I Vandali avevano approfittato della guerra civile scoppiata alla morte di Onorio per saccheggiare gran parte della Spagna, che Vallia e Costanzio avevano riconquistata all’impero; e in quel momento mettevano alla loro testa un re, che era un uomo intelligente, astuto e ardito: Geiserico o Genserico[123]. L’occasione era troppo promettente. Nella primavera del 429, insieme con schiere di Alani, Genserico sbarcò in Africa, pare con circa 50.000 uomini. I fatti provarono subito che, se era stato difficile ai barbari metter piede in Africa, difficilissimo sarebbe lo scacciarli quando ci si fossero insediati. Inutilmente fu chiarito il tragico equivoco tra la reggente e il conte dell’Africa, e questi fece quanto potè per cacciare i barbari che aveva chiamati. I Vandali ormai erano nel territorio dell’Africa e vi avevano trovato un alleato prezioso nei Donatisti, perseguitati dall’impero. Nel 431 grande parte della costa settentrionale dell’Africa, ossia le tre Mauritanie e la Numidia, erano perdute per Roma. Il pericolo di Cartagine rinasceva dopo tanti secoli, e insieme con una guerra civile. L’anno dopo, nel 432, Bonifacio tornava in Italia, e Placidia lo nominava magister militum dell’impero occidentale, in luogo del suo rivale Ezio, che fu destituito, sebbene fin dal 428 guerreggiasse con successo in Gallia, nella Rezia, nel Norico. Ma Ezio ricorse alle armi e ne seguì un’atroce guerra civile, combattuta in Italia, nella quale cozzarono insieme Unni contro Goti. Bonifacio fu vittorioso, ma morì poco dopo la vittoria; Ezio che, sconfitto, era riuscito a rifugiarsi presso gli Unni, tornò in Italia con un esercito, e riebbe l’antica carica (433). Era tempo, del resto, chè questa guerra civile aveva incoraggiato il disordine in tutto l’impero: la Gallia andava novamente in fiamme; gli Armoricani erano insorti; i Burgundii si allargavano; ovunque scoppiavano insurrezioni di contadini, fra i quali ricompare ora il vecchio nome di Bagaudi; i Visigoti, tornavano ad agitarsi. Con energia infaticata Ezio cercò di riparare a tutto. Dal 435 al 437 furono domati Armoricani e Bagaudi; i Burgundii, aspramente guerreggiati dal 437 al 443, furono trapiantati nella Sabaudia (Savoia), con obblighi analoghi a quelli dei Visigoti della Aquitania; questi ultimi furono ricondotti all’osservanza dei patti del 418. Ma tutte queste guerre obbligarono a transigere con Genserico. Valentiniano III concluse nel 435 un trattato con il quale riconosceva a Genserico, con l’obbligo però di pagare un tributo, le terre in suo potere, ossia tutta la Mauritania e una parte della Numidia. Ma con un barbaro avido e astuto come Genserico questo trattato non poteva essere che una tregua. Difatti nel 439 Genserico s’impadroniva per sorpresa di Cartagine.
Grande fu lo spavento, non solo in Italia ma anche in Oriente; e crebbe, quando l’anno seguente Genserico attaccò la Sicilia. Come sette secoli innanzi i Cartaginesi, i Vandali minacciavano ora la Sicilia e l’Italia meridionale dalle coste dell’Africa; se la loro potenza si allargasse, anche l’Egitto, la Siria, la Grecia sarebbero in pericolo. I Vandali divennero lo spavento comune di Costantinopoli e di Roma; cosicchè nel 440 e 441 i due imperi fecero insieme grandissimi preparativi per una spedizione contro l’Africa. Questi preparativi spaventarono Genserico, che ricorse ai trattati, si fece modesto, si mostrò arrendevole, promise di non ricominciare. E riuscì infatti a far recedere dai suoi propositi di guerra a oltranza lo stanco impero. Nel 442 era firmato un trattato con cui si rimaneggiava la carta dell’Africa; sembra che la Mauritania e parte della Numidia fossero da Genserico restituite a Roma, e che questa in cambio cedesse a Genserico la provincia proconsolare e la Bizacene.
