Ricimero che, essendo un barbaro, non poteva aspirare alla porpora, impose come imperatore un italico, un Libio Severo, che doveva essere un’ombra. Ma la morte di Maioriano sollevò contro il nuovo governo parecchi generali, come Marcellino in Dalmazia, e Egidio in Gallia. Il nuovo imperatore si trovò dunque impegnato in gravi difficoltà interne, di cui i barbari approfittarono: i Goti, allargandosi nella Gallia settentrionale, e Genserico, conquistando la Sardegna. Quattro anni funesti furono quelli di Severo, e quando egli morì (465), si ebbe un interregno di quasi due anni che fu, per la sua cagione, manifesta misura della debolezza a cui era giunto l’impero. Genserico era trasceso a tanta audacia da avere un candidato suo all’impero, un certo Olibrio; e così l’imperatore di Oriente come il senato di Roma, che non volevano questo candidato, non osavano neppure rifiutarlo, temendo la guerra con i Vandali. Ma questa pusillanimità accrebbe l’audacia di Genserico, il quale nel 467 attaccò addirittura l’impero d’Oriente, devastando la Grecia e le isole, per costringerlo ad accettare il suo imperatore. L’imperatore si risolvè allora a uscire dalla sua inerzia; e designò al trono dell’Italia un discendente dell’antico generale Procopio e un genero di Marciano: Procopio Antemio (12 aprile 467). Il potere di Ricimero vacillava di nuovo.

Procopio, eletto contro Genserico, ripigliò il disegno di una grande guerra vandalica. I due imperi dovevano combatterlo a forze unite. Immensi preparativi furono fatti, ma per l’incapacità, lo scarso accordo e il tradimento di alcuni generali, l’impresa, cominciata sotto buoni auspici, fallì di nuovo (468). Questo insuccesso permise a Ricimero di ricominciare gli intrighi. Egli si intese con Genserico e con Eurico re dei Visigoti: e tanto fece che riuscì a suscitare in Gallia una guerra tra i Visigoti e Roma. Allora, approfittando di questa guerra, marciò con un esercito su Roma; prese la città, uccise Antemio (11 luglio 472) e fece proclamare imperatore il candidato di Genserico, Olibrio (472). I barbari trionfavano! Ma nè Ricimero nè Olibrio dovevano godere a lungo il trionfo. L’uno e l’altro morirono nell’anno 472 di peste. L’imperatore Leone elesse imperatore dell’Occidente Giulio Nepote, nipote di un grande generale, il conte Marcellino. Nepote fece presto a togliere di mezzo, deponendolo, un avversario, che le milizie barbariche gli avevano contrapposto, un Glicerio, e, nel giugno 474, rimaneva unico signore dell’estremo angolo di quello ch’era stato l’Occidente romano. Ma ormai a tutti gli altri mali che affliggevano l’impero se ne era aggiunto un altro. I trionfi di Genserico, la crescente potenza dei Visigoti in Gallia, il lungo dominio di Ricimero, le innumerevoli disfatte subite dall’impero, avevano accresciuto a dismisura anche l’orgoglio e le pretese dei barbari, che servivano l’impero. C’era adesso un partito dei barbari opposto ad un partito dei vecchi Romani, ciascuno dei quali faceva appello a sentimenti ed interessi differenti. Nepote raffigurava la reazione contro il partito dei barbari. Ma egli si guastò presto con il partito nazionale, cedendo in Gallia ai Visigoti, che l’avevano conquistata, l’Alvernia. Nell’Italia del nord le legioni composte di cittadini romani insorsero sotto la guida del loro generale Oreste, un antico funzionario di Attila passato al servizio dell’impero, un barbaro romanizzato, quindi. Oreste costrinse il legittimo imperatore a fuggire da Ravenna a Salona in Dalmazia (agosto 475); ed elevò all’impero il figlio Romolo Augustolo. Ma il partito dei barbari non tardò a volere la sua rivincita; chè le milizie barbariche chiesero, come prezzo della loro acquiescenza, la cessione di un terzo delle grandi proprietà dell’Italia. Oreste, che non poteva compiere una così tremenda rivoluzione, rifiutò. Ma allora uno degli ufficiali barbari della guardia imperiale, Odoacre, fu eletto re dai suoi commilitoni e chiamate altre schiere di Rugi e di Eruli d’oltre Alpe, assalì Oreste che con le milizie a lui rimaste fedeli si era chiuso in Pavia; prese la città; sconfisse ed uccise Oreste (27-28 agosto 476). Romolo venne deposto e confinato in Campania presso Napoli, là dove oggi sorge l’attuale Castel dell’Uovo. Il barbaro mandò all’imperatore d’Oriente, Zenone, le inutili insegne imperiali e dichiarò che egli avrebbe continuato a governare l’Italia, quale suo luogotenente.

