CAPITOLO DODICESIMO LA CATASTROFE

(395-476)

91. Il primo conflitto tra l’Oriente e l’Occidente (395-397). — Teodosio, morendo, ripartiva l’impero tra i due figlioli, Onorio e Arcadio. Di nuovo il principio dinastico prevaleva. Il territorio, in cui le due parti si toccavano, era la prefettura dell’Illirico, del quale l’orlo costiero, la Pannonia e il Norico rimanevano all’Occidente; la Dacia e la Macedonia all’Oriente. Ma anche questa volta solo l’amministrazione era ripartita, come al tempo della tetrarchia: l’impero rimaneva unico ed integro; e la legislazione, comune. Senonchè ormai gli eventi saranno più forti della volontà degli uomini; e faranno incominciare dalla morte di Teodosio la definitiva scissione dell’antico impero romano in due parti: occidentale e orientale.

I due principi erano giovanissimi. Teodosio, morendo, aveva affidato Arcadio, che aveva 18 anni, alle cure del prefetto del pretorio, Rufino; l’altro, Onorio, che ne aveva 11, a quelle del magister militum o generalissimo degli eserciti di Oriente e di Occidente, Stilicone. Era questi un vandalo, un barbaro, ma, come Arbogaste, assai più romano per spirito di molti suoi contemporanei nati in Italia. Senonchè dopo la fondazione di Costantinopoli, lo spirito di rivalità tra l’Oriente e l’Occidente si era riacceso. In Italia non si voleva ammettere che la nuova capitale fosse eguale o da più di Roma; in tutto l’Oriente invece si considerava Costantinopoli come la città che aveva oscurato e sostituito Roma, o che almeno non doveva più essere a Roma sottoposta. Da questa rivalità se non nacque proprio, prese forza una aspra discordia tra Rufino e Stilicone. Il dissidio scoppiò, quando i Goti, stanziati in Oriente, si ribellarono, adducendo come ragione o come pretesto che Rufino aveva violato taluni loro diritti. Dopo avere acclamato re Alarico, essi precipitarono, devastandola, nella Tracia e invasero la Grecia (395). Stilicone accorse con l’esercito fino a Tessalonica. Ma a questo punto un messaggio di Arcadio intimò a Stilicone di consegnare le milizie orientali che erano ai suoi ordini sin dal tempo della guerra di Teodosio contro Arbogaste; di ricondurre indietro le proprie, e di non valicare più i confini dell’impero di Oriente.

Per la prima volta Costantinopoli affermava che i suoi diritti sovrani erano eguali a quelli di Roma; e in faccia al nemico! Se Stilicone si sottometteva, l’impero romano si rompeva in due imperi indipendenti, perchè di eguali diritti; se non si sottometteva, incominciava una guerra civile tra le due parti dell’impero. Stilicone, che era uomo avveduto e scaltro, pensò di sfuggire a questo tragico dilemma con un espediente: finse di cedere, ma pose a capo delle milizie da ricondurre in Oriente un ufficiale goto di sua fiducia, Gaina. Costui seppe così bene eccitare contro Rufino e contro le mire della Corte di Costantinopoli la collera dei soldati, che, giunti a Costantinopoli, i soldati trucidarono Rufino (27 novembre 395)[118]. Questo assassinio doveva ammonire la Corte di Costantinopoli che una politica separatista non era senza pericolo.

E da principio parve che l’ammonimento fosse inteso. Ci fu a Costantinopoli una resipiscenza. Stilicone potè condurre le sue milizie dalla Dalmazia nella Grecia meridionale, sbarrare l’istmo di Corinto, e iniziare la caccia alle forze di Alarico attraverso le valli e le montagne del Peloponneso. Ma non appena l’impero d’Oriente tornò a respirare, l’avversione all’Occidente e a Stilicone riprese il sopravvento a Costantinopoli, incoraggiata dall’eunuco Eutropio, che era succeduto a Rufino nel favore dell’imperatore. Approfittando delle difficoltà, che impedivano a Stilicone di annientare interamente i Goti[119], i suoi nemici riuscirono a far dichiarare Stilicone nemico pubblico dell’impero orientale, a confiscarne i beni, e a concludere con Alarico un trattato di pace, col quale si cedevano al re dei Goti l’Epiro e la costa dell’Illirico orientale fino a Durazzo, e gli si conferiva la carica di dux della contrada (397).

