Ma, nell’agosto del 383, d’improvviso, la Gallia era invasa da un nuovo pretendente, Magno Clemente Massimo, governatore, pare, della Britannia: uno spagnolo come Teodosio. Graziano, che non era stato mai popolare, fu abbandonato dalle sue milizie e dai suoi generali, e assassinato, il 25 agosto.


87. La riscossa ariana in Occidente (383-387). — Massimo aveva preteso di rovesciare il solo Graziano, il più impopolare dei tre Augusti. Al fratello di costui, infatti, Valentiniano II, egli mandò per mezzo di S. Ambrogio parole di pace, insieme con la promessa di non oltrepassare le Alpi; e a Teodosio fece sapere che intendeva soltanto restare a capo delle province che erano state di Graziano: la Gallia, la Spagna, la Britannia. Teodosio non fece alcuna opposizione e riconobbe Massimo come Augusto, sia che non credesse opportuno impegnarsi in nuova guerra civile, sia che sperasse servirsi di Massimo. Valentiniano era ancor giovanissimo; governava perciò in sua vece la madre Giustina, seconda consorte di Valentiniano, la quale era aliena dall’intransigenza cattolica di Teodosio e di Graziano. Può essere quindi che Teodosio abbia sperato di bilanciare per mezzo di Massimo l’influenza di Giustina. Ma se questi erano i suoi disegni, Massimo lo servì anche al di là del suo desiderio. Così i pagani come gli ariani cercarono di approfittare della morte di Graziano; e Giustina, che era uno spirito tollerante, pensò di dare una soddisfazione agli ariani, imponendo al vescovo di Milano, S. Ambrogio[111], di cedere agli ariani, anch’essi cittadini e soldati dell’impero, la Basilica Porzia fuori le mura (S. Vittore ad Corpus), per l’esercizio del loro culto. Era un atto di conciliazione e di tolleranza a profitto di una minoranza. Ma gli ortodossi si ribellarono; e S. Ambrogio potè minacciare e quasi scatenare, in Milano, una rivolta (Pasqua 385)[112]. L’autorità imperiale dovè per il momento cedere alla sommossa, ma cercò di rifarsi: l’anno dopo Valentiniano II autorizzò gli ariani ad esercitare il loro culto (25 gennaio 386). Massimo credette giunto il momento di ripetere contro Valentiniano II l’impresa che gli era riuscita contro Graziano. Sicuro di Teodosio per il comune zelo cattolico, e, insieme, dell’Italia, in grande maggioranza cattolica, nel 387, calava inopinatamente nella pianura padana, come rappresentante dell’ortodossia contro le tendenze ariane di Valentiniano. Valentiniano, la madre e la sorella ebbero appena il tempo di imbarcarsi e fuggire alla volta dell’Oriente. Una volta ancora le dispute teologiche avevano servito di arma alle ambizioni.


88. Il primo conflitto tra Chiesa e Stato (387-390). — Ma Massimo era andato troppo oltre. Teodosio non poteva lasciar trucidare sotto i suoi occhi due imperatori, e consentire che la potenza dell’Augusto dell’Occidente s’accrescesse in tal misura. La bellezza della sorella di Valentiniano, Galla, fece il resto: l’imperatore cattolico, rimasto vedovo da poco, se ne invaghì e volle sposarla. Poco dopo moriva Giustina. Sparita la madre, Valentiniano s’affrettò a convertirsi al cattolicismo. L’impresa d’Occidente, dunque, non costituiva più un pericolo, e Teodosio, a capo di un esercito formato di Goti, Alani, Unni, nel quale militavano, tra i generali, i franchi Ricimero e Arbogaste, si volse contro Massimo. Vinto a Sciscia (Sisech, nella valle della Sava) e poco dopo a Petovium (Petau, in Pannonia), egli non potè difendere, come sperava, i passi delle Alpi Giulie, e fu consegnato dai suoi stessi soldati al vincitore, che già arrivava alle porte di Aquileia, e poi decapitato (estate 388). Valentiniano era così ristabilito nella pienezza dei suoi poteri. Ma non si trattava che di una lustra; egli non contava che 17 anni; il vero Augusto dell’Occidente sarebbe dunque, d’ora innanzi, stato Teodosio.

