— Valgon lo stesso, secondo Vivekananda, — rispose il Cavalcanti senza scomporsi — per il savio che possiede la saggezza suprema.
— Io preferisco possedere una lega di buon campo nella Pampa — ribattè l’altro.
Intervenni a questo punto; e dissi che il Vedanta era una dottrina grandiosa e sublime ma sterile, come l’Oceano o come il deserto. Essa avrebbe annientata l’energia delle nostre razze, che hanno conquistata, a prezzo di tanto sangue, la libertà, per poter variare all’infinito le forme del mondo, non già per sprofondarsi nella eterna immobilità del Tutto. Esposi poi i pensieri che avevo ruminati alla mattina: certo poichè gli interessi mondani e sociali intorbidano la Bellezza, la Verità ed il Bene, bisognava purificare dagli interessi il mondo, ma non distruggendolo, come con troppo disperato eroismo proponeva il vedantismo. E conchiusi, volgendomi al Rosetti, che egli non ci aveva ancora detto quale fosse per lui il procedimento migliore di purificazione; ma che certo non poteva essere quello suggerito dal filosofo indiano.
Ma con gran sorpresa mia e di tutti, il Rosetti rispose che il Cavalcanti aveva ragione; e che la nostra civiltà scivolava senza accorgersene sulla china del vedantismo.
— Sarei dunque vedantista anche io? — chiese ridendo l’Alverighi.
— Lei più degli altri — fu la risposta.
Ma fischiando il mezzogiorno, la macchina interruppe il discorso. Ci levammo da tavola e ci disperdemmo. Io mi recai a leggere sulla carta, che avevamo toccato il 23º grado e 36º minuto di latitudine, il 17º grado e il 30º minuto di longitudine: poi mi ritirai per la siesta pensando al Cavalcanti e a Vivekananda, ma punto maravigliato che questo diplomatico, nato nella India nuova, nel Brasile equatoriale, si fosse acceso di così subito fervore mistico innanzi all’Eterna Immobilità del Tutto, contemplata sotto i tropici dell’India antica dai savi. Il Cavalcanti era un mistico inconsapevole, nutrito di idee occidentali disformi dalla sua natura: ma non potei a meno nel tempo stesso di pensare quanto arruffato e confuso è il mondo ormai, con tante idee e popoli in giro per la terra senza riposo! Dopo la siesta, nel pomeriggio, scesi nella terza classe per parlare con Antonio. Desideravo scandagliare per mezzo suo l’opinione della terza classe intorno ad Orsola. Lo trovai di fatti nel refettorio della terza classe, intento a giocare con un giovane bruno. Interruppe la partita e uscì meco fuori all’aperto; ma quando tanto per avviare il discorso gli ebbi esposti i lagni di Orsola, con un fare risentito:
— Io? — disse. — Io, invito a giocare suo marito? Ma se è lui che viene sempre a cercarmi per passare un’ora lontano da quella vipera di sua moglie....
— Vipera? — dissi io. — E perchè?
Tacque un momento e poi invece di rispondermi con aria tra irritata e sprezzante: