 380, i due imperatori affermano in un altro editto la volontà di unificare la fede religiosa dell’impero, che doveva appunto essere quella del Concilio di Nicea, e chiamarsi ufficialmente cattolica; definiscono inoltre le restanti confessioni cristiane, più che chiese «conciliaboli di dementi e di cervelli insani», annunziando loro non solo la vendetta divina, ma altresì le persecuzioni del governo[108]. Nè la minaccia dovea rimanere lettera morta. Infine il 10 gennaio 381, il simbolo di Nicea era imposto per tutto l’impero come il fondamento del solo culto permesso, il «cattolico»[109].
Ma leggi dello Stato non bastavano. Occorreva rinforzarle con l’autorità spirituale. Nel maggio del 381, Teodosio convocava a Costantinopoli un concilio ecumenico e quivi il simbolo di Nicea fu solennemente confermato; alla sede episcopale di Roma fu assegnato il primo posto tra le grandi sedi episcopali dell’impero, e a quella di Costantinopoli, elevata a rango di patriarcato, il secondo, al di sopra di quelle di Alessandria e di Antiochia, che pure si dicevano fondate dagli apostoli. Nello stesso anno, il vescovo di Milano, Ambrogio, e Graziano convocarono un altro concilio ad Aquileia. E questo, mentre da una parte segnò un nuovo trionfo del cattolicesimo, dall’altro stabilì l’obbligo del clero cattolico di pregare quotidianamente per gli imperatori.
I due concilî dovevano dare un nuovo impulso allo sterminio del Paganesimo. Teodosio e Graziano sullo scorcio del 381 minacciano gravi pene a chi continuasse a praticare atti del culto pagano[110]. Nel 382, ordinano la rimozione dalla Curia romana dell’altare della Vittoria, che, simbolo della potenza romana, Augusto vi aveva collocato dopo Azio; che Costanzo aveva tolto, e Giuliano ricollocato al suo posto. Ordinano che tutti i privilegi del sacerdozio pagano siano annullati; le rendite, fino ad ora corrisposte ai templi, soppresse; i beni, confiscati; impediti i lasciti a loro favore. Finalmente, in quello stesso anno o nell’anno successivo, Graziano, e di conseguenza Teodosio, primi tra gli imperatori, depongono l’antica carica di pontifex maximus.