Così terminava di fatto, se non legalmente, la storia della parte occidentale dell’impero romano, nonchè, secondo si suole calcolare, quella dell’evo antico, e qui deve perciò arrestarsi il nostro racconto. In realtà l’Occidente ha ancora un imperatore legittimo, sebbene spodestato, Giulio Nepote, e, dopo la morte di costui, l’Italia non sarà un regno barbarico indipendente, ma una provincia dell’antico impero romano, le cui sorti sono rette dal suo capo supremo, residente a Costantinopoli. Solo dopo l’invasione longobardica nella penisola — invasione nè autorizzata nè approvata dall’Oriente, anzi in contrasto col governo ufficiale, istituito dalla Corte bizantina a Ravenna, e dopo l’insediamento degli Slavi nel nord-ovest della penisola balcanica, che separeranno l’Oriente e l’Occidente, — l’unità dell’impero sarà rotta, e l’Italia potrà veramente dirsi dominio barbarico. Ma ormai l’impero occidentale non è più che un nome. La grande opera storica di Roma è distrutta. Un’èra nuova della storia incomincia. L’impero orientale o bizantino durerà invece ancora per un millennio, serbando nelle sue linee capitali l’organizzazione ricevuta da Diocleziano e da Costantino, ed esso cadrà solo sotto i colpi dei Turchi. L’assolutismo vi prospererà più rigoglioso che in Occidente, salvando della civiltà antica quanto basterà per poter ridiventare il maestro dell’Occidente rimbarbarito, perchè aveva ritrovato in Oriente la sua patria; e si era allacciato ad un’antica tradizione, che il dominio romano aveva interrotta soltanto per qualche secolo.

Note al Capitolo Dodicesimo.

[118]. Cfr. Claudian., In Ruf., 2, 400 sg.

[119]. Le cause dell’insuccesso della campagna di Stilicone sono molto oscure: gli amici di Stilicone ne accusarono la Corte orientale (Claud., De bello poll., 516-17); gli avversari, lo stesso Stilicone (Oros., 7, 37, 1). È più prudente pensare a difficoltà di ordine militare.

[120]. Cfr. August., De civit. Dei, 5, 23; Oros., 7, 37, 4; Jordan., H. Rom., c. 321, pag. 41; Zosim., 5, 26. Sulle invasioni di Alarico e Radagaiso cfr. il pregevole studio di F. Gabotto, Storia dell’Italia occidentale (395-1313), Pinerolo, 1911, I, 82 sgg., 112 sgg.

[121]. Cfr. Cod. Theod., 7, 16, 1.

[122]. Questo invito di Bonifacio ai Vandali è stato negato dalla critica moderna. Cfr. invece Gabotto, op. cit., II, pag. 639 sgg.

[123]. Su Genserico e i Vandali, cfr. il recente lavoro: F. Martroye, Genséric, la conquête Vandale en Afrique et la destruction de l’empire d’Occident, Paris, 1907.