90. La crisi interna dell’impero alla fine del quarto secolo. — Cinque mesi dopo Teodosio moriva a Milano in età di soli cinquant’anni (17 gennaio 395). Egli fu l’ultimo, dopo Costantino e Diocleziano, di quella terna di insigni imperatori che cercarono di riorganizzare l’impero dopo la rovina e il caos del terzo secolo. Meno grande di Costantino, come Costantino era stato meno grande di Diocleziano, egli si adoperò quanto potè per curare i mali del tempo; ma se la fatica fu grande, l’effetto fu piccolo. Il mondo antico agonizzava; e nessuna forza umana poteva risanarlo. Le continue guerre civili ed esterne, le frequenti invasioni, le imposte, il duro fiscalismo dello Stato rovinavano ormai troppo facilmente quella che noi oggi chiamiamo la «ricchezza acquisita», le fortune antiche e consolidate. La riforma di Diocleziano, per cui i curiales, i membri delle curiae o dei piccoli senati municipali che reggevano le città, erano responsabili verso lo Stato dell’imposta di tutta la circoscrizione, era stata una calamità per le fortune medie. Come in tutti i tempi agitati, la ricchezza era diventata molto mobile e facilmente trapassava dall’uno all’altro; facilmente i ricchi cadevano in miseria, e dei poveri arricchivano; ma questa mobilità delle fortune distruggeva rapidamente i pochi avanzi superstiti di quella brillante civiltà cittadina, che era stata la gloria dell’impero al suo apogeo. Questa civiltà cittadina aveva posato, come vedemmo, sopra un largo numero di solide fortune. Si aggiunga il grande rivolgimento di idee e di sentimenti generato dal cristianesimo, il rimescolamento delle razze, l’ascensione al potere delle popolazioni più rozze dell’impero, il crescente inquinamento dei barbari che si stabiliscono sui territori di Roma: e si capirà come la grande opera degli Antonini precipiti da ogni parte. Molte città si spopolano; i loro monumenti cadono in rovina; le arti e gli artisti che le abbellivano, le arricchivano, le divertivano, spariscono; le curie si vuotano; l’industria, il commercio, l’agricoltura, i servizi pubblici si sfasciano[114]. Il più savio consiglio sarebbe stato, forse, di lasciar compiere il destino e di ritornare a una vita più semplice. Il Cristianesimo avrebbe potuto aiutar l’impero in questo mutamento. Ma l’autorità imperiale aveva avuto troppa parte nel creare questa civiltà urbana; troppo prestigio e potenza aveva derivata dai suoi splendori; troppi interessi politici, economici, intellettuali la spingevano a continuare la sua tradizione secolare, perchè gli imperatori non cercassero di arrestare questa decadenza.
E lo tentarono con due mezzi, ambedue pericolosi: i privilegi e la coazione. Ai militari, ai veterani, agli artisti, la cui opera era necessaria alla bellezza, ai comodi e ai piaceri delle città — agli architetti, agli scultori, ai pittori — si accordano numerosi privilegi di ogni genere, tra gli altri la esenzione da molti carichi pubblici[115]. Ma i privilegi concessi a questi aggravavano ancora più il carico che pesava sugli altri; onde la vita del maggior numero — oppresso dalle imposte e dall’obbligo di numerose prestazioni pubbliche — diventava molto penosa. Grande doveva esser dunque la tentazione per costoro di abbandonare lai loro professione, di cercar di entrare nelle professioni privilegiate, o — i più disperati — di acconciarsi a vivere della beneficenza dello Stato o di quella, molto più larga, della Chiesa, o di fuggire gli infiniti fastidi della vita civile entrando nel sacerdozio cristiano. Il monachismo si sviluppava, accogliendo tutti questi disperati. Per rimediare a questo male, per impedire che la società si trovasse ad abbondare di scultori e pittori, mancando invece di contadini e di fornai, l’impero sempre più si impegna in quella politica coercitiva del lavoro, di cui abbiamo visto i primi tentativi ai tempi di Costantino. Parecchie condizioni sociali e non pochi lavori diventano obbligatorî ed ereditari. Così il far parte delle curie si muta in un obbligo di quanti possiedono una certa fortuna fondiaria, e dei loro discendenti, sinchè non sono rovinati: nessun curiale può esercitare un altro ufficio, diventare, per esempio, militare. Molti mestieri e commerci sono costituiti in associazioni coattive come i navicularii di Costantino; chi ne fa parte non può uscirne, e i suoi figli ne faranno essi pure parte. Così, nel quarto secolo, a poco a poco, e per lo stesso procedimento, in molte parti dell’impero i coloni, che sino ad allora erano stati contadini liberi, e coltivavano secondo un certo contratto le terre dei padroni, sono asserviti alla gleba, incatenati dalla legge di padre in figlio al fondo che coltivano. Il codice Giustinianeo ci ha conservato il decreto con cui la servitù della gleba fu introdotta in Palestina[116]. Questo decreto ci mostra sul vivo il processo della malattia. Nei luoghi, nei quali i contadini scarseggiavano troppo, perchè attirati da mestieri meno duri o più lucrosi, i proprietari si rivolgevano allo Stato; e l’imperatore faceva del coltivare il fondo un obbligo ereditario, così come era stato imposto come obbligo il lavoro ai pistores o fornai a Roma.
Ma un ordinamento coercitivo di questa natura non poteva reggersi se non per un infinito numero di leggi, imposte alla meglio, con infinito dispendio e con una atroce crudeltà, da una burocrazia sempre più numerosa. Il malcontento, il risentimento, lo spirito di rivolta crescente nelle vittime sempre più numerose non potevano non essere il naturale effetto di un sistema così violento, il quale aggravava poi il male, che intendeva curare esigendo nuove spese e nuove imposte. Inoltre il corpo sociale s’irrigidiva, e irrigidendosi si indeboliva. Obbligando tante persone, di padre in figlio, a esercitare lo stesso mestiere, si condannavano molti a far cose per cui non erano nati. È probabile, per esempio, che il divieto ai curiales di entrar nell’esercito sia stata una delle ragioni della crescente scarsità degli ufficiali, per la quale l’impero deve sempre più — anche per questi, e non più solo per i semplici soldati — ricorrere ai barbari: il che fu una delle piaghe più pericolose del quinto secolo. I curiales erano il ceto medio agiato dell’impero: quello che avrebbe potuto e dovuto essere il semenzaio degli ufficiali. Onde il male interno, aggravato dagli sforzi fatti per curarlo, sarà una delle cause maggiori della suprema rovina, che dobbiamo ancora narrare[117].
Note al Capitolo Undicesimo.
[103]. Cod. Theod., 9, 16, 9; Amm. Marc., 30, 9, 5.
[104]. Hieron., Ep., 60; (Epitaph. Nepotiani), 16, 2-5.
[105]. Cod. Theod., 16, 2, 24.
[106]. Cod. Theod., 16, 5, 4. Intorno alla data, vedi il Commento del Gotofredo.
[107]. Cod. Theod., 16, 5, 5.