— Perchè — rispose il Rosetti — lei è interessato....

— E che interesse avrei, io, a credere la geometria vera piuttosto che falsa? Non ci guadagno nulla. Non sono mica un professore di matematica....

— Tra gli interessi — rispose il Rosetti — occorre annoverare anche la affezione nostra alle opinioni radicate in noi dalla prima educazione.... E lei è un comtista.

L’ammiraglio non rispose; e il Cavalcanti ripetè sotto voce:

— Il Tempo e lo Spazio sono i lembi del velo di Maya....

Era la seconda volta che il Cavalcanti ricordava la Maya.

— Lei ha letto il libro di Vivekananda, questa mattina — dissi.

Sorrise e confessò che la sera prima, pieno ancora la mente dei discorsi del Rosetti, si era ritirato nella cabina e aveva, prima di addormentarsi, sfogliato il libro della signora Eddy ma lo aveva trovato noiosissimo e gittatolo dopo poco; poi il libro del filosofo indiano, prestatogli dalla signora Yriondo. Ma su questo di pagina in pagina aveva vegliato sino all’alba, parendogli di sentir una voce soave e invisibile continuare nella notte, alta sovra il suo capo, i discorsi del signor Rosetti sino alla conclusione definitiva; guidarlo spedito per i laberinti della realtà alle porte dell’ultimo e mistico e fulgido Vero, a cui tanti spiriti capitano per caso, dopo mille erramenti. Quale era la conclusione di tutti i discorsi che avevamo fatti intorno alla bellezza, alla verità, al progresso, alla civiltà, alla barbarie, senza riuscir mai a metterci d’accordo per definire una sola di queste cose? Che ogni singolo io è la misura dell’Universo; quindi il mondo non è quale lo vediamo e non lo vediamo quale è: ciascun uomo lo vede come gli piace vederlo. E questo è il principio da cui muove il vedantismo, il quale però dal principio cava tutte le conseguenze: e quindi afferma che tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Ogni cosa è grande ed è piccola, è buona e cattiva, è bella ed è brutta: ogni verità è falsa ed ogni menzogna vera; il vizio e la virtù, la colpa e l’innocenza, l’onore e l’infamia, la luce e le tenebre, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte, la infinita varietà del mondo sulla quale i nostri occhi credono di posarsi, non sono che apparenza, illusione, miraggio. E l’uomo sbugiarda alla fine l’amaro inganno ed elude le sottili insidie della varietà, dopo mille fatiche e pericoli, quando capisce che, come le onde ricadono sempre nell’unità dell’Oceano, così l’infinita varietà del mondo si riconfonde nella eterna immobilità dell’Universo, eguale a sè stesso in ogni sua parte e membro; e perciò immortale, e perciò sereno, e perciò senza dolore, esente da morte, senza passione; lago di eterna felicità, mare di calma infinita, unità pura senza forma e mutamento, e perciò perfettissima.

Tutte queste cose furon dette con bella forma e gran fervore. Ma l’Alverighi:

— Morale! — sghignazzò beffardo, anzi impertinente. — Un soldo e un milione valgon lo stesso: la differenza è una illusione.