96. Attila e l’invasione degli Unni (444-457). — Le ragioni e il senso di questo rimaneggiamento non sono chiari. È difficile decidere chi guadagnasse e chi perdesse. Certo è che dopo questa pace Genserico si accinse a stringere una vasta coalizione barbara contro Roma; e che egli non fu estraneo al nascere di un nuovo pericolo per l’impero: gli Unni.
Nel 433 era salito al trono unno Attila, principe vigoroso e ardito, che aveva subito raccolto sotto il suo scettro un gran numero di popolazioni unne, slave e finniche del nord e dell’est, nonchè molte popolazioni germaniche dell’Europa centrale, creando un vastissimo impero di barbari. Rimasto, nel 444 o 445, unico re dopo l’uccisione del fratello Bleda, Attila assalì con grandi forze l’impero d’Oriente. Nel 447 devastò l’Illiria e la Tracia, le due Dacie, la Mesia e la Scizia, giunse sino alla Propontide e all’Egeo, attraverso la Macedonia e la Tessaglia. Fu una specie di valanga. Dopo aver cercato invano di resistere, Teodosio II dovè acconsentire a comperar la pace, impegnandosi a pagare un tributo annuo al barbaro. Questa pace vergognosa durò poco: nel 450 Teodosio II moriva, e il suo successore, Marciano, rifiutava di continuare il tributo. Ma Attila, imbaldanzito dal successo riportato in Oriente, si accingeva ora a invadere le provincie dell’Occidente, dove intanto, pochi mesi dopo la morte di Teodosio, e pure nel 450, moriva Galla Placidia ed era seppellita a Ravenna, nella tomba che esiste ancora. Raccolto un grande esercito di Unni e di Germani, — Gepidi, Ostrogoti, Turcilingi, Marcomanni, Quadi, Eruli, Franchi Ripuarii — nel 451 Attila invade le Gallie, dal Belgio a Metz. Metz fu presa d’assalto e distrutta; indi l’esercito invasore si gettò su Orléans. Ad arrestare questa orda fu mandato Ezio. Abile e infaticabile, Ezio riuscì ad opporre a questa coalizione un’altra coalizione. Raccolse un esercito di Romano-Galli, di Alani e di Germani federati — Burgundii, Visigoti, Franchi Salii, e anche Franchi Ripuari — nel quale apparivano come sperdute e sommerse le poche legioni romane. Fu per le vie di Orléans che, ad estate inoltrata, si scontrarono le avanguardie dei due eserciti. Dopo una mischia furibonda, Attila fu respinto e dovette ritirarsi nei pressi di Troyes, là dove si apriva la pianura, che d’ora innanzi sarebbe divenuta famosa, dei Campi Catalauni. Qui si impegnò la battaglia decisiva. Fu terribile e durò due giorni; perì il valoroso principe dei Visigoti, Teodorico, ma la furia dei suoi e l’abilità del figlio Torrismondo decisero del combattimento. Attila fu costretto a retrocedere (451).
Ma l’esercito di Attila era stato vinto, non distrutto. Ritirato in Pannonia, Attila riassettò le sue forze; e nella primavera del 452 attaccò l’Italia. La coalizione fatta da Ezio si era disciolta. Per fortuna Attila fu trattenuto a lungo dalle fortezze che incontrò per via, massime da Aquileia, ch’egli prese e distrusse alla fine. Il ritardo portò i suoi frutti. Mentre l’esercito di Attila era, nella pianura veneta, disfatto dal sole, dalla febbre e dalla fame, moveva al soccorso della penisola l’imperatore Marciano, minacciando le spalle dell’audace nemico. Fu allora che la Corte d’Occidente spedì un’ambasceria di senatori ad Attila, diretta da papa Leone I, che persuase facilmente l’invasore a ritirarsi; ma che, per salvare l’Occidente dalla tutela orientale, salvò il peggiore nemico dell’impero (453). Per fortuna, nello stesso anno Attila moriva improvvisamente e il suo multiforme Stato si disfaceva in un giorno solo.
Poco dopo, lo seguiva nella tomba il suo vincitore, vittima di un intrigo, simile a quello che aveva tratto a rovina Stilicone. Un giorno, mentre a Roma Ezio discuteva con Valentiniano di affari di Stato, l’imperatore, che da tempo i suoi cortigiani invelenivano contro il grande generale, suscitato un diverbio, lo trafisse con la sua stessa spada (454).
