Ma mentre Stilicone trionfava a Pollenzo, a Verona e a Fiesole, la Britannia diveniva teatro di nuove usurpazioni, insurrezioni e invasioni barbariche; la Gallia, sguernita di milizie romane, era invasa e saccheggiata, tutt’insieme, da Vandali, Alani, Svevi, Franchi, Burgundii, mentre Alarico, all’estremo confine orientale, attendeva a rifare l’esercito. Stilicone imaginò allora un espediente disperato: proporre ad Alarico di abbandonare il servizio della Corte di Costantinopoli, per passare a quella di Ravenna; nominarlo prefetto dell’Illirico con i confini, che l’Impero di Occidente pretendeva di assegnare a questa provincia e che la Corte di Costantinopoli contestava. Alarico era disposto ad accettare; ma occorreva il consenso della Corte di Costantinopoli, che riluttava e tirava in lungo. Irritato dagli indugi, Stilicone ricorse alla fine alla rappresaglia di chiudere alle navi orientali i porti dell’Occidente[121]. Intanto dalla Britannia un usurpatore — un Flavio Claudio Costantino — calava in Gallia, e tornava a minacciare l’Italia; Alarico, malcontento dell’indugio, reclamava una indennità per le spese dei suoi vani armamenti. Stilicone non poteva più far fronte a tante contrarietà, che incoraggiavano nella Corte i suoi nemici, ogni giorno più numerosi. La sua tolleranza in religione, la sua inclinazione a trattare con i barbari, la sua politica che sacrificava per l’Italia le province, gli avevano procurato odî accaniti e implacabili. A lui si apponeva perfino la scissione dell’impero. Essendo, nel maggio del 408, morto Arcadio e a lui successo il figliuolo Teodosio II, fanciullo ancora di sette anni, sembrò che veramente, alla fine, la Corte di Ravenna potesse conquistare quella tutela sull’Oriente, a cui fin allora tutta l’autorità di Stilicone non era riuscita. Ma l’improvvisa fortuna tradì il grande generale. Gli avversari, temendo che l’autorità sua crescesse troppo, precipitarono agli estremi consigli. Mentre Onorio si trovava a Pavia, scoppiò tra le milizie stanziate colà, preparata con sopraffina astuzia, una sedizione, che chiese al debole sovrano la testa di Stilicone. Stilicone avrebbe potuto resistere, chè l’esercito parteggiava per il suo generale; ma non volle provocare una guerra civile, e si lasciò uccidere dagli emissari del principe (23 agosto 408).
93. Alarico (408-410). — Mai delitto più insano fu più prontamente espiato. La morte di Stilicone fu il segnale della rivolta e della defezione di molti dei barbari alleati dell’impero, che egli aveva chiamati alla difesa della cadente romanità. Peggio ancora, provocò la rottura con Alarico. Morto Stilicone, la Corte di Ravenna trattò il Goto, per ripicco, come un nemico, respingendo tutte le sue domande, giuste o no. Alarico rispose irrompendo all’improvviso, nello stesso anno 408, dall’Illirico in Italia, dove Stilicone non era più. Mentre Onorio si rifugiava a Ravenna, il barbaro prendeva e saccheggiava Aquileia, Altino, Concordia e Cremona; girava sul fianco di Ravenna; costeggiava l’Adriatico; e per la via Flaminia marciava su Roma senza incontrare resistenza. Roma, che dall’assedio dei Galli in poi non aveva visto più un esercito nemico avvicinarsi alle sue mura, si chiuse nella cerchia aureliana. Ma Alarico bloccò la città, e con la fame la costrinse a trattare. Chiese ed ottenne un tributo, in luogo delle indennità negategli dal governo ufficiale; inoltre impegnò il senato a raccomandare alla Corte un trattato di pace, per cui Alarico avrebbe dovuto ricevere il Norico con il titolo di magister militum dell’impero. Le condizioni non erano troppo dure; ma la corte di Ravenna, che pure abbandonava l’Italia al suo destino, le respinse. Alarico ritornò di nuovo nel Lazio, occupò il porto di Ostia, s’impadronì dei magazzini di grano, minacciando di affamare Roma; e con questa minaccia costrinse il senato a deporre Onorio e a sostituirgli il prefetto della città, un certo Attalo, che, appena nominato, non solo si dichiarò pronto a sodisfare Alarico, ma cominciò la guerra contro Onorio, mandando ufficiali e truppe ad attaccar l’Africa. L’impresa però non riuscì: onde Alarico, destituito Attalo e presolo nel suo campo in ostaggio, insieme con una figliola di Teodosio I, la bellissima Galla Placidia, ricominciò a trattare. Ma la Corte imperiale fu irremovibile. Allora Alarico, perduta