Ma qui il Cavalcanti gli obiettò che lo snob giudica le cose dal prezzo, ma l’uomo di vero gusto misura il prezzo secondo le cose. A mo’ di risposta l’Alverighi raccontò ridendo di aver letto un giorno, a Parigi, in piazza Vendôme un sesquipedale richiamo di bottega innalzato per tirare gli Americani del Sud, che poi sparì, e che suonava così: «El Zapatero le plus cher du monde». Il più caro, dunque il migliore! Io raccontai allora — l’aneddoto mi ritornò nella memoria in quel momento — come la signora mi avesse detto che le perle, di cui si ornava sul «Cordova», erano false, perchè aveva lasciate le vere a Parigi; e come avesse filosofato sulla vanità delle opinioni umane intorno alle perle false e alle vere: perchè il mondo le giudica vere o false secondo crede o no ricco abbastanza chi le porta o chi le dona! L’aneddoto piacque all’Alverighi, che si rivolse di nuovo al Cavalcanti:
— Vede, vede? — dicendo. — Anche una signora elegante, qualche volta, ragiona....
— Conclusione? allora? — replicò sorridendo il Cavalcanti. — Vivekananda ha ragione, almeno in parte: se i raffinamenti della civiltà sono illusione e la ricchezza perde, crescendo, il potere di procurare nuovi e più intensi piaceri, il savio non la desidererà, almeno oltre questa misura.... A che serve la ricchezza, se non procura che illusioni e nessuna gioia verace?
— Serve ad aver crucci, fastidi, fatiche, ansie, malattie, insonnie — rispose risoluto l’Alverighi.
— Obbligatissimo! Non so che farmene allora....
— Perchè lei è un sibarita. I veri e soli asceti dei tempi nostri siamo noi, accaparratori insaziabili di milioni. Dico sul serio: non sorrida: noi che fatichiamo di giorno e di notte; e ci priviamo della casa e del sonno; e viviamo nomadi sulle ferrovie e sul mare; e per quale scopo o speranza? La godiamo noi forse, la nostra ricchezza? Che cosa ci regala, questa ricchezza, oltre l’ebbrezza mistica di averla creata, se non tormenti e fatiche e malattie? Sì: io voglio accumulare cento milioni: cento, non uno di meno, ad uno ad uno, infaticatamente: ma sarò io più felice quando sarò l’invidiato signore di cento milioni? La mia vita sarà più bella o migliore? Sarò spossato, infermo, triste; avrò infiniti crucci ed ansie e pensieri....
Ma il Cavalcanti qui lo interruppe.
— Ma questo appunto è il grande errore dei nostri tempi e dell’America. Arricchire per arricchire, glielo disse l’ingegnere Rosetti, è una vana illusione: la ricchezza è e non può essere che un mezzo....
— La ricchezza non è divina che se è fine a sè stessa — gridò veemente l’Alverighi. — Lo so, i facili filosofi dell’oggi deridono questo ideale: accusano gli Americani di averlo imposto al mondo: dimostrano che è assurdo. Bella fatica! Ma o che forse non sono assurdi tutti gli ideali che trascendono l’interesse del singolo, quando si giudicano alla stregua di questo interesse? Non sono tutti delle vane illusioni? Alla stregua dell’interesse suo personale, il soldato che si fa uccidere per salvare la patria, non è forse un imbecille? Che cosa importa la salute della patria a colui che non sarà più? Non sarebbe meglio per lui sopravvivere alla sconfitta, che non vivere dopo la vittoria? Sicuro: noi fatichiamo e non godiamo: del torrente immane di ricchezze che noi, giganti del denaro, versiamo nel mondo, non approfittiamo noi, ma la moltitudine neghittosa, ignorante, meschina, invidiosa, stolta che ci odia e perseguita; e che ora, per merito nostro, ha quel che le generazioni precedenti non ebbero: ha pane, ha letto, ha vestiti, salute, un po’ di luce per l’intelletto ottenebrato, la sicurezza dell’avvenire. Ferrero ha ragione: chi fa lusso, chi spreca, chi sciala in America non sono i miliardari, ma le classi medie e gli operai, che accusano poi ad ogni momento i miliardari di essere dei Sardanapali. Sciocchezze! Ma io, ma noi perchè ci uccidiamo al lavoro? Non lo so; non m’importa; non lo voglio sapere. L’opera che ci smunge, che ci macera, che ci scarnisce, la conquista della terra, trascende la nostra mente, come le guerre, come le rivoluzioni, come tutti gli avvenimenti storici. E soffriamo, deperiamo, moriamo felici in questa frenesia, di cui non comprendiamo la ragione, perchè un demonio arcano ci investe: e quindi abbiamo diritto di dire che la ricchezza è divina in sè stessa e che noi viviamo non per noi, ma per gli altri, per il mondo, per l’avvenire, consumati e purificati da un fuoco divino, che deterge le inevitabili scorie delle nostre intenzioni. Lei, ingegnere, disse ieri sera che l’uomo dovrà alla fine disinteressarsi della ricchezza; è vero; lei ha ragione; Vivekananda ha ragione: ma il vero mezzo di disinteressarsene, è non lo spregiarla, il desiderarla per sè e non per i vani piaceri che essa promette agli sciocchi. Underhill era il vero asceta moderno, l’uomo più puro e disinteressato del mondo: ma non i Feldmann invece; che volevano goderla la ricchezza! Darsi l’aria di raffinati e di esteti! Farsene uno strumento con cui umiliare i loro simili! Essi hanno meritata la loro sorte, perciò....