97. La catastrofe (454-476). — La morte di Ezio non fu meno funesta di quella di Stilicone. Valentiniano III non sopravvisse lungo tempo al suo generale; chè il 16 marzo 455 moriva, vittima anch’egli di una congiura di Palazzo. Anche la dinastia di Teodosio era spenta. La precarietà delle dinastie rendeva sterile nel vecchio impero anche il principio dinastico. Gli succedeva il patrizio e senatore romano, che era stato il capo del complotto: Petronio Massimo. Ma ormai una mano ferma di soldato mancava all’impero. Pochi mesi dopo i Vandali comparivano sopra una numerosa flotta alle foci del Tevere, sbarcavano e marciavano su Roma. Petronio cercò di fuggire e venne fatto a pezzi dai Romani. Genserico prese Roma, e per quattordici giorni la saccheggiò più ferocemente che Alarico, ritornando in Africa carico di bottino. Spariti gli Unni, ricomparivano, e più minacciosi di prima, i Vandali; chè questo colpo di mano su Roma era il principio di una nuova guerra con cui Genserico tentava impadronirsi di tutta l’Africa romana e delle grandi isole del Mediterraneo; di rifare, in somma, la potenza di Cartagine. Sarebbe stato necessario che tutto l’impero — Oriente ed Occidente — facesse un grande sforzo per distruggere Genserico. L’imperatore Marciano sembra averci pensato. Ma ecco scoppiare in Occidente una nuova guerra civile per la successione imperiale. Morto Massimo, i Visigoti di Gallia indussero un generale, M. Eparchio (o M. Mecilio) Avito, a vestire la porpora imperiale, non è chiaro se nel luglio o nell’agosto del 455. Poco dopo Avito nominava generalissimo delle milizie in Italia l’ultimo dei grandi barbari dell’Occidente, uno dei protetti di Ezio, Ricimero, nipote di Vallia e figlio di un principe svevo, che combatteva allora vittoriosamente contro i Vandali in Sicilia e in Corsica. Ma Avito, l’eletto dei Goti, non poteva non essere impopolare in Italia ed in Roma. L’opposizione trovò uno strumento pericolosissimo, sì, ma efficace, nel nuovo magister militum. Ricimero si intese con il senato, depose e sconfisse Avito. Il senato e Ricimero non avendo potuto accordarsi per creare un nuovo imperatore, solo capo di tutto l’impero rimase, a Costantinopoli, Marciano. Ma Marciano morì il 27 gennaio 457 e gli successe Leone I, che si affrettò a togliere nei primi mesi del 457 al troppo invadente Ricimero la carica di magister militum dell’Occidente, dandola a un generale di grande valore, a un insigne allievo di Ezio, Flavio Giuliano Maioriano. Ricimero, a cui era stato conferito, a guisa di compenso, il titolo di patrizio, dovè per il momento inclinarsi. Qualche mese dopo i soldati e le legioni acclamavano Maioriano imperatore. L’imperatore di Costantinopoli ratificò la scelta.
A capo dell’impero di Occidente era di nuovo un uomo capace. Egli si propose di rimettere un po’ d’ordine nell’amministrazione e di abbattere la potenza vandala in Africa. E si mise all’opera con grande energia. Sebbene molte difficoltà e una guerra con i Visigoti di Gallia il cui re Teodorico aveva innalzato Avito, intralciassero i suoi piani, egli riuscì a preparare una grande spedizione contro l’Africa. Ma Genserico lo prevenne; e distrusse, innanzi che avesse preso il mare, gran parte del naviglio romano, ancorato nei porti spagnoli. Fu un forte colpo, che indebolì assai l’autorità di Maioriano. All’interno fra tanto si agitavano i funzionari civili, ch’egli intendeva costringere a governare con giustizia e correttezza; le milizie barbare erano malcontente della sua forte disciplina; e Ricimero spiava l’occasione di rifarsi. Ricimero si pose di bel nuovo a capo dei malcontenti e riuscì a uccidere Maioriano (7 agosto 461)[124].