Questa volta Stilicone, non volendo o non potendo impegnarsi in una guerra civile, si rassegnò a ritirarsi nelle province di Occidente e a governar solo queste. La rottura fra l’Oriente e l’Occidente era per la prima volta dichiarata ufficialmente. La grande opera di Roma era infranta.


92. Le nuove invasioni in Occidente e la fine di Stilicone (397-408). — In compenso, Stilicone si dedicò con rinnovata energia al governo dell’impero rimpiccolito. E furono anni di governo, a paragone dei tempi, non cattivo: le asprezze religiose di Teodosio mitigate; le finanze, l’amministrazione, la sicurezza pubblica curate; l’Africa riconquistata all’impero e la insurrezione del governatore Gildone repressa; il Donatismo, che l’aveva appoggiata, quasi schiantato dalle radici; il Cristianesimo, non ostante le personali inclinazioni di Stilicone, sempre più favorito a danno del Paganesimo. Un editto del 20 agosto 399 decretò l’abolizione delle feste pagane. Ma tutti questi sforzi non servirono a nulla, perchè la scissione delle due parti dell’impero aveva indebolito troppo l’Occidente. L’impero aveva potuto sino ad allora resistere a tutti gli attacchi di cui era segno, perchè le legioni d’Oriente erano accorse in Occidente e quelle di Occidente in Oriente, quando ce n’era stato bisogno. Separate le province e gli eserciti, l’Occidente si trovò ridotto a difendersi contro gli stessi nemici, con forze dimezzate; e quindi con crescente difficoltà. Il pericolo di questa situazione non tardò ad apparire, quando, nel 400, Alarico, incoraggiato dalla debolezza dell’impero di Occidente e forse anche dai segreti consigli dalla Corte di Costantinopoli, invase, con il suo esercito di Goti rinforzato da altre popolazioni barbariche, l’Italia, e superate le Alpi, giunse a minacciar la stessa Milano, ove risiedeva la Corte di Onorio (fine del 401). Fu un momento terribile, in cui la debolezza dell’impero d’Occidente apparve a chiara luce. Per salvare l’Italia, Stilicone dovè ricorrere al disgraziato rimedio di richiamar in gran fretta milizie dalla Britannia, dal Reno, dalla Rezia, abbandonando quelle province al loro destino. L’Italia fu infatti salva: sbloccata Milano, Stilicone si tirò dietro il nemico fin verso Pollenzo sul Tanaro, e quivi gl’inflisse una disfatta memorabile (6 aprile 402); e una seconda poi, un anno dopo, presso Verona (estate del 403). Stilicone però non potè sterminare l’esercito; e il principe gotico riuscì ad evacuare il Veneto, con il resto delle sue forze.

Ma appena domato il pericolo gotico, se ne addensò un nuovo. Precipitava in Italia dal settentrione dell’Europa una nuova torma di Germani, agli ordini di un Ostrogoto pagano, un tal Radagaiso: 200.000 uomini e più, si disse[120], a cui fu impossibile opporsi sollecitamente (404). Onorio e la Corte ripararono a Ravenna, egregiamente difesa dalla natura, mentre il nemico penetrava sino in Etruria; Stilicone di nuovo si dette a rinforzare lo scarso esercito d’Italia, che la guerra gotica aveva gravemente provato, sguarnendo le province; e soltanto nel corso del 405 potè sterminare presso Fiesole gli invasori, uccidendo lo stesso Radagaiso.