la pazienza, nella notte del 21 agosto 410, superate con un assalto improvviso le mura aureliane, entrò in quella Roma, ch’egli aveva rispettato fino ad allora e che Annibale non aveva osato affrontare. La città eterna fu saccheggiata per tre giorni. Ma Alarico che era un uomo astuto, non aveva l’intenzione di conquistare l’Italia, dove si sarebbe trovato, come si dice nel linguaggio militare, in aria, minacciato da nord, da sud, da est, da ovest, nel cuore dell’impero e quindi esposto a fuochi incrociati. Voleva stabilirsi, con il consenso o senza dell’impero, in un angolo del mondo romano dove vivere tranquillo. Non riuscendo ad ottenere quel consenso, egli cercò in quale parte dell’impero potrebbe stabilirsi con la forza; e pare aver gettato gli occhi sull’Africa: non senza ragione, chè l’Africa, se difficile ad attaccare perchè posta all’estremità dell’impero, era facile a difendere. Ed era paese, nel tempo stesso, pieno di atroci discordie interne e ricchissimo, il granaio dell’Italia; buon pegno od ostaggio, per costringere l’impero a far patti. Alarico non maltrattò troppo Roma, e, partito, si diresse verso l’Italia meridionale, con l’intenzione, pare, di conquistare la Sicilia, come il ponte per passare in Africa, rifacendo insomma il cammino già fatto da Roma nelle guerre puniche. Ma in via morì improvvisamente, ancor giovanissimo. La legenda narra che i Goti lo seppellirono in una tomba d’oro, sotto il corso deviato del Busento (presso Cosenza) (410).
94. La perdita dell’Europa Occidentale (410-416). — Il comando fu preso dal cognato di Alarico, Ataulfo. Egli smise l’idea della Sicilia e dell’Africa, e di nuovo trattò con l’impero. Le disposizioni della Corte erano mutate, in parte per effetto dei casi gravissimi seguiti nella Gallia meridionale. Quivi, mentre in Italia Onorio lottava con Alarico, si erano trovati di fronte l’usurpatore, Costantino, e le numerose popolazioni barbariche, entrate dal 406. Costantino aveva pensato di liberarsene, avviandole verso la Spagna; e infatti, nel 409, Vandali, Alani, Svevi si erano diretti alla volta della penisola iberica, e l’avevano devastata e occupata per buona parte, stanziandosi gli Svevi e una parte dei Vandali nella Galizia, gli Alani nella Lusitania e nel territorio dei Cartageni, un’altra parte dei Vandali nella Betica, a cui diedero il nome di Vandalusia, mutatosi poi in Andalusia. Ma non per questo la Gallia aveva respirato: dopo le invasioni barbariche, le guerre civili si erano riaccese. Contro l’usurpatore era sorto un altro usurpatore: Giovino. Nel 411 Onorio aveva già inviato un grande generale, il suo nuovo magister militum, un illirico, Costanzio, il quale era riuscito a toglier di mezzo Costantino. Ma la Gallia era perduta, se l’impero non faceva un grande sforzo. Perciò nel 412 Onorio offrì ad Ataulfo di andare in Gallia con i suoi Goti a combattere per l’Impero. Ataulfo accettò, ma al suo arrivo incominciarono nuovi intrighi e lotte tra barbari, pretendenti e generali romani. Tuttavia dopo circa un anno e mezzo, e con l’aiuto del re gotico, Giovino era vinto, e la Gallia meridionale liberata sino a Bordeaux. Ma non per questo i rapporti tra i Goti e Onorio si erano fatti più chiari. Onorio non si decideva ad assegnare a lui, come ad Alarico, il territorio bramato entro i confini dell’Impero; e a concedergli in isposa Placidia, ancora ostaggio nel campo gotico. Alla fine Ataulfo, come Alarico, tentò di sforzare le titubanze imperiali; e sulla fine del 413 assalì inutilmente Marsiglia, prese Narbona e forse Tolosa; a Narbona, celebrò nel 414 le sue nozze con Placidia, rivestendo novamente della porpora imperiale Attalo, e da lui facendosi donare l’Aquitania. Il generale Costanzio mosse allora contro Ataulfo. Questi fu ben presto costretto a riparare nella Spagna, ove trovò la morte per mano e tradimento di un barbaro (415). Senonchè con la sua morte il dissidio, ormai vecchio di venti anni tra i Goti e l’impero, terminava. Il re Vallia, successo ad Ataulfo dopo un brevissimo regno di Sigerico, concluse quell’accordo, per cui invano si erano tanto affaticati Alarico e Ataulfo. Galla Placidia era restituita ad Onorio, e Vallia era incaricato di combattere i barbari delle Spagne con la promessa di ricevere, dopo il successo, la Gallia meridionale, quale regno germanico vassallo dell’impero.
