L’Alverighi si era rifatto. A questo veemente discorso nessuno, nemmeno il Cavalcanti, replicò. Tacemmo tutti; sinchè, visto che nessuno parlava, il Rosetti, il quale aveva finito allora allora di sorbire il caffè:
— E la signora Feldmann? — chiese. — Lei me l’ha dimenticata, avvocato! Che cosa doveva fare la signora, se la ricchezza non serve che a fare cumulo? Calare anch’essa in Wall Street a fianco del marito? Brigare la presidenza di qualche società petrolifera?
L’Alverighi tacque un momento: poi brusco:
— Ma quella è una donna — disse.
— E le par poco? — rispose, ridendo, il Rosetti. — Le donne sono su per giù la metà del genere umano e il grande impiccio di tutte le filosofie dell’azione. Se fare — la guerra, gli affari, il governo — è la ragione unica della vita, quale è il còmpito della donna nel mondo, oltre il mettere al mondo dei figli e divertire gli uomini a tempo perso, sinchè sono giovani e belle?
— È quel che vo dicendo da un pezzo — interruppe la mia signora. — Tutti parlano del trionfo della donna oggi; e invece noi assistiamo alla sua forzata abdicazione. Prima dell’invenzione delle macchine, le donne filavano, tessevano, cucivano, facevano il pane, le conserve, il bucato, curavano i malati, allevavano i figlioli.... Avevano un còmpito nel mondo, che era loro. Adesso le macchine — cioè quasi sempre degli uomini — fanno tutte queste cose, e poi gli uomini dicono che le donne invadono le professioni maschili, se tentano di pigliar una laurea quasi sempre inutile....
— Se l’immagina lei, avvocato, — proseguì il Rosetti — la signora Feldmann, novella Penelope, intenta a farsi le calze; quelle tali calze.... che costano.... non ricordo più quanto?
L’Alverighi tacque un momento, perplesso; poi:
— Ma vuole lei forse — disse — riconoscere alla donna il diritto di spendere come le piace il denaro del marito?
— No — rispose il Rosetti: — ma penso che lei in questo momento dimentica, come l’altro giorno, quando ragionava del progresso, che produrre le ricchezze non basta, bisogna anche consumarle: se no, a che giova produrle? Che ci siano e ci debbano essere degli uomini che di ricchezza fanno ricchezza e non vogliono altro, siamo d’accordo: ma è pur naturale che altri — le donne, per esempio, e non soltanto le donne, ma molti uomini pure, anzi non solamente molti ma i più — bramino le ricchezze per convertirle in godimento: se no anche gli altri, gli indemoniati giganti del denaro, come li chiama lei, sarebbero condannati a stare tutto il santo giorno con le mani in mano e non potrebbero, poveretti, sacrificarsi a pro del genere umano. Quindi i più vorranno accrescere le loro ricchezze per accrescere i godimenti: e per accrescere i godimenti non ci sono che due mezzi: o aumentare la quantità o variare la qualità delle cose che ce li procurano. Amo il vino e cerco di guadagnar di più per soddisfare meglio questa voglia? Potrò o beverne dello stesso in maggiore quantità o beverne del migliore. Ma è chiaro che la quantità, presto o tardi, sazia.... Dunque, oltre una certa quantità, o il desiderio riesce a trovare soddisfazioni più elette, a tradurre la qualità in quantità, o la ricchezza è inutile. Lo snobismo! Lo so: è un bersaglio facile, oggi! Ma ci pensi un po’: non sarebbe esso uno sforzo per tradurre la quantità in qualità, a cui tutti gli uomini sono spinti dall’incremento stesso della ricchezza? Lei non perdona ai Feldmann che, fatti di ricchi straricchi, hanno cercata affannosamente la strada dell’Olimpo: ma badi.... Una villana si inurba, va alla fabbrica, viene in possesso di qualche spicciolo. Quale uso ne fa? Compra forse un numero maggiore di vestiti contadineschi? No: ne compra che le paian più belli: imita la città e le sue foggie: si orna di sciarpe, di nastri, di fronzoli.... Tenta insomma di tradurre la quantità in qualità. Tutti si sbracciano oggi — i socialisti come i sovrani — a magnificare il proletariato che sale; che cioè si sforza di scimmiottare i signori, di tradurre la quantità, i maggiori salari, in qualità. L’innalzamento del proletariato è lo snobismo degli artigiani. Noi abbiamo discusso a lungo, in questi giorni, intorno al progresso: orbene per quale ragione questa parola così vuota suona così piena all’orecchio dei moderni? Perchè il progresso è lo snobismo dei popoli.... Gli statistici allineano e incolonnano i numeri; provano come nei nostri tempi tutto cresce o decresce rapidamente, quasi di anno in anno si potrebbe dire: la popolazione, la ricchezza, i traffici, i depositi delle banche, le ferrovie, i viaggiatori, le scuole, i telefoni, i delitti, le nascite, le morti, i matrimoni, i fallimenti, gli analfabeti.... Ma i popoli non si accontentano di leggere quei numeri: li vogliono far cantare: cantare la dolce canzone che essi si fanno più forti, più savi, più gloriosi, più grandi: migliori, in una parola. Le teorie del progresso, buone o cattive, che ogni nuovo giorno inventa, non sono che tentativi di tradurre la quantità in qualità, dei numeri in virtù, per conto dei popoli....