Con la vittoria di Teodosio il cattolicesimo trionfa; trionfa a tal punto che si libera dalla tutela, a cui l’impero aveva sino allora sottomesso la Chiesa. Il grande arcivescovo di Milano formula in questi anni, apertamente, la dottrina che tanto l’imperatore Giuliano aveva paventata: essere lo Stato subordinato alla Chiesa, scopo della società terrena essendo la salute celeste. In questi anni egli stesso reclama una più diretta ingerenza nel Concistoro, nel controllo degli atti dello Stato, lasciando intravedere che una rivolta contro lo Stato medesimo è altrimenti possibile. Una piccola avvisaglia si ebbe a proposito della distruzione di una sinagoga in una minuscola cittadina asiatica sull’Eufrate, a Callinicum, per opera di quel vescovo. Teodosio, poichè nessuna legge vietava il culto ebraico, avrebbe voluto che quel tempio israelitico fosse ricostruito a spese del vescovo, e che gl’incendiari fossero puniti. S. Ambrogio si oppose. «Io ti scrivo, egli disse rivolgendosi all’imperatore, perchè tu mi ascolti nel tuo palazzo, affinchè io non sia forse costretto a farmi ascoltare nella Chiesa....»[113]. E poichè l’imperatore non cedeva, il vescovo sospese per lui le funzioni religiose.

Teodosio cedette; ma successe di peggio. Nel 390 scoppiava a Tessalonica una grande rivolta, nella quale perirono il governatore, alcuni magistrati e taluni degli ufficiali colà di presidio. Teodosio, irritato, fece eseguire come rappresaglia un massacro nel Circo, in cui innocenti e colpevoli furono insieme uccisi in quantità. Per la prima volta allora la voce di un vescovo — era ancora Ambrogio — si levò a rinfacciare all’imperatore la sua crudeltà, e come castigo gl’interdisse l’ingresso della Chiesa. L’imperatore dovette cedere una seconda volta, e, poichè i morti di Tessalonica non potevano essere resuscitati, egli espiò la sua colpa astenendosi fino al prossimo Natale da qualunque partecipazione a qualunque cerimonia della Chiesa. La logica delle cose seguiva il suo corso: più l’impero si indeboliva, e più ardita la nuova religione si faceva innanzi, per prendere il governo del mondo.


89. La nuova guerra civile (391-395). — Ma una simile capitolazione dell’autorità imperiale non poteva non provocare la reazione del mondo pagano. E questa si manifestò in Oriente, in Egitto, ad Alessandria, dove nel 391 si ebbero vere e proprie battaglie per le vie tra pagani e cristiani. Ma dall’Egitto non tardò a passare in Italia dove il partito pagano era ancora numeroso. Un generale, che Teodosio aveva condotto seco dall’Oriente contro Massimo e che, poco di poi, aveva respinto una invasione di Franchi al di qua del Reno con una fulminea controffensiva, un franco romanizzato, Arbogaste, venuto a conflitto con Valentiniano II, lo fece uccidere (15 maggio 392) e gli sostituì come Augusto un nobile romano, Eugenio, un uomo di gran conto e che aveva raggiunto uno degli uffici più alti nella cancelleria imperiale. Riconosciuto dall’Italia e dall’Occidente e sostenuto da Arbogaste, Eugenio tentava una vera restaurazione pagana. I sussidî ai templi furono ripristinati, l’altare della Vittoria ricollocato nella Curia, l’immagine di Ercole, sostituita alla croce sulle bandiere, decretata una generale sospensione di tutti i pubblici affari durante tre mesi (iustitium) allo scopo di procedere alla purificazione religiosa della città, ricelebrate solennemente tutte le feste inscritte nel calendario pagano.

La sfida era palese, e Teodosio non potè non raccoglierla. Perciò nel 394 marciò dall’Oriente, a capo di un esercito pieno di Goti, Alani, Unni, Iberi, Saracini. La battaglia decisiva avvenne il 5 settembre al di qua delle Alpi Giulie, sulle rive del Frigidus (il Vippacco, ad est di Gorizia). La prima giornata fu assai incerta per le armi di Teodosio; ma, nella notte successiva, l’oro valse più del ferro, e una parte dell’esercito di Arbogaste, fu indotta a disertare. La seconda giornata (6 settembre) sortì dunque vittoriosa per Teodosio. Arbogaste si uccise, Eugenio fu decapitato. Subito dopo il culto pagano fu di nuovo interdetto, i templi richiusi e distrutti. Molti capolavori dell’arte antica perirono in questa, come molti erano periti nelle precedenti persecuzioni.