Vallia fornì la sua difficile opera dal 416 al 418, ricacciando insieme con Costanzio i barbari nell’estremo nord-ovest della penisola; e in quest’anno o nel successivo otteneva, quale principe indipendente, per sè e per i suoi Goti, sede stabile nell’Aquitania, e in qualche altra città delle province limitrofe.
Quattro anni dopo, il 15, secondo certe fonti, il 27 agosto 423 secondo certe altre, l’imperatore dell’Occidente moriva dopo circa trent’anni di regno. Ma in quali terribili condizioni lasciava i paesi che il padre suo aveva affidati al suo governo! La Britannia e parte della Gallia erano perdute, le terre sulla sinistra del Reno, presso Magonza, erano state cedute ai Burgundii, nell’anno stesso in cui Ataulfo combatteva nella Gallia meridionale; questa, sin dal 418, era ormai regno visigotico, mentre la Spagna meridionale era tenuta da popolazioni barbariche, tra cui preponderavano i Vandali. L’impero occidentale, la grande opera di Roma, era per metà distrutto. Il distacco delle due parti, seguito alla morte di Teodosio, era stato una delle cause maggiori di questa catastrofe.
95. I Vandali (423-445). — Onorio non aveva figli: ma un nipote, figlio di sua sorella Placidia, che, liberata dai Goti, era stata sposata al generale Costanzio: Flavio Placido Valentiniano. Costui aveva cinque anni. L’impero fu dunque di nuovo unificato sotto lo scettro dell’imperatore d’Occidente, il figlio di Arcadio, Teodosio II, che frattanto era cresciuto, e aveva governato l’Oriente senza soverchie turbolenze. L’Oriente era stato travagliato, come nel passato, dalle lotte religiose; e nel 422, da una guerra persiana, terminata però con una tregua che per circa 80 anni avrebbe regolato i rapporti tra le due monarchie: ma insomma aveva goduto di un ordine e di una pace, che l’Occidente poteva invidiare. L’unione del perturbato Occidente con il tranquillo e più prospero Oriente poteva dunque giovare a tutte e due le parti dell’Impero. Teodosio infatti si proclamò imperatore dell’Oriente e dell’Occidente. Ma subito spuntò in Occidente un pretendente: il primicerius notariorum o capo dei notai imperiali, Giovanni, che mandò presso gli Unni il generale Flavio Ezio a reclutare milizie ausiliarie, per la guerra civile imminente. Questa rivolta sembra aver distolto Teodosio II dal pensiero di governare da solo tutto l’Impero, perchè si affrettò a proclamare Augusto il piccolo Valentiniano, a porlo sotto la tutela della madre e a fidanzarlo con sua figlia Eudossia; indi preparò un grosso esercito, e nel 425 iniziò le ostilità. Giovanni fu vinto e ucciso, perchè Ezio giunse troppo tardi con i suoi Unni: il figlio di Placidia fu investito del potere con il nome di Valentiniano III; e come premio dell’intervento, l’Oriente ottenne l’Illirico, occupando così i passi orientali di accesso all’Italia, sboccando per via diretta sull’Adriatico e terminando a proprio favore una lunga e aspra controversia, iniziata sin dalla morte di Teodosio I.
Ma il governo di Valentiniano III incominciò con una catastrofe. I due maggiori personaggi dell’impero d’Occidente erano il governatore dell’Africa, Bonifazio, che, nel 413, aveva diretta la difesa di Marsiglia contro Ataulfo, e che non aveva riconosciuto l’usurpazione di Giovanni; ed Ezio, che aveva fatto pace con il nuovo governo, dopo il suo ritorno dal campo degli Unni. Ambedue ambivano la carica di magister militum. Pare che Ezio riuscisse a persuadere la reggente Placidia che Bonifazio meditava un’insurrezione, suggerendo a Placidia di mettere alla prova la fedeltà di Bonifazio chiamandolo in Italia, e nel tempo stesso avvertendo sotto mano Bonifazio di non venire, perchè alla Corte si tramava contro di lui. Comunque sia, la reggente destituì Bonifazio; e Bonifazio ricorse a un rimedio disperato: invitò i Vandali di Spagna a venire in Africa e a effettuare il piano di